Leggo (tanto), scrivo (molto) eppure sbaglio (troppo)

Essere colti, essere dei lettori attenti, scrivere buone storie non significa saper scrivere correttamente. Refusi, errori di grammatica infestano mail, giornali, libri… serve un editor? No, serve un correttore bozze!

Ricevo tante mail di lettori che mi chiedono suggerimenti sui libri da leggere e regalare, e di autori che mi chiedono consigli per pubblicare. Lettere lunghe, brevi, strane, antipatiche, cortesissime… parecchie hanno qualcosa in comune: contengono refusi ed errori di grammatica.

Ecco gli evergreen: qual’è, un pò, c'è ne, in cinta… più qualche sorpresa del tipo infondo (voce del verbo “infondere”) al posto di in fondo (locuzione avverbiale) o “fare campanello” invece di “capannello”.

Molti forse stanno scuotendo la testa disgustati, altri di certo sanno che refusi e sgrammaticature abitano i giornali, i libri, i sottopancia dei tg, i social, le pubblicità… e ci stiamo abituando. Il che significa fare sempre più fatica a stanarli. Alcuni correttori di bozze sanno pure che, alle volte, non è sufficiente neppure segnalarli questi errori perché diverse persone non saprebbero correggerli.

Quello che ho imparato io? Non basta avere una grande cultura. Si può essere dei lettori, attenti e appassionati, si possono conoscere moltissime cose, si possono scrivere storie davvero convincenti ma questo non significa sapere scrivere bene cioè correttamente.

Ieri parlando del film Genius e dell’incredibile Max Perkins – l’editor di autori come Francis Scott Fitzgerald o Ernest Hemingway – mi è tornato in mente un aneddoto.

Quando Di qua dal Paradiso di Fitzgerald venne pubblicato, scapparono dei refusi. Cosa che si ripeteva spesso con i libri editati da Perkins. Tanto che Franklin Adams, giornalista letterario del Tribune di New York, intorno a questo pettegolezzo letterario stava quasi costruendo una rubrica.

Il punto? Fitzgerald, lo scrittore che passava ore se non giorni su una singola frase, aveva problemi di spelling. Per quanto riguarda Perkins: l’editor non è un correttore bozze. Può fare il correttore bozze (quasi tutti cominciano da lì) ma non può tornare ad esserlo dopo aver lavorato a un testo. O meglio: se lo farà, di certo lo farà male.

Editare significa leggere e rileggere e sfiancarsi sulla storia, sulla struttura, sullo stile… alla fine? Il testo lo si conosce a memoria. Lo si conosce meglio dell’autore!

E avere “nelle orecchie” uno scritto è il nemico più temibile di ogni correttore. Perché cala l’attenzione. Così come il senso di una frase prevale su ciò che la compone (parole e segni di interpunzione) e rende difficilissimo individuare errori di battitura e pure di grammatica.

Nei testi brevi si può correre ai ripari con alcuni trucchi: rileggere dal fondo parola per parola. O correggere coprendo con una cartolina il testo, così si elimina il problema del significato e si torna a guardare ogni lemma con la giusta attenzione. Se il testo è lungo, però, farlo diventa pressoché impossibile.

Questo non significa che dobbiamo lasciar correre, quando ci imbattiamo in qualche orrore. Significa sapere perché nella filiera editoriale ciascuno ha il proprio ruolo. Né l’autore, né l’editor, né il grafico hanno il compito di correggere un testo: servono i correttori bozze. Bravi per giunta.

11 Risposta

  1. Mi dicono che oggi il “correttore di bozze” non esiste più come figura nelle redazioni dei quotidiani, le quali ormai si affidano (per risparmiare), ai correttori automatici.
    E questo forse ci aiuta a capire certi refusi presenti anche nelle testate più importanti.
    Quando per pigrizia o distrazione mi fido del correttore di Android, o di quello del computer, escono cose turche.
    E se a queste aggiungo le cose turche di mia produzione, non posso che concordare: oggi scrivere bene, nel senso di correttamente, è una sfida quasi impossibile.
    Eppure, per me, capisco che spesso è la velocità ad aumentare la mia disattenzione, l’ansia di dire subito è più veloce di quella del saper dire.
    La cosa strana, è che ho recentemente ripreso a scrivere a mano, e mi accorgo che molti errori sembrano scomparsi.
    Forse perché è a mano che ho imparato a scrivere, prima di trovarmi una facile tastiera sotto i polpastrelli?
    Forse…

  2. Ciao Arianna, eh sì, il correttore dai giornali (soprattutto quotidiani) è sparito. Calcola che in alcune redazioni si mandano in correzione i testi fuori con la dicitura “controllo testi” facendo riferimento più che altro ai dati presenti nei pezzi e non tanto agli “orrori”… perché altrimenti non potrebbero giustificare la spesa!
    Quello che dici sulla scrittura a mano è verissima. È anche una questione di velocità: la penna segue il cervello, ha un ritmo che consente maggiore attenzione. Le dita sulla tastiera magari viaggiano velocissime ma son velocissime anche a spargere errori!

  3. Bisognerebbe far ritornare sulla terra Titivillus, il diavolo che raccoglieva gli errori degli amanuensi medievali e li portava all’inferno:
    «Sono un povero diavolo, e il mio nome è Titivillus… Devo ogni giorno… portare al mio padrone un migliaio di borse piene di errori, e di negligenze nelle sillabe e nelle parole».

    https://it.wikipedia.org/wiki/Titivillus

  4. E nonostante il correttore di bozze, l’editor, l’autore, l’ufficio stampa, il fattorino, l’addetto mensa, il calzolaio rileggano il testo prima di mandarlo in stampa, quando ti arriveranno gli scatoloni dalla tipografia e prenderai la prima copia e aspirerai l’odore della carta e aprirai il libro…
    il refuso sarà lì
    davanti ai tuoi occhi
    ad aspettarti
    e sarà COLOSSALE.
    Fine.
    (Questo per dire che se già non basta così.)

  5. Conosco questa sensazione. Oh se la conosco… I refusi sono tenaci!

  6. (quasi tutti cominciano da lì), e io che vorrei fare il correttore di bozze a tempo pieno spendendo il tempo che rimane di questa mia lunghissima, residua anzianità? Perché non posso? Perché non potrei?

  7. Grazie Chiara! Devo dire che il lavoro dell’editor mi piace sempre di più, ci vedo una grande dedizione e amore, tanto amore per il testo.
    Insomma, l’editor è un lettore “fortissimo”.
    Però, posso chiederti una cosa che a me stesso ho chiesto moltissime volte? Se l’editor non si limita a correggere errori grammaticali e di battura (compito, come hai ben puntualizzato tu, spettante al correttore di bozze), fino a dove può spingersi a modificare il testo originario senza diventare una sorta di coautore? Il nome dell’editor dovrebbe comparire sul frontespizio di un volume, o almeno sul verso, come accade ormai quasi sempre col traduttore?
    Spero di non aver fatto troppi errori e ti saluto calorosamente, complimentandomi ancora una volta per il tuo bellissimo blog

    Paolo

    • Paolo! Mi era scappato il tuo commento, scusa.
      Io dico sempre che un editor dovrebbe migliorare ciò che c’è e aiutare l’autore a mettere ciò che manca. Il che significa segnalare tutto quello che non convince. Portarlo all’attenzione di chi ha scritto. E fare domande, molte domande. Perché quando chi scrive risponde, spesso, vede e capisce cose che non aveva messo a fuoco prima.
      Sfinire l’autore di domande è in effetti la grande parte del mio lavoro.
      E fare esempi, proporre soluzioni per arrivare alla soluzione che convince l’autore.
      Il libro è di chi lo ha scritto. Un conto è suggerire una parola, altro è riscrivere un libro.
      Un editor non è un coautore e non modifica. Segnala un problema è propone delle modifiche. Ma ogni proposta è un invito a far sì che l’autore proponga la sua soluzione e arrivi a una versione migliore. È un lettore noioso, rognoso, devoto, attento… o almeno dovrebbe esserlo! Per questo non viene indicato nel libro perché il suo ruolo è ben diverso da quello di un traduttore.
      Stare dietro le quinte, non sminuisce il lavoro dell’editor lo ribadisce. E come detto il libro è di chi lo ha scritto e di chi lo ha reso leggibile in un’altra lingua.
      Alla prossima!

      • Grazie Chiara di questa Chiarissima risposta :)))

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