Ci sono storie così enormi e terribili che, da qualsiasi parte le guardi, ti senti sopraffatta. Provi a immaginare che cosa faresti tu se ti trovassi al posto di una donna che un giorno, in un commissariato, scopre che il suo matrimonio, dopo oltre quarant’anni, non è stato ciò che aveva sempre creduto. Che per almeno dieci anni è stato orrore puro. Che in quei dieci anni il marito l’ha usata, drogata, violentata e fatta violentare da altri uomini centinaia di volte.
Una donna che per anni ha avuto disturbi di salute e amnesie, per i quali si è trascinata di medico in medico a caccia di una soluzione e poi, rassegnata, almeno di uno straccio di spiegazione. Finché la spiegazione è arrivata. Ma non da un medico: da un poliziotto che le ha raccontato cosa veniva fatto al suo corpo dal marito e dagli uomini – troppi – coinvolti in questa vicenda.
Come si può ascoltare qualcuno che ha subito qualcosa di così enorme?
Quando si raccontano o ci si avvicina a fatti di questo tipo, si ha la sensazione di intrufolarsi nei fatti privati di una vittima. Certo, lo si fa per capire, per non voltare la testa, per fare rete. Ma si rischia anche di mescolare qualcosa di molto lieve – la curiosità, la chiacchiera – con qualcosa di immensamente grave: la vita delle persone sopravvissute alla violenza. E capita che, anche con le migliori intenzioni, si finisca per trascinare i fatti penosi degli altri nel pantano della morbosità e della pornografia del dolore.
Mi sono per questo motivo avvicinata al memoir di Gisèle Pelicot, Un inno alla vita (Rizzoli, traduzione di Bérénice Capatti), con un certo sospetto. Ma fin dalle prime pagine la sensazione che mi ha più stupita e affascinata è stata un’altra: non riuscivo quasi mai ad allineare il mio sguardo con quello della protagonista. Il suo era sempre così misurato, poco livoroso. Generoso, a tratti?
Non parlo della lucidità che può scaturire dalla capacità di metabolizzare ciò che si è vissuto. Parlo di una certa tenerezza quasi irricevibile quando si fanno i conti con fatti di cronaca così violenti e rivoltanti. Ma pagina dopo pagina la sorpresa si è fatta ammirazione per quella postura sbalorditiva.
Senza alcun dubbio la giornalista e scrittrice Judith Perrignon ha saputo dare voce a Gisèle in modo molto puntuale, consentendole di ricostruire i fatti con precisione senza disperdere la luce del suo sguardo.
Mi ha chiesto come ci eravamo conosciuti. Gli ho risposto che era successo dalla sorella di mia madre, nel giugno del 1971, e ho aggiunto che era stato un vero colpo di fulmine. Mi ha chiesto di descrivere la personalità di mio marito. «Una persona gentile, premurosa. Un uomo fantastico. Per questo siamo ancora insieme.»
La cosa che mi ha più toccata? Quando pensiamo a una vittima, ci chiediamo come farà a vivere d’ora in poi. La domanda che quasi mai ci facciamo è un’altra: come potrà salvare ciò che è stata finora?
Come potrà evitare di sentire che tutto ciò che ha vissuto debba essere cancellato?
Nel libro questa tensione appare chiaramente, soprattutto nella dinamica con i figli. Che, per forza di cose, hanno un rapporto completamente diverso con i fatti accaduti alla madre. Non meno doloroso: diverso. I figli – soprattutto la figlia Caroline – a un certo punto vorrebbero cancellare la memoria di questo padre. Buttare via tutto ciò che gli appartiene: le sue cose, la casa, i segni della vita familiare. Il passato.
Ma se cancelli la memoria, se ciò che è stato diventa irricevibile e intollerabile, cancelli anche te stessa, che sei il frutto di quel passato. Perdi la tua identità.
Sai chi sei perché sai chi sei stata e che cosa hai attraversato. Ma se non puoi tollerare ciò che hai attraversato, come puoi pensare di restare intera? In qualche modo devi tenere insieme non solo ciò che è successo, ma anche come hai vissuto prima di sapere cosa era successo.
Non parlo di addomesticare lo sguardo, né di fingere che l’orrore non sia accaduto, di edulcorare o giustificare. Pelicot non guarda altrove. Anzi, ricostruisce con precisione la diseducazione sentimentale a cui è stato sottoposto il marito. Traccia un percorso preciso che in parte motiva la sua scissione.
Ma mentre osserva e capisce, fa qualcosa di altrettanto importante: salva il proprio sguardo pulito e autentico dentro cose che pulite non erano.
Perché quello sguardo pulito e inconsapevole non è qualcosa di cui vergognarsi. Pelicot ribadisce a tutti che non ci si deve vergognare di essere stati vittime. Né ci si può vergognare del tempo in cui non si sapeva di esserlo, quando si pensava di avere una vita magari difficile e complessa, ma anche piena di bellezza e amore.
