La banda dei tre

La banda dei tre

Due anni prima all’interno di una stanza.

Silenzio. Quante cose si possono accomunare alla parola ‘silenzio’?
Si può morire in silenzio.
Si può sparare in silenzio.
Si può essere salvati in silenzio.
Guardo negli occhi la persona che sta per togliermi la vita. La canna della sua pistola è ferma, immobile, puntata contro di me. Lui non parla, io non parlo. A breve da quel piccolo foro nero uscirà una fiammata e tutto sarà finito. Una fiammata che io sicuramente non vedrò.
Poi succede. Accade quello che mai ti aspetteresti in una situazione del genere. Appare una figura, silenziosa, il volto coperto da un passamontagna. Si porta un dito davanti al naso e capisco quello che vuole dirmi. Devo ignorarla se voglio continuare a vivere. Abbasso la testa e rimango in un’attesa che sembra infinita.
D’improvviso il rumore di una scarica elettrica attraversa la stanza e la persona che fino a un attimo prima era intenzionata a giustiziarmi cade a terra senza nemmeno un lamento.
Ed è ancora silenzio.
Quando rialzo la testa l’uomo con il passamontagna si staglia davanti a me, oscurando la luce della piccola lampadina che penzola al centro della stanza.
So che non può parlare, so che se ha il volto coperto deve rimanere in silenzio.
Si muove con calma, fino ad arrivare dietro di me. Lo sento sciogliere i nodi che bloccano le mie mani alla sedia.
Sono libero, libero di alzarmi e di uscire. Inutile farsi domande, inutile provare a farne.
Esco in silenzio, senza nemmeno voltarmi.
La notte mi ingoia, mentre massaggiandomi i polsi cammino velocemente verso casa.
Ho dato un nome all’uomo che mi ha salvato la vita due anni fa. Un nome legato a un dettaglio che non potrò mai dimenticare. L’ho chiamato il Toro.

Capitolo 1
Nel nostro ambiente erano conosciute come ‘le Biologiche’, da che mondo è mondo. Due maledette e anoressiche gemelle residenti in centro a Padova, con la passione per i cibi biologici e tutto quello che era collegato al mondo vegetariano.

Mangiavano merda al gusto soia. Bistecche di soia, germogli di soia, latte di soia, biscotti di soia, crocchette di soia. Mi è sempre piaciuto pensare che se il mio uccello fosse stato al gusto di soia avrebbero mangiato pure quello, condito magari con qualche salsa a base di gustosissima soia.
Ad ogni modo, Jolanda e Miranda non si limitavano solo a una cucina vegetariana e salutista. Avevano applicato la loro filosofia culinaria a ogni aspetto della vita pratica. Solo da loro, infatti, si poteva trovare la migliore droga naturale di Padova e provincia. Avrebbero potuto sfidare chiunque con i loro prodotti, soprattutto con marijuana e hashish. Pagavi qualcosa di più, ma credetemi, il prodotto era decisamente di qualità superiore e senza alcuna traccia di prodotti chimici o pesticidi. Se quel tipo di lavoro fosse stato legale, avrebbero potuto prendere a pieni voti la certificazione ISO 9001. Non c’era paragone con le porcherie che arrivavano dall’Albania o da qualsiasi altro Paese della Comunità europea.
Trentasette anni, lo sguardo di un morto che cammina nascosto dietro a spessi occhiali tondi, quaranta chili vestite e una tirata pelle color alabastro a rivestire a fatica le ossa sporgenti. Questo il loro biglietto da visita. Vestite perennemente come figlie dei fiori, a volte non sapevi nemmeno con chi delle due stavi parlando, tanto erano uguali.
Non mi dispiaceva il soprannome che avevano nel giro, le rispecchiava in tutto e per tutto. Io, però, continuavo a preferire quello che gli avevo affibbiato personalmente. Più che le Biologiche mi piaceva chiamarle le Vegetali e quel soprannome, ve lo garantisco, era sicuramente più azzeccato. Il solo pensarlo mi faceva sorridere. A volte parlavo, non so con quale delle due e, per ricevere una risposta, dovevo aspettare anche un paio di minuti. Immobile, come un idiota, a pregare che lo sguardo della gemella di turno tornasse a vagare nel mondo dei vivi e abbandonasse quello degli elefanti rosa volanti. Non ho mai capito se la colpa di quei buchi nelle sinapsi fosse da attribuire a una vita di droghe leggere o a un corto circuito già presente al momento della nascita.

 La banda dei tre, Carlo Callegari, TimeCrime, p. 248 (9,90 euro)

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9 Commenti

  • carmillaweirdlove Reply

    2 febbraio 2013 at 19:20

    Reblogged this on carmillaweirdlove.

  • Aldo Costa Reply

    2 febbraio 2013 at 19:55

    Il libro mi interessa così così. Ricevere finalmente una nuova newsletter da te (sei tu vero?) invece mi fa un sacco piacere.

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      2 febbraio 2013 at 20:03

      Prima o poi il libro giusto arriverà (spero).
      Sono io! Piano piano, si ricomincia 😉

  • Catherine Reply

    3 febbraio 2013 at 9:23

    Ben tornata!!!

  • tomas carosella Reply

    3 febbraio 2013 at 14:42

    Bello tornare a leggerti..

  • SANDRA Reply

    4 febbraio 2013 at 10:57

    Pian piano Chiara tanto noi non scappiamo! E dove andiamo senza i tuoi preziosi consigli libreschi? Che valigia faremmo se tu non sei con noi? Naaa.
    Da gemella evito romanzi gemellari, in teoria attirano, ma poi spesso si cade nei soliti stereotipi (non dico in questo) “se stai male tu, sta male anche l’altra?” è una vita che sento ste cose. Un bacio XXXL

  • Tale's Teller Reply

    4 febbraio 2013 at 12:40

    Non è propriamente il mio genere… ma brilla di luce riflessa.
    Ben tornata! ^_^

  • lavolpeviola Reply

    4 febbraio 2013 at 19:17

    Eccoti 🙂 … Come stai? Come sta la piccola? Un abbraccione !

  • Riccardo Reply

    4 febbraio 2013 at 20:29

    Che bello rileggerti, Chiara!!! Un abbraccio a te e una carezza al piccolo angelo!

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