Anthony Hopkins finisce in un mare di… trucioli

Esce nelle sale il 13 ottobre Go with me di Daniel Alfredson, sceneggiatura di Joe Gangemi e Gregory Jacobs – tratto dall’omonimo romanzo di Castle Freeman Jr. – con Julia Stiles e Ray Liotta ma non convince.

Montagne, freddo, foreste, case a pezzi, fango, taglialegna… Lilian (Julia Stiles) in questo posto ci è cresciuta e ci fa ritorno alla morte della madre, arrabattandosi tra supplenze nella scuola del paese e un lavoro al bar.

Finché un certo Blackway (Ray Liotta) piomba nella sua vita e comincia a perseguitarla. Chi sia non è subito chiaro ma quando si presenta dallo sceriffo, l’uomo le suggerisce vigliaccamente di mollare tutto e andarsene. In caso contrario, l’unico consiglio è provare a chiedere aiuto alla segheria (?).

E qui Lilian incontra Lester (Anthony Hopkins) anche lui un ex taglialegna dal passato burrascoso che pare l’unico interessato a darle retta insieme con Nate (Alexander Ludwig) giovane, balbuziente, timido ma decisamente coraggioso.

Quello che nelle intenzioni di Daniel Alfredson (La ragazza che giocava con il fuoco, La regina dei castelli di carta, cioè gli ultimi due – orribili – capitoli della trilogia Millenium) vorrebbe essere un lugubre e spassoso western, con la classica lotta tra buoni e cattivi, pare già un pasticcio in sinossi e diventa un pessimo film sullo schermo in cui i personaggi si affannano, rischiando pure la pelle, senza una giustificazione plausibile.

Liotta interpreta un ex vice sceriffo che si è dato al crimine – droga, prostituzione e tutto il classico repertorio – un cattivo che non ha alcun freno ma neppure alcuna direzione (perché c’è finito in quel giro?) e si incaponisce a corteggiare (leggi tormentare) una Julia Stiles del tutto priva di spessore. A parte la cocciutaggine che la porta a sfidare il pazzo maniaco insieme con Hopkins, che proprio un ragazzino non è, e che a conti fatti la rende più simile al suo stalker che ai “buoni”.

Hopkins (che è anche uno dei produttori) riesce a non scadere nel comico involontario, mentre gli ex taglialegna della segheria – una sorta di controcanto che vaneggia sul cattivone di turno – ricordano più Hilton e Waldorf dei Muppet Show (con dialoghi meno divertenti, ahimé). Il mestiere non è poca cosa e il premio Oscar riesce a tenere insieme la sua performance anche se la motivazione che lo anima è flebile, tanto che per tutta la durata del film ci si chiede se si renda davvero conto di quello che sta facendo.

La cosa più sincera del film? Le botte! Se le danno davvero bene anche se a dire il vero i parapiglia sono pochi rispetto alle attese (colpa soprattutto della colonna sonora di Klas Wahal e Anders Niska che promette molta azione in una pellicola piuttosto avara di colpi di scena).

L’unico “personaggio” che ha una presenza e una potenza considerevoli? Le foreste del Canada, sebbene ritratte in una veste tutt’altro che accogliente, lasciano il segno. Per il resto, di impresso rimarrà poco. Lividi a parte.

Voto 3

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