No Eap

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Ovvero no alla cosiddetta “editoria” a pagamento. Cioè quelle case editrici che invece di pagare un autore per il suo lavoro, gli chiedono soldi per pubblicarlo. Come se un impiegato alla fine del mese pagasse il proprio datore di lavoro. Oltre a essere assurdo è – udite, udite – del tutto inutile. (Leggete, a questo proposito, la rubrica In Principio Fu sugli esordi d’autore.)

E se proprio nessuno lo volesse il vostro capolavoro? Approfondite il perché dei rifiuti, tanto per cominciare. Perché un rifiuto è sì una critica negativa, ma una critica è un indizio, un suggerimento per risolvere un difetto della trama o di scrittura.
Se pensate “siccome l’ho scritto, allora va pubblicato”, siete sulla cattiva strada. Garantito.

Se quello che desiderate è un libro e se pensate di avere tempo e voglia di sponsorizzarvi, potete andare da un bravo stampatore e mettere in pratica l’antico adagio “chi fa da sé fa per tre”, che è un po’ come diventare editori di sé stessi (dovrete occuparvi di tutto: tiratura, distribuzione, vendita).

Se preferite le nuove tecnologie e non volete riempirvi la casa di copie, optate per il pod (il print on demand) che permette di stampare e ricevere a casa anche pochissime copie, oppure il pos (il print on sale) che consente di stampare un titolo solo al momento in cui viene venduto. Se non temete il digitale, prendete in considerazione il selfpublishing. Potete contare su diverse piattaforme (io vi consiglio StreetLib), il libro viene venduto ormai sia in versione ebook sia cartacea (così di accontentare quelli che “ah, ma il profumo della carta”), e le royalty sono indubbiamente alte. Non vi fate però buggerare: sono pochissimi quelli che riescono a emergere, cioè a vendere. E fare tutto da soli non è una passeggiata: la filiera editoriale non è una serie di noiosi passaggi ma (dovrebbe essere) una catena di professionisti che leggono, editano, correggono, impaginano... insomma, l’editore non è un ostacolo alla vostra creatività ma un aggregatore di competenze ed è un filtro. Questo, ovvio, nel migliore dei mondi possibili.

Quello che non dovete fare? Credere che sborsando 3.000 euro (di più o di meno, poco conta) avrete per le mani un testo di qualità, una distribuzione capillare, pubblicità come se piovesse, presentazioni e recensioni sui giornali? Forse vi diranno il contrario ma, a oggi, nessun autore che ha pagato è arrivato da alcuna parte (vi prego di non citarmi Moravia perché lui, si era semplicemente autoprodotto). O meglio: se ci è arrivato lo ha fatto solo passando alle cure di un editore vero e proprio. Sarà un caso?

Non bevetevi la sciocchezza: “Per pubblicare bisogna essere famosi, ammanicati o figli di papà… oppure contribuire alle spese”. Le corsie preferenziali ci sono, per carità (in editoria come in qualsiasi altro settore), però basta entrare in libreria per verificare che le collane sono piene di esordienti sconosciuti. Invece i sostenitori della teoria del complotto, guarda caso, sono proprio quelli che vi chiedono di sborsare migliaia di euro ripetendovi che siete “imprenditori” di voi stessi. Come no (di certo c’è che loro incassano subito e voi? Voi cosa ci guadagnate? A parte le copie che ammuffiscono in cantina, ovvio).

Sappiate poi che i giornalisti e molti professionisti del settore non prendono in considerazione gli autori che pubblicano a pagamento. Anche se sono bravi? Sì, perché non farebbero mai pubblicità a chi chiede soldi per pubblicare. Al massimo si limiteranno a dare qualche consiglio per il futuro, in modo da evitare al malcapitato di ricascarci. Quindi, se volete essere presi sul serio, fate sul serio, e non scegliete scorciatoie.

Siate cauti, sempre. Prestate la medesima attenzione con gli editori, gli agenti letterari, le agenzie editoriali. I primi non vi dovranno mai chiedere una lira, al contrario dovranno pagarvi per il vostro lavoro. I secondi potranno farlo solo se vi avranno fatto firmare un contratto con una casa editrice (quindi, niente libro, niente euro), gli editor potranno offrirvi dei servizi di valutazione ma che il prezzo sia equo. L’editoria non è una scienza esatta: ci sono cattivi libri pubblicati e buoni libri che non lo saranno mai. Perciò nessuno può garantirvi che pubblicherete (a meno che a dirvelo sia l’editore!), che riceverete lauti anticipi, tanto meno che il vostro testo avrà successo. Quindi attenzione a chi vi impone onerosi editing, inutili correzioni bozze o ridicole spese di impaginazione. Un conto è migliorare il proprio lavoro, tutt’altro essere abbindolati. E se un testo ha bisogno di 3.000 euro di editing, probabilmente è brutto.