Cultura no budget? No, grazie!

Parliamo di eventi culturali – festival, fiere, convegni, incontri – sprovvisti di fondi. E lo facciamo perché prima o poi la cultura dovrà fare le cose sul serio altrimenti nessuno avrà più voglia di fare cultura. 

Festival, fiere, convegni, incontri… se la parola d’ordine è “no budget” voi rispondete: no grazie. Perché? È presto detto.

I tratti salienti del festival/convegno/rassegna no budget è che chi ci lavora sembra piovuto da una dimensione parallela. Su una retta c’è lui, sull’altra qualsivoglia risultato e o profitto. Magari è animato da grandi passioni, magari adora ciò che fa, ma ciò che fa non è organizzare eventi di successo.

Perché? Perché se questa fosse una start up, sarebbe una start down. Non ci sono fondi, non ci sono introiti, non c’è budget per pagare chi organizzerà, figuriamoci chi parteciperà, non ci sono sponsor (e se ci sono, sono “senza portafoglio” cioè non sborsano un copeco).

Pensate a vostra nonna che va a 120 chilometri orari in terza su una vecchia Micra mille. Ecco, qui è peggio. Nonostante i patrocini, nonostante i nomi altisonanti manca l’aria e mancano, soprattutto i liquidi. Soldi che non entrano, soldi che non possono uscire. Una gran fatica insomma che però non costruisce alcun sistema cultura capace di produrre bellezza, contenuti e remunerare chi ha permesso al progetto di esistere.

Non essendoci budget la macchina organizzativa claudica come un marinaio sbronzo sul ponte nel mezzo della tempesta. Il programma dell’evento arriva a tre giorni dall’evento stesso. Perché? I partecipanti più che confermare vengono incastrati. Avete idea che vergogna invitare un relatore che viene da Acitrezza e dirgli che si deve pagare trasferta, vitto e alloggio? Però succede.

Così c’è gente che invita gente e gente che manco risponde alle mail. È gratis pure il silenzio. L’ufficio stampa si aspetta che a fare comunicazione e promozione dell’evento siano gli invitati. Si sa, se fai cose gratis, sei uno che ama la “visibilità” e magari hai tanti “amici” che la amano altrettanto. Ed è inutile far sapere qualcosa a certi giornalisti, perché quelli parlano dell’evento solo se partecipano o presentano l’evento. Cioè se sono l’evento.

Come dite? La rete? I social? Sarebbe meglio non ci fossero. Perché le pagine con mille like e i post con 2 “mi piace” fanno tristezza all’università della terza età.

Pensate poi che c’è ancora gente che crea un evento su Facebook a un giorno dall’evento stesso. Pensando che basti e, soprattutto, credendo di risparmiare su volantini e mail. Si sa, un web master costa e pure un social media coso. E qui sono tutti ZeroZeroBudget in missione speciale o impossible, vedete voi.

Piccoli e grandi festival, alle volte pure validi e interessanti (talvolta molto interessanti!), per i quali non sussiste alcuna forma di sostenibilità. Progetti a perdere, alla “va o la spacca” che ogni anno più che svolgersi sopravvivono e tirano in là.

E io già lo so, già lo sento il coro di “ma se aspettiamo che ci diano i soldi non facciamo nulla!” e quindi per tutta risposta si lavora gratis, si chiede agli altri di fare lo stesso e non si chiede alcunché al pubblico perché – ammettiamolo – non si è manco sicuri ci sarà un evento, figurarsi essere certi che se sarà buono e valga il prezzo di un biglietto.

Io ho una proposta rivoluzionaria: farei i No-Event. Nessuno organizza, nessuno presenta, nessuno partecipa, nessuno lo sa. Questo sì che è l’evento no budget perfetto.

6 Risposta

  1. Il no-event: geniale. Ma gli eventi culturali a zero budget avranno sempre tanti caproni che beleranno al ritmo “la cultura non ha prezzo”. Non rendendosi conto dell’ossimoro.

  2. Ci risiamo. E’ ciclico ma non per questo meno triste e ingiusto e ahimè farcito di gente che non arriva a capire quanto la gratuità intesa come “non ti pago, non ti riconosco nulla” non porta appunto a nulla.

  3. Negli anni si sta sempre di più confondendo la gratuità di lavorare “pur di imparare” (sebbene anche la “gavetta” dovrebbe essere pagata) con la gratuità di un lavoro professionale. Ma un lavoro professionale per definizione non può essere gratuito, e alla fine si trovano degli apprendisti che non possono rendere come un professionista.
    Poca spesa, poca resa.
    Il grave è che così sembra, agli occhi di chi non sa, che gli eventi culturali in Italia si facciano comunque. Sarebbe invece corretto rifiutarsi, non organizzare più nulla gratuitamente, e dimostrare così che davvero non si investe in cultura e chiederne conto a chi ne ha la responsabilità.

  4. Eh, sì, Barbara.
    Da un lato si chiede alle persone di lavorare gratis (ossimoro). Ma si lavora anche gratis. E non si produce (contenuti a parte) perché non si chiede. A meno di non imbroccare uno sponsor che ha voglia di sentirsi colto e intelligente e allora ci mette la faccia e i soldi.
    Ma se fare cultura fosse anche un poco produttivo? Ovvio che se non ci facciamo mai una domanda, sarò difficile trovare una risposta.
    Non c’entrano i volontari, cioè braccia che danno una mano (e non fanno un lavoro specifico ma hanno voglia di dare una mano, appunto una mano).

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