BlisterNews 17 novembre

Si chiama Scacciapensieri è una raccolta di poesie dedicata ai bambini per affrontare i giorni neri /  La Academic Book Week ha incoronato L’origine della specie di Darwin miglior libro accademico / Ben tre festival a New York parlano di libri, cultura e letteratura / Anche due editori morti a Parigi il 13…

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1 Risposta

  1. El cugino del Parente, in attesa di prendere il frecciabianca delle 18:18. Di schiena.

    E qui c’è stata, dedicata ai bambini, ‘La Notte dei libri insonni’. Ma non solo…

    Rocco Ronchi, Nicola Lagioia e Giorgio Falco venerdì. Paolo Maurensig e Andrea Camilleri sabato. Miguel Syjuco – presentato come giovanissimo scrittore in quanto nato nel 1976 (?!) – domenica.
    Questo il titolo per la mia tre giorni a “L’altra metà del libro”, il Festival di quelli che leggono andato “in onda” a Genova nel fine settimana appena prescritto. E, nel caso di Camilleri, il celebre creatore di Montalbano è davvero andato in onda: impossibilitato a esserci fisicamente, ha infatti lasciato alla figlia Andreina il grato compito di ritirare il “Grifo d’Oro”, la massima onorificenza cittadina, e ha rilasciato una spassosa intervista proiettata su un piccolo grande schermo, che per l’occasione ha trasformato l’incantevole Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale in una barocca sala cinematografica.
    Lo sapevate che nel 1950 a Genova si sono svolte le Olimpiadi culturali della gioventù, e che a quelle Olimpiadi partecipò anche il nostro Camilleri? Specialità olimpica? La poesia.
    Fu quella la prima volta di Camilleri a Genova. E si sa che i primi ricordi, quando ricevono il bollino dall’emozione, sono quelli che non si scordano più. Ed è così che, ricordando, Camilleri scivola dal “luogo del cuore” (la spiaggetta di Boccadasse) al profumo del mare che “cambia da città a città”: anche ad Amburgo c’è il mare, come a Porto Empedocle, ma l’odore è un altro. E poi i suoi primi lavori in Rai, il guadagnarsi il pane come sceneggiatore e infine il successo planetario come narratore, di cui fanno massiccia testimonianza le centinaia di pubblicazioni, in decine e decine di lingue, esposte fuori dal Salone.
    Eppure tutto è partito da lì, dalle prime poesie sulle quali adesso, a novant’anni suonati, Andrea Camilleri sorvola leggero e con un sorriso sornione, lo stesso con il quale chiude l’intervista ricordando che (parole sue) “è sempre meglio scrivere che svegliarsi alle tre per andare a scaricare le casse al porto”, una sorta di aulica parafrasi di ciò che Roby Facchinetti (anche lui novantenne?) disse a Pippo Baudo quando questi gli chiese come mai lui e i suoi Pooh avessero speso tutta la vita a fare canzoni: “Per lo stesso motivo per cui tu fai il presentatore” rispose caustico Facchinetti a Baudo che lì per lì fece per non intendere. “Sempre meglio che andare a lavorare, Pippo!” E tutto fu più chiaro.
    Tutto questo sabato, a mezzogiorno, con il Sindaco Doria che in obbligo al suo ruolo istituzionale ha detto la sua a premio appena consegnato, strappando un sorriso ai presenti ricordando quanto Camilleri fosse stato signore a tratteggiare i genovesi per quello che molto spesso non sono…
    Ma ripartiamo dall’inizio, da venerdì. Il saggista Rocco Ronchi ha parlato per un’ora intera del “pasolinismo” imperante in Italia, e, detta così, si potrebbe essere fraintesi e pensare che nei confronti di Pasolini lui abbia un atteggiamento ipercritico. Non è così. In Ronchi traspare un sincero apprezzamento per Pasolini e la sua opera. L’autore di “Ragazzi di vita”, però, negli “Scritti corsari”, dice e denuncia cose già dette e denunciate prima, ad esempio, da Marcuse e l’Ivan Illich, e quando si è sforzato di apparire “altro” dall’apparato culturale italiano, è stato il suo stesso atteggiamento da entomologo (dice Ronchi, proprio così) con il quale ha condotto un amico francese tra le periferie e le borgate romane, a vanificarne l’intenzione e la fatica di dichiararsi “estraneo”.
    E allora come è possibile, si chiede Ronchi, che dopo la sua morte, l’intellettualità tutta abbia insindacabilmente finito per riconoscere un ruolo dirompente all’opera di Pasolini se, come detto prima, non è stato né originale né autenticamente fuori dal coro? Quelli che un tempo sono stati suoi critici – uno su tutti: Asor Rosa – oggi sono quasi del tutto scomparsi. E anche se la sua morte così “religiosa” – il suo martirio laico – di sicuro ha contribuito a consolidarne la figura, la risposta, per Ronchi, è nell’ideologia italiana, che, per dirla con un telegramma, è l’ideologia di tutta l’intellighenzia nostrana, intellighenzia che prima ancora che di un colore è figlia di un’unica cattiva digestione: Copernico e la modernità sono rimasti sullo stomaco per troppo tempo; e questo nostro paese, per Rocco Ronchi, è tuttora il paese della non contemporaneità.
    Subito dopo, nella stessa sala, sono andati in scena, sotto la conduzione di Andrea Cortellessa, gli scrittori Nicola Lagioia e Giorgio Falco. Il primo ha una parlata frenetica, ed è talvolta tentato – e con successo – dalla battuta sottile. L’altro, Falco, è invece tipicamente milanese: contenuto. A Lagioia servono duecento parole per riempire uno dei tanti minuti che si prende per rispondere, mentre Falco, timido e riflessivo, di minuti se ne prende pochi e scandisce pensieri e parole con educata parsimonia. Gli incipit letti da una femmina lettrice, ovviamente carina, e da un maschio lettore, ovviamente no. La ferocia VS Condominio Oltremare. Vince il primo per KO tecnico, ma… mai fidarsi (solo) del primo ascolto…
    E poi si arriva a sabato, il giorno di Andrea Camilleri, preceduto più o meno un’ora prima da Paolo Maurensig, la cui faccia sulla locandina gli ha fatto fare la figura di Guccini, quando sui manifesti delle sue tournée ci affiggeva la foto tessera di cinquant’anni prima… Ok, sto scherzando: ma proprio non mi andava di dire che Paolo Maurensig dimostra gli anni che ha.
    Di cosa ha parlato? Ma ovviamente di scacchi, la sua passione-ossessione forse passata, perché oggi confessa di nutrire un po’ di malinconia nel vedere che i suoi vecchi amici di scacchiera sono tutti anzianotti e che gli sembra ormai che gli scacchisti veri, quelli cresciuti a pane e Kasparov, non ci siano più. “Gli scacchi sono un’arte”. Oggi prevale la tecnica.
    Domenica, infine, ho chiuso con Miguel Syjuco, un affermato scrittore filippino che ha affrontato, stimolato da Alberto Manguel, l’atavico tema della responsabilità di chi scrive. Il discorso, condizionato forse da quanto successo a Parigi poche ore prima, è caduto poi sul rischio che ancora oggi lo scrittore corre di vedersi in qualche modo ingabbiata la libertà della sua parola, sul rischio della censura e dell’autocensura tutt’altro che scarso in una società che, con la “scusa” della sicurezza e del politicamente e religiosamente corretto, si chiuda in se stessa e recinti gli spazi di libertà. Rischi che a macchia di leopardo interessano varie zone del pianeta, rischi da cui anche il suo paese non è immune.
    Syjuco ha poi spiegato che nelle Filippine si fa fatica ad arginare la corruzione, i politici si fermano alle promesse elettorali, la Chiesa è impegnata a fare affari con la sanità e a mettere il naso nelle leggi statali tanto che, udite udite, il divorzio lì è tuttora vietato. Un arcipelago, quello filippino, frammentato anche linguisticamente, nel quale si contano centinaia di dialetti e tre grosse aree linguistiche una in competizione con l’altra, e dove chi scrive in una lingua non viene tradotto nell’altra, rendendo ancora più difficile riuscire ad avvicinare alla lettura una popolazione non proprio avvezza a farlo.
    Arrivati al fatidico momento del “qualcuno del pubblico vuole fare una domanda?”, la domanda m’è venuta, ma con essa anche il solito blocco emotivo che mi rende impossibile anche solo l’idea di mettermi al microfono. Avrei voluto chiedere a Miguel Syjuco, scherzosamente, se davvero fosse un filippino… E se non stesse scherzando lui, visto che un nome per un paese con una Chiesa invadente, tanta corruzione e dove nessuno legge, io ce l’ho già e non è certo il caso di andare dall’altra parte del mondo a cercarlo.
    Dove Dio imperversa, l’Uomo latita. E viceversa. Sei d’accordo con me Miguel?

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