C’è un equivoco ostinato con cui faccio i conti quasi ogni settimana: autrici e autori che passano ore a scrivere, a tagliare e a limare il loro testo. Hanno pagine e pagine di appunti, cartelle piene di “materiale”, ma se provi a chiedere che cosa sia esattamente la loro storia, la stanza si fa silenziosa. Come se scrivere tanto e furiosamente fosse la questione centrale.
Scrivere tanto e furiosamente è un allenamento prezioso, ma poi serve aggiungere un ingrediente: la chiarezza. Serve definizione, serve una direzione. E servono dei paletti, potremmo chiamarli “teoria”, io penso sia dare il nome giusto alle cose, e averle chiare in testa.
Tanto per cominciare si confonde spesso l’idea con la storia, e la storia con la trama. Il risultato è che il testo si costruisce come un cantiere senza progetto: rumoroso, costoso e scomodo da abitare.
Per chiarirci: per storia intendo la sequenza logico-cronologica dei fatti (che in narratologia chiamiamo fabula). Per trama intendo la disposizione intenzionale dei fatti che compongono la storia per generare senso, emozione e tensione (intreccio). La distinzione non è accademica: è il passaggio che separa il riassunto di ciò che accade da una narrazione che trattiene il lettore.
La domanda che manca: “Come la racconto, in che ordine, e perché?”
Quando non distinguiamo storia e trama, evitiamo la domanda decisiva. Non “che cosa è successo prima” (questo è un antefatto), non “che idea ho per un personaggio” (questo è un seme), ma: come racconto questa storia, in quale ordine dispongo i frammenti?
È qui che un testo prende forma: nella scelta consapevole di ciò che mostriamo subito, di ciò che rinviamo, di ciò che lasciamo fuori, perché il fuori campo è parte del linguaggio quanto il primo piano.
Faccio un esempio concreto. “Una donna torna al paese per vendere la casa del padre.” La storia – la fabula – potrebbe scorrere lineare, dall’eredità all’asta. La trama – l’intreccio – può invece aprirsi in medias res sull’asta in corso, retrocedere con un breve flashback, alternare presente e lettere ritrovate, far detonare la rivelazione al midpoint, portare al climax nel confronto pubblico e consegnare il payoff nell’ultima stanza vuota. Gli eventi sono gli stessi: il modo in cui li ordini cambia l’esperienza del lettore.
E se cambia l’esperienza, cioè le emozioni che prova (quindi la chimica che sperimenta), cambia lo sguardo e quindi la storia! Quello che registra, quello che ricorda, quello che lo segna o delude.
Prima di tutto: avere una storia. Qualcosa che conta, che brucia
Il primo passo, però, resta uno: avere una storia su cui ragionare. Non un tema generico (“la solitudine”), non un’atmosfera (“paesino di montagna”), non un sentimento (“amore e colpa”), ma un conflitto in atto che mette in moto un personaggio e produce conseguenze. Serve una premessa dotata di necessità e una posta in gioco chiara: cosa si perde, cosa si vince, cosa cambia se il protagonista fallisce. Senza questo nucleo, la narrazione si riduce a una cronaca di fatti, interessante come un verbale.
Qui entra anche una distinzione che salva molte stesure: storia non è antefatto. La backstory è fondamentale per l’autore, ma quasi sempre è materiale fuori scena. Se un’informazione del passato non altera la scelta presente, è meglio che resti nel quaderno degli appunti. La tentazione di spiegarci subito, “per far capire”, allunga il passo e abbassa la temperatura. Un lettore non chiede tutto subito; chiede una promessa di senso e un patto di fiducia.
Di chi è questa storia?
Un secondo abbaglio frequente: credere che una storia appartenga a chiunque la abiti. In realtà appartiene a chi decide dentro il conflitto e paga il prezzo delle conseguenze: il protagonista. Finché non lo individui, la trama resta fiacca, fuori fuoco. Il punto di vista – la focalizzazione – non è una lente neutra: è l’architettura dell’esperienza. Un io che mente, un io che non sa, un terzo limitato, un esterno onnisciente. Sono quattro romanzi diversi con scene simili (non identiche perché una scena dipende dallo sguardo sui fatti). Scegliere il POV non è estetica: è strategia narrativa.
La domanda che propongo in consulenza è semplice: “Se togli questo personaggio, crolla tutto?” Se la risposta è no, non è il tuo protagonista. Se la risposta è sì, chiediti subito: qual è il suo obiettivo misurabile, quale bisogno lo costringe a cambiare, quali forze antagoniste – interne, esterne, sistemiche – lo contrastano scena dopo scena.
Dal riassunto al racconto: quando i fatti diventano esperienza
Molti manoscritti arrivano con una buona “storia” sotto forma di riassunto. È un ottimo inizio, ma la letteratura vive in scena. Entrare in scena significa rinunciare a spiegare e costruire invece una catena di azioni, reazioni e decisioni che il lettore vede o intuisce. La trama, in pratica, è l’arte di organizzare le rivelazioni: quanto svelare, quando, a chi, con quale impatto emotivo.
Qui il lessico tecnico aiuta: innesco, punto di non ritorno, midpoint, crisi, climax, esito. Non sono caselle da riempire – i romanzi migliori non “si vedono” – ma snodi di tensione che, se ignorati, lasciano il lettore senza bussola. La tensione nasce da una promessa e dal ritardo con cui la mantieni. Non si misura in inseguimenti o colpi di scena, ma nella qualità delle scelte sotto pressione.
Scrivere insieme per decidere meglio
Scrivere è un atto solitario? Progettare non dovrebbe esserlo. Quando si lavora – in pochi, intorno a un tavolo, con testi vivi e non con teorie – le decisioni arrivano prima. Leggi due pagine ad alta voce e capisci subito dove il POV è incerto, dove l’antefatto ha usurpato la scena, dove la posta in gioco si è annacquata. La conversazione non sostituisce la scrittura: la affila. Lo scambio con pari e professionisti non serve a “mettere voti”, ma a togliere rumore e a trovare la forma giusta per quella storia, adesso.
Il cuore della faccenda
Torno all’inizio: gli autori spesso passano ore a interrogarsi sulle proprie storie senza fermarsi a definire che cosa sia una storia. Ci sta. Quando ti invaghisci di qualcuno fai di tutto per starci assieme, non ti prepari a suon di manuali d’amore (quelli dopo la delusione, semmai!). Siamo innamorati di personaggi, atmosfere, delle idee che continuano a infiltrarsi nei pensieri e cerchiamo di afferrarle e portarle sulla carta.
Quando trattiamo un personaggio come dovremmo fare con le persone care: lo osserviamo davvero e gli diamo facoltà di parola e azione. Lo mettiamo al centro del suo mondo, senza finte tutele e gli permettiamo di farci i conti, così da diventare chi è.
Ma poi arriva il momento delle decisioni consapevoli. Cosa mettere in luce, da quale angolazione, secondo che ordine, con che ritmo. Storia e trama non sono due lingue diverse: sono la stessa lingua parlata prima dalla necessità e dall’urgenza e poi dalla forma.
Di tutto questo parleremo in agenzia, in un laboratorio in presenza tenuto da me e da Chiara Deiana – editor dell’agenzia, autrice e meravigliosa formatrice – dedicato proprio al passaggio dalla storia alla trama e alle micce capaci di generare tensione e tenere il lettore dentro al testo.
Perché alla fine il punto non è “scrivere tanto”, ma decidere bene. E le decisioni migliori nascono quando la storia è chiara, la trama la onora e il lettore sente che ogni pagina lo tocca (o lo riguarda).
Sarai dei nostri? Ecco alcune info!
Programma della giornata
- 13 – 13.30: accoglienza
- 13.30: inizio laboratorio con Chiara Beretta Mazzotta
- 16.30: merenda letteraria
- 17.00: laboratorio con Chiara Deiana
- 18.30: aperitivo
Info utili
📅 Domenica 28 settembre 2025
📍 Via Giuseppe Vigoni 10, Milano
👥 Max 10 partecipanti
💶 120€ ( sconto del 15% per i corsisti di Edday)
💌 Info e iscrizioni

