Dieci miti duri a morire su libri, autori ed editori: perché crederci confonde, ma capirli aiuta a vedere quanto lavoro, intelligenza e passione tengono in piedi questo mondo fragile ma bellissimo.
Nonostante in Italia si legga poco – e, paradossalmente, molti di coloro che scrivono non siano lettori abituali – chi pubblica un libro continua a essere circondato da un’aura di meraviglia. È come se l’autore, per il solo fatto di aver scritto, vivesse in una dimensione sospesa tra il talento e il mistero. Un alieno privilegiato simbolo del potere culturale (o mediatico).
Questo accade nello stesso Paese in cui le librerie faticano a sopravvivere e le case editrici lottano per restare in equilibrio: eppure chi scrive e pubblica rimane avvolto da un fascino quasi intatto. Questa dicotomia – tra la realtà di un mercato fragile e la percezione quasi mitologica di chi i libri li crea, li pubblica o li vende – racconta bene la natura contraddittoria dell’editoria italiana. Un mondo che vive di bellezza e di crisi, di passione e di precarietà.
