Flumen

Il benzene è una struttura perfetta. Sei atomi di carbonio e sei d’idrogeno disposti agli angoli di un esagono esatto, senza sbavature, flessioni, sporcizie. È una gemma che nasce compiuta, un’astrazione della natura. Fu un rompicapo, il benzene, per gli scienziati. I chimici trascorsero notti insonni a spremere le meningi per comprenderne la struttura. Il carbonio ha quattro braccia e con ognuna di esse deve afferrare un altro atomo. È così in chimica: non si può tendere una mano al vuoto. Ora, il carbonio dà una mano all’atomo d’idrogeno che gli corrisponde, con altre due si afferra agli atomi di carbonio vicini – come nel girotondo – e fanno tre. E la quarta? Come può la quarta mano penzolare nel vuoto? Questo rompicapo non fu risolto dai calcoli complicati di una notte tormentata. L’enigma fu sciolto dormendo. Il chimico Friedrich August Kekulé von Stradonitz, disteso placidamente sul letto, sognò un serpente che afferrava la sua stessa coda e ruotava, ruotava velocissimo, cosicché la forma del rettile diventava una nuvola indistinta a forma di anello. Quella nuvola raffigurava qualcosa che non poteva essere ancora pensato, ma solo intuito con gli occhi. Così fu svelata la molecola del benzene: la quarta mano è offerta all’atomo di destra e a quello di sinistra alternativamente, ma a una tale velocità da diffondersi, spalmarsi, uniformemente nello spazio.
Le molecole non hanno pietà. Il cuore non smette di pompare il sangue, le miofibrille proseguono cieche il loro compito meccanico, il diaframma continua ad aspirare aria nei polmoni e l’architettura biologica si trasforma in una perfetta macchina di tortura. L’uomo continua a urlare, urlare e non può fermarsi, mentre le fiamme leccano la carne con l’indifferenza della tigre. Una catena d’istanti per bruciare vivo. Il sangue scorre ignaro, pompato, nei vasi sempre più piccoli, sempre più tenui, finché l’ossigeno si poggia sulle membrane, le trapassa e affonda nei tessuti, sganciando l’emoglobina. Il treno delle cellule, lanciato nella corsa del vivere, non arresta il suo slancio di fronte a una fine imminente e terribile. I neuroni, indifferenti, allestiscono nell’anima lo spettacolo di un dolore indicibile, senza testimoni, mentre un uomo brucia, cosparso di benzina.

CAPITOLO 1

Le mattine d’agosto pesano sul mondo in un modo diverso, denso. Quella mattina anche i palazzi pendevano più immobili del solito. La città sembrava sudare di continuo fino a scolare nel fiume striminzito. Una giornata liquida e quasi finta. Per il commissario Capuano era un giorno perfetto. Faceva il poliziotto, infatti, con lo spirito del vecchio teatrante. Indossava la divisa con l’equanimità dell’attore consumato che si veste da marinaio spagnolo, da gentiluomo di corte, da boia. Il suo ufficio era un palcoscenico di svogliatezza, finzione e deliziosa inutilità. Amava redigere i verbali e si disponeva a quel rito ampolloso con la solennità dei bambini quando fingono di scrivere le cose dei grandi. A volte si divertiva a rigirare nella lingua le formule burocratiche come fossero mantra. “Ottemperare agli obblighi di legge…”. “Entro e non oltre…”. Tradiva un sorrisetto privato nell’affacciarsi alle porte dei colleghi e snocciolare serioso: “Non è stata ancora approntata la modulistica…” oppure: “Prima di attuare lo stralcio della pratica, bisogna protocollare la documentazione”. Riconoscere l’insensatezza e la finzione del proprio lavoro lo rassicurava. Tanto che, nelle rare occasioni in cui non poteva negare del tutto l’utilità di ciò che faceva, restava perplesso. Quel modo di vivere, ironico e svogliato, era diventato per lui una protezione, un rifugio. Una sorta di lettiga che lo trasportava pigro e tranquillo nelle vicissitudini del giorno.
«Puoi fare qualcosa per il condizionatore? Te ne intendi?» chiese, mentre armeggiava nella vecchia auto della polizia, tentando di mettere in moto l’aria condizionata, rotta da anni.
«Dottore, bisogna attivare l’ufficio tecnico, si fa la domanda, c’è il modulo apposito…».
Capuano non replicò, deliziato da quel lessico, faceva troppo caldo. Il lungofiume era popolato da pochi corpi umani, lenti come fantasmi. Lombardo guidava anch’egli adagio e incerto, la città lo preoccupava e aveva soggezione del commissario, che sembrava così tranquillo da risultare sospetto. Era abituato a gente nervosa, pronta al rimprovero, all’urlo. Con loro riusciva a prendere le misure. Quando temeva di indispettire Capuano, questi, al contrario, sembrava divertirsi. Preso spesso in contropiede, non gli riusciva di essere naturale.
«Certo che bruciare vivi d’estate è proprio dura, eh dotto’?» disse Lombardo, rompendo il ronzio cullante del motore.
«Non è detto che sia bruciato vivo, sappiamo solo che è stato trovato un cadavere carbonizzato in un distributore di benzina. Forse ha preso fuoco una tanica, oppure è stato ucciso e poi bruciato, non so. Lo scopriremo presto» concluse Capuano, simulando certezza marziale, un’altra sua specialità

Flumen
Filippo Strumia, Elliot, p. 317 (16,50 euro)

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2 Commenti

  • Catherine Reply

    10 novembre 2012 at 22:38

    Sembra ironico, e già è molto per uno di quel miliardo di poliziotti/commissari che girovagano nella letteratura contemporanea. Oppure sono diventati (per forza…) tutti ironici? Dovrebbe quindi rivelare altre qualità nel seguito… Sembra scritto bene. Qualcuno mi racconta il finale?

  • trcap Reply

    11 novembre 2012 at 13:46

    Mi sembra che l’autore abbia un bello stile: colto, ironico e incalzante.

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