La casa sul fiume

Sonia
Quando viene da me, gli schiamazzi degli studenti in tutto il vicolo sono scemati. Più tardi i beoni si assembreranno dall’altra parte della strada, davanti al pub, il battello serale partirà per la sua ultima corsa verso ovest diretto in città, tra lo sferragliare di catene e lo scricchiolio delle chiatte. Ma questo è un momento di calma, quasi come se io e il fiume fossimo in attesa.
Arriva al portone del cortile.
«Scusa» accenna agitandosi imbarazzato, con quel suo corpo aggraziato con cui non sa ancora cosa fare. «Solo che, alla festa, tuo marito ha parlato di quell’album.»

Guardo oltre, dietro di lui. È appena iniziato febbraio, in cielo la luce si affievolisce. Nella brezza avverto gli effluvi della fermentazione al birrificio provenire dalla foce del fiume. L’odore delle arance amare di Siviglia per la marmellata che sto preparando in cucina. Come colonna sonora al ribollire nella pentola alle mie spalle ascolto Cat Stevens che canta Wild World alla radio. Il tempo vola e si impiglia nei meandri della mia mente.
Lo guardo in faccia.
«Entra» rispondo. «Certo. Ricordami…»
«L’album di Tim Buckley. È praticamente introvabile ormai, perfino su internet. Lui ha detto di averne il vinile. Ti ricordi? Lo copio e glielo restituisco.»
«Nessun problema.» Parlo come se avessi la sua età. «Fico!»Poi resto intimamente imbarazzata. Riesco a sentire la voce di Kit: «Mamma, ti prego. Non provare a parlare come se avessi sedici anni. È patetico!»
Entra. Oltrepassa il portone. Il glicine disegna uno scarabocchio di acciaio nero come il filo spinato con cui si avvolge la cima delle recinzioni carcerarie. Mi segue dentro il cortile e supera la soglia dell’ingresso. Il profumo delle arance si mischia all’odore della cera per pavimenti che usa Judy. Lui entra in cucina. Si affaccia alla finestra, guarda il fiume. Poi si gira per rivolgersi a me. Non lo nego, mi sfiora il pensiero che sia venuto perché magari mi trova attraente. Ragazzi giovani e donne adulte, in giro si sentono spesso storie di questo tipo. Mantengo il controllo, però.
«Stavo proprio per farmi un bicchiere» dico, abbassando il fuoco sotto la marmellata che ribolle ormai furiosamente ora che ha raggiunto la giusta consistenza. «Fammi compagnia.» Di solito non bevo prima delle sei, ma gli agito davanti come un’irresponsabile le bottiglie di vodka – gli adolescenti adorano la vodka –, la birra di Greg, tiro fuori perfino una bottiglia di vino rosso che avevamo messo da parte anni fa, in attesa che invecchiasse per essere pronta in occasione del ventunesimo compleanno di Kit.
Lui fa spallucce. «Okay,» risponde «se hai intenzione di aprire qualcosa.»
«Tu cosa vorresti?» insisto. «Forza, proponi.»
«Il rosso, allora.»
I ragazzi della sua età parlano, una volta che li spingi a farlo. L’ho scoperto con gli amici di Kit che per anni entravano e uscivano da casa nostra, giorno e notte, prima che lei andasse via. Quei ragazzi tutti brufoli, piedi grandi e capelli davanti agli occhi. Muti, non fosse per i ‘per favore’ e i ‘grazie mille’ inculcati nelle loro teste dai genitori. Bisognava spronarli, citare qualche band per farli parlare. Jez è diverso. Con Jez non è necessario tentare. È facile andarci d’accordo. Per essere un adolescente è piuttosto spensierato. Penso dipenda dal fatto che vive in Francia. Oppure perché sentiamo di conoscerci, malgrado ci siamo parlati a malapena finora.
Si allontana dalla finestra per mettersi seduto al tavolo della cucina, un piede sulla gamba opposta, la grossa suola delle sue scarpe da ginnastica quasi sulla mia faccia. Questi ragazzini di oggi, questi uomini-bambini, non esistevano quando io ero piccola. Si sono evoluti da allora. Con il loro bel patrimonio genetico, si sono adattati meglio al mondo moderno. Più alti e più piazzati. Più delicati. Più dolci.
«Questa casa è una forza. Proprio sul fiume. Io non la venderei.» Tracanna metà del bicchiere in un unico sorso. «Anche se deve valere una bella fortuna.»
«Ah, be’, non ho idea di quanto possa valere, sinceramente» replico. «Era della mia famiglia. I miei ci hanno abitato per anni, praticamente per tutta la durata del loro matrimonio. L’ho ereditata alla morte di mio padre.»
«Fico.» Con un’altra sorsata finisce il vino. Gli riempio di nuovo il bicchiere.
«Questo è il genere di posto dove vorrei vivere» ribadisce. «Sul Tamigi, un pub a due passi e il supermercato appena più in là. C’è tutto. Negozi di musica. Eventi pubblici. Perché trasferirsi?»
«Io non vado da nessuna parte» lo rassicuro.
«Ma tuo marito, alla festa, lui…»
«Non lascerò mai la casa sul fiume!»
L’esclamazione mi è uscita più brusca di quanto intendessi. Ma mi giungono alle orecchie cose che non mi piacciono. Greg pensa che dovremmo trasferirci, certo, ma ancora non siamo d’accordo sulla questione. «Non lo farei mai. Non potrei mai farlo» aggiungo con maggiore calma.
Lui annuisce.

La casa sul fiume
, Penny Hancock, traduzione di Elena De Giorgi, TimeCrime, p. 360 (10,00 euro)

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