La stanza segreta di Anna Frank

Credo di essere ancora vivo.
Ma non ne sono sicuro.
Sono malato.
Devo per forza esserlo, visto che sono disteso. Non abbiamo mai il permesso di stenderci.
Nel campo non esiste riposo.
Dovrei essere a trasportare pietre su per i gradini della cava. Ci vuole molto per arrivare in cima. Non so mai se ce la farò. Se qualcuno davanti a noi cade, cadiamo tutti… a meno di non essere svelti. A volte le guardie aspettano che uno di noi sia arrivato all’ultimissimo gradino, già convinto di poter mettere giù il suo fardello, sollevato all’idea di liberarsene. È allora che ci allungano un calcio per rispedirci in fondo. E noi cadiamo come le tessere di un domino.
È l’unico ricordo che ho, io che precipito lungo il fianco della cava. Il mio corpo sballottato. Sento gli altri corpi che mi cadono addosso. Vengo schiacciato, corpi scheletrici su altri corpi scheletrici. Siamo tutti talmente aguzzi, adesso. Mi scrocchiano le ossa. Sto soffocando. Poi quei corpi mi vengono tolti di dosso, i morti spinti da parte dai vivi. Posso respirare. Le mie ossa tornano al loro posto con uno scricchiolio. Sono vivo e devo alzarmi, altrimenti verrò ammucchiato insieme ai cadaveri. Cerco di rimettermi in piedi.
Posso capire che le guardie ridano di me. Sembro una marionetta. Uno scheletro di marionetta con tutti i fili recisi. Mi alzo in piedi. Cammino. Vado avanti. Ma so che in realtà sono ancora morto a terra, che ogni giorno muore un pezzo di noi. E noi lo lasciamo morire. Dobbiamo per forza… per sopravvivere.
Presto verrà qualcuno a svegliarmi e l’incubo ricomincerà.
Sto aspettando la parola, quella parola: Wstawać.
Sveglia.
Se quel qualcuno arriverà, allora dovrò alzarmi in piedi e lavorare, oppure morire.
Forse sto già morendo.
Tutti moriamo alla fine, non c’è via d’uscita.
E adesso è il mio turno.
È un sollievo.
Il problema di quando si è distesi è che tornano in mente i ricordi. Continuano ad arrivare, facendomi tornare alla memoria chi sono.
Il mondo.
La mia vita.
Gli ebrei tedeschi hanno una parola per dirlo.
Heimweh.
La nostalgia di casa. Cerchiamo di evitarla se possiamo. Può essere fatale.
Sento caldo. Mi fa male la testa. Ho il corpo tutto dolorante. Queste sono solo parole, non spiegano il dolore. O il macinare di ossa contro ossa. Non ci sono parole per una pena come questa.
Però i ricordi sono ancora peggio: immagini di un tempo precedente. Di un tempo che devo rinnegare, in modo che quando verranno a svegliarmi io possa andare avanti. Mettere un piede davanti all’altro, fingendo che esista solo questo momento, questo giorno, questa notte da superare… e sopravvivere.
Per raccontare la mia storia.
Ma i ricordi persistono; premono ai confini della mia capacità di resistenza. Straripano.
C’era una ragazza, giusto? C’era un posto.
Un posto dove le foglie cadevano come monete d’oro da un albero nell’acqua, una scena che osservavamo dalla finestra della soffitta… e prima ancora c’era una casa, una strada, un mondo, una ragazza che amavo…

La stanza segreta di Anna Frank,Sharon Dogar, traduzione di Valeria Galassi, Newton Compton, p. 288 (9,90 euro)

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