BookBlister
La gioia
CINEMAFilm

La gioia

💊💊½ (due pillole Blister e mezzo su 5)

C’è una grande casa dietro a un cancello di ferro.
Un giardino.
Nel giardino, una conigliera.

Dentro la casa – che appartiene evidentemente a due persone anziane – c’è un corridoio su cui si apre una stanza, la porta è spesso aperta.
Nella cameretta ci sono un letto, una scrivania, qualche ninnolo, una televisione che, quando è accesa, rimanda le immagini di un videoclip della colonna sonora de Il tempo delle mele.

Solo che non ci abita una ragazzina.
Ci abita una donna adulta.

La psicologia ambientale parla di place identity: la congruenza tra l’immagine che una persona ha di sé e il luogo in cui vive. Gli spazi che abitiamo ci rappresentano, funzionano come un vestito. Restituiscono agli altri un’immagine di come vogliamo apparire o di come siamo, a seconda che quel luogo sia tutto nostro o sotto gli occhi di tutti.

La stanza di Gioia (Valeria Golino) racconta un tempo fermo, l’adolescenza non vissuta. Una vita rimasta in sospensione dentro la casa dei genitori.

È infatti una donna adulta, un’insegnante, una figlia unica che ha rinunciato a vivere da sola perché si prende cura, insieme alla madre, del padre malato. O forse, semplicemente, perché va bene così. Perché non poteva immaginarsi altrove. Perché nessuno ce l’ha portata, altrove.

Ogni giorno scorre come quello precedente: lezioni, studenti, colleghi, conigli, genitori, qualche amica.
Finché nella vita di Gioia – una Valeria Golino trasfigurata ma sempre magnetica – entra Alessio (Saul Nanni).

Alessio vive in una casa spoglia e la sua stanza è invece sempre chiusa a chiave.
Dentro c’è qualcosa da proteggere: un sé privato oscuro, fatto di travestimenti, bugie e violenze.

Alessio è un ragazzo (sedici? Diciassette? Non è chiaro) ma è logorato come un adulto che ha macinato troppa vita. Una vita prepotente, che chiede molto a chi la vive.

C’è uno zio (Francesco Colella) – che uno zio non è – che lo sfrutta e si lascia sfruttare, lo desidera e cerca di dominarlo, accettando a sua volta di essere dominato pur di trattenerlo.
C’è una madre (Jasmine Trinca), che madre lo è davvero, ma che ama questo figlio bellissimo e sofferto come farebbe un’amante con l’uomo che la mantiene: lo sfrutta per farsi dare i soldi per i capricci, per fermare il tempo, per riempire una vita fatta di niente.

Per qualcuno, in questa storia, i soldi sono tutto: la misura del proprio valore, il potere, la possibilità di cambiare vita.
Per altri non servono a nulla, perché ciò che si desidera non si può comprare.

Alessio vuole i soldi, Gioia vuole essere amata.
E così la tragedia è servita.

Chi manipola chi?

Si esce dalla proiezione come da un naufragio, da sopravvissuti. Nonostante il film regali diversi momenti lievi: Gioia, per buona parte della storia, fiorisce vivendo l’adolescenza che non ha mai vissuto. Alessio ha una dolcezza, a tratti, travolgente. Ci sono due o tre trovate che strappano persino qualche risata (e anche un’immagine che richiama il cinema hitchcockiano – il celebre bacio tra Ingrid Bergman e Cary Grant in Notorious – qui il desiderio è un vento che invade gli spazi domestici, ne rompe l’equilibrio e rende attraversabili i confini).

Ma quando si sorride – per poco – per questo amore assurdo, tocca fare i conti con il fatto che si tratti di un’insegnante e di un ragazzino. Siamo ben lontani dall’irriverenza sovversiva di Harold and Maude (1971). Qui abbiamo un giovane manipolato dagli adulti che finisce per manipolare un’adulta, incapace a sua volta di vederlo per ciò che è – un ragazzo nel baratro – ma solo per ciò di cui ha bisogno.

La gioia di Nicolangelo Gelormini – la sceneggiatura ha vinto il Premio Solinas nel 2021 – prende liberamente spunto da un fatto di cronaca avvenuto nel 2016: l’omicidio di Gloria Rosboch, un’insegnante di 49 anni di Castellamonte (Torino). A ucciderla fu Gabriele Defilippi, un suo ex studente, insieme a un complice, che spacciandosi broker e proponendole un investimento immobiliare le estorse 187.000 euro e si liberò di lei quando pretese di riavere i soldi indietro.

Nella realtà Defilippi è quindi un ventunenne e la relazione con la vittima non nasce nel contesto scolastico: la conoscenza pregressa diventa semmai uno strumento per manipolare Gloria Rosboch con maggiore facilità.

Il film sceglie quindi di raccontare non una donna adulta che si fa abbindolare da un ragazzo giovane, ma un’insegnante che abusa di un proprio allievo. Un allievo idealizzato nell’acume, nel talento e nella bellezza.

Nella realtà è poi Defilippi che estorce il denaro a Gloria Rosboch. Nel film è Gioia che lo offre ad Alessio, non tanto per realizzare il sogno del ragazzo, quanto per farne parte. I soldi, da obiettivo, diventano uno strumento: un modo per trattenere, per non essere esclusa. Per restare.

È un cambio di pesi (e di potere) e di senso tutt’altro che secondario, perché sposta l’asse della responsabilità e modifica radicalmente la percezione dei personaggi.

Quando lo sguardo si fa incerto

È interessante osservare il contesto in cui cresce Alessio e la relazione con la madre – Trinca è bravissima a darci la misura dello squallore e del vuoto – c’è il tentativo di mostrare come un’educazione affettiva malata e manipolatoria possa deformare un essere umano. Quanto l’umiliazione, lo sfruttamento e il degrado possano rendere pensabili azioni atroci per la sopravvivenza.
Ma questo non è sorprendente.

Vediamo Gioia scongelarsi, mettere dei confini alla relazione invischiante con i genitori. Vediamo Alessio mettersi alla prova, imparare, perché essere visto vuol dire esistere senza dover fare qualcosa in cambio. Tutto si rompe quando l’adulta qualcosa pretende.

Ma la storia non ha forse il coraggio di imboccare davvero la strada più scomoda. Alla fine emerge soprattutto il ritratto di un angelo caduto, in parte idealizzato, che suo malgrado compie il peggio, e una donna che ha smarrito il senso di sé e viene travolta dagli eventi.

Sarebbe stato ben più coraggioso portare fino in fondo lo sguardo su Gioia, che incarna l’archetipo dell’innocente e si rivela invece, la presenza più distruttiva.

Perché per qualcuno, in questa storia, i soldi sono tutto: la misura del proprio valore, il potere, la possibilità di cambiare vita.
Per altri non servono a nulla, perché ciò che si desidera non si può comprare. Finché un giorno, sembra possibile farlo.

Gioia non è poi così diversa dalla madre di Alessio. Cambia la posizione, cambia il suo linguaggio emotivo. Ma entrambe chiedono. Entrambe usano il denaro come strumento relazionale. Tutte e due mettono al centro sé stesse.

Perché vederlo se scrivi

È un film che mostra con chiarezza quanto le scelte di rappresentazione determinino il modo in cui percepiamo i personaggi. Non solo sul piano emotivo, ma anche su quello morale.

Gli elementi con cui un autore decide di costruire una figura – l’età, la fragilità, il contesto familiare, la vulnerabilità, il desiderio – influenzano inevitabilmente il giudizio dello spettatore. Cambiano il peso che attribuiamo alle azioni, la responsabilità che riconosciamo, la posizione di vittima o di colpevole che siamo disposti a concedere.

Qui poteva accadere qualcosa di molto interessante: lo spettatore avrebbe potuto oscillare continuamente tra empatia e disagio, comprensione e rifiuto. In parte succede, ma non fino in fondo. A un certo punto il film prende una direzione più incerta, meno radicale.

Ed è proprio questo a renderlo utile per chi scrive.
Perché permette di vedere quanto sarebbe stato potente se quella ambivalenza fosse stata portata fino alle estreme conseguenze.

La gioia obbliga comunque a porsi una domanda scomoda: quanto siamo disposti a perdonare un personaggio quando il suo bisogno ci commuove? Quanto siamo disposti a giustificarlo, e soprattutto a non vedere?

O, peggio: quanto siamo disposti a giustificarci e a perdonarci?

Credits

Regia: Nicolangelo Gelormini
Con: Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella, Betti Pedrazzi
Soggetto: tratto dall’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento di Gioia Salvatori e Giuliano Scarpinato
Sceneggiatura: Benedetta Mori, Giuliano Scarpinato, Chiara Tripaldi
Fotografia: Gianluca Palma

Related posts

Due giorni, una notte

Se solo potessi ti prenderei a calci

Chiara Beretta Mazzotta

Anteprima 3 Generations – una famiglia quasi perfetta

Privacy Policy

Questo sito web utilizza i cookie per fornirti la migliore esperienza di navigazione. I cookie rimangono nel tuo browser e sono utili per riconoscerti quando torni sul nostro sito. Aiutano quindi il nostro team a capire quali pagine e sezioni del nostro sito potrebbero interessarti di più.