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Yellow letters
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Yellow Letters

💊💊💊💊 (quattro pillole Blister su 5)

Aziz (Tansu Biçer) e Derya (Özgü Namal) sono una coppia, nella vita e nell’arte. Lui, oltre a insegnare all’università di Ankara, scrive le pièce che lei porta in scena. E uno sceneggiatore e un’attrice portano inevitabilmente nel proprio lavoro anche le questioni politiche con cui fanno i conti ogni giorno.

La lotta per la libertà, per il diritto di manifestare e di dire la propria. Il rifiuto della guerra.

In un Paese come la Turchia, però, queste libertà hanno un costo preciso. Lo scoprono quando ricevono le lettere gialle che danno il titolo al film. Il potere politico impiega poco a licenziare Aziz e molti dei suoi colleghi docenti, e a interrompere lo spettacolo di Derya fino a escluderla completamente dal teatro.

Le accuse sono minime, quasi irrilevanti nella loro formulazione. Aziz ha suggerito a uno studente di partecipare alle manifestazioni pacifiste, un gesto che rientra nel suo modo di stare dentro la realtà prima ancora che nel suo ruolo accademico. Derya paga il rifiuto di prestarsi a una fotografia con il governatore.

A questa famiglia – insieme alla figlia quattordicenne Ezgi (Leyla Smyrna Cabas) – resta solo provare a difendersi dalle accuse di aver attaccato il regime di Erdoğan e, nel frattempo, tentare di sopravvivere. Perché la tecnica del potere è quella di sfiancare gli oppositori: togliere il lavoro, renderli invisi, isolarli socialmente e costringerli ad aspettare. Giorni, settimane, mesi.

Aziz, Derya ed Ezgi trovano riparo a Istanbul, a casa della madre di lui (İpek Bilgin), una donna brillante e generosa. Una femminista che sostiene la famiglia con discrezione, senza mai tirarsi indietro.

Sopravvivere senza denaro, senza lavoro, sentendosi ospiti e continuamente in debito, incrina ogni equilibrio. Come non è semplice fare i conti con la famiglia di origine di Derya, né smettere di essere ciò che si è sempre stati. Mettere da parte il proprio lavoro, la propria voce, le proprie passioni, significa mettere in discussione la propria identità.

E dentro questa pressione si apre la frattura più delicata: il desiderio di cambiare il mondo attraverso la propria arte entra in attrito con il bisogno di sopravvivere. A Derya viene offerta la possibilità di tornare a lavorare, ma a condizione di rinunciare alle proprie posizioni. È una scelta che non resta individuale, ma investe la coppia, il loro legame, la loro idea di sé.

La repressione come sistema di relazioni

İlker Çatak chiarisce fin dai primi fotogrammi la natura del progetto. Girare in Turchia non era possibile e il film lo esplicita: Amburgo prende il posto di Ankara, Berlino  quello di Istanbul. Non è un dettaglio produttivo, ma una dichiarazione che colloca il film dentro il suo stesso oggetto.

La regia lavora su un principio preciso: mostrare come un sistema di potere agisca attraverso le relazioni. Non solo nelle istituzioni, ma nella vita quotidiana. Famiglia, amicizie, lavoro, vicinato diventano i luoghi in cui l’illibertà si manifesta.

Il potere non ha bisogno di un’esibizione costante della forza. Disinnesca. Toglie possibilità, restringe lo spazio d’azione, modifica i comportamenti. E soprattutto spinge le persone a collidere tra loro. Gli equilibri saltano sul lavoro, tra colleghi che fino a poco prima condividevano la stessa posizione. Il conflitto entra nelle case, nelle relazioni affettive, nelle dinamiche familiari.

La lotta non resta esterna, ma si interiorizza. Chiede a tutti di prendere posizione, di scegliere, di perdere qualcosa. Non lascia zone neutre. In questo senso, il film mostra bene quanto sia difficile continuare a essere se stessi quando il contesto rende quella identità sempre più costosa.

Perché vederlo se scrivi

Il punto più interessante, sul piano narrativo, sta nella costruzione del conflitto tra Aziz e Derya.

I due personaggi partono dalla stessa posizione. Condividono valori, visione politica, lavoro, relazione. Sono allineati. E proprio per questo la loro traiettoria è più complessa.

Il film lavora su una dinamica meno frequente rispetto a quella più canonica. Non mette in scena due poli opposti che si avvicinano, ma prende due personaggi inizialmente concordi e li sottopone a una pressione progressiva. È il contesto a produrre la divergenza.

Questa scelta ha conseguenze molto precise sulla costruzione dell’arco. Il conflitto non arriva come ostacolo esterno tra due posizioni già definite, ma emerge dall’interno della relazione. Le differenze non sono dichiarate all’inizio, si formano nel tempo, mentre i personaggi cercano di adattarsi a una situazione sempre più estrema.

È qui che il film diventa interessante per chi scrive. Perché mostra come si possa partire da una coppia apparentemente solida e usarla come campo di tensione. Non serve costruire il conflitto su opposizioni evidenti fin dall’inizio. Si può lavorare sulla crepa, sulla divergenza che nasce sotto pressione.

Questo permette di costruire un arco tragico in cui il punto non è arrivare a una ricomposizione, ma osservare la perdita di un equilibrio. E rende il conflitto più incisivo, perché mette in discussione non solo le scelte dei personaggi, ma l’idea stessa di ciò che erano insieme.

Credit

Titolo originale: Gelbe Briefe
Regia: İlker Çatak
Sceneggiatura: İlker Çatak, Ayda Çatak, Enis Köstepen
Interpreti: Özgü Namal, Tansu Biçer, Leyla Smyrna Cabas, İpek Bilgin, Yusuf Akgün, Kerem Can, Aziz Çapkurt, Ömer Filikci, Eray von Egilmez
Produttore: Ingo Fliess
Distribuzione: Lucky Red
Fotografia: Judith Kaufmann
Montaggio: Gesa Jäger
Musiche: Marvin Miller
Durata: 128 minuti
Produzione: Germania, Francia, Turchia (2026)

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