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Un'ottima famiglia Stefania Andreoli Rizzoli
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Un’ottima famiglia – Stefania Andreoli

Giulia se lo chiede: per quale motivo si trova lì? Cosa vogliono? Che cosa potrebbe mai avere di così importante da dire, lei che non ha visto nulla?

In effetti, la situazione non è semplice. Si trova al commissariato. Davanti a lei ci sono due poliziotti che le rivolgono una serie di domande riguardo a quello che è accaduto alla festa di compleanno di Filippo.

Perché qui c’è una famiglia, una famiglia all’apparenza perfetta, che stava festeggiando il compleanno del figlio più piccolo. Filippo ha solo otto anni… E siamo in una comunità di persone tranquille, in cui tutti più o meno si conoscono, condividono le stesse strade, gli stessi giardini e sbirciano gli uni nelle case degli altri.

E i Costa sono benvoluti da tutti, forse persino invidiati.

Il signor Costa è un uomo che lavora tanto, in banca per giunta, ed è il direttore: una persona che occupa uno spazio prestigioso, sempre molto padrone della situazione, uno che sa prendersi cura di sé e della propria famiglia, perlomeno così sembra. E non importa che qualche volta perda la pazienza e che, forse, magari, sia stato anche un po’ brusco con i propri figli.

E lei, la signora Costa, è un’infermiera. Sì, vabbè, qualcuno ha detto che ogni tanto è un po’ sadica e ritarda la somministrazione degli antidolorifici… ma come si fa a non ricordarsi del suo ruolo durante il COVID, quando si faceva in quattro e aiutava tutti? È anche una persona così organizzata e ordinata: tutto è perfetto in casa sua.

Peccato che proprio in quella casa sia successo qualcosa di terribile, e che suo figlio più piccolo sia finito accoltellato con il coltello della sua torta di compleanno.

Il punto di vista che coinvolge

Stefania Andreoli prende una situazione che ci ricorda molto da vicino Adolescence, la serie televisiva di cui tutti hanno parlato l’anno scorso. Ma questa volta, non vediamo un padre e un figlio alle prese con un interrogatorio a seguito di un omicidio di una minorenne. Vediamo una ragazza di diciassette anni, un’amica di famiglia, che si trova a deporre sull’accoltellamento di un bambino che conosce molto bene.

La scelta del punto di vista è indubitabilmente decisiva, perché questo sguardo vicino ai fatti di sangue, coinvolto e partecipe, ci permette di essere altrettanto coinvolti e partecipi. Giulia è amica di Cristian, il fratello maggiore di Filippo, il bambino accoltellato. Gli vuole bene, vuole bene anche ai Costa, anche se alle volte non li sopporta, perché sono troppo perfetti rispetto alla sua famiglia. Ai suoi genitori separati, alle urla, a tutte le cose che in casa sua non sono state a posto mai. Però di lei si sono occupati, l’hanno anche aiutata, sia lei sia sua mamma, quando passavano un brutto periodo e c’erano problemi con i soldi…

Forse anche per questo si smette di guardare davvero. Ci si fissa su alcuni pezzi del puzzle, perdendo il senso, incapaci di acciuffare l’immagine nel suo insieme.

Cosa fa vedere la narrativa

Le persone per bene non amano sentirsi dire come devono comportarsi. Non ricordo chi lo abbia detto, ma penso che valga anche per le famiglie per bene.

Ecco perché Un’ottima famiglia è un esempio limpido di quanto la narrativa consenta di fare rispetto a un genere meraviglioso come la saggistica, che qui avrebbe però reso le cose di sicuro più complicate, perché probabilmente avrebbe attivato tutta una serie di barriere di difesa nel lettore.

La saggistica ti spiega qualcosa sul mondo e sulla vita e condivide questo sapere attraverso moltissimi espedienti, tra cui appunto anche le narrazioni. Ma ti chiede di accogliere una posizione, e qui sarebbe stata una posizione scomoda: accettare che alcune famiglie che appaiono ottime, nelle quali non si litiga, non si confligge, non si discute, si cerca di eliminare ogni attrito, ogni conflitto… famiglie dove si tiene profondamente all’educazione, alla correttezza, ai risultati scolastici, alla propria presenza, all’opinione che le persone hanno di sé ottime non lo sono affatto.

Perché proprio qui, dove all’apparenza vorremmo stare tutti, è meglio che non ci sia nessuno, dato che le persone in questi spazi smettono di esistere come interi.
Vivono soltanto come brandelli di sé, accettabili solo se mutilate, se capaci di omettersi, di negare le parti scomode. Finché queste parti diventano così ingombranti che tocca fare qualcosa per liberarsene o per farle diventare tanto evidenti che non sia più possibile ignorarle.

La narrativa, invece, condivide un punto di domanda sulla vita e sulle cose e ti permette di fare un viaggio insieme con i personaggi che sono coinvolti nella vicenda. La narrativa ti domanda qualcosa e ti ingaggia nel cercare di capirla, e lo fa attraverso l’espediente più incredibile: ti permette di vivere questo viaggio a caccia della risposta. E se, mentre insegui un “e adesso cosa accadrà” o un “perché è accaduto”, provi delle emozioni, abbassi anche le difese e ti permetti di accogliere anche un punto di vista, una tesi, che altrimenti sarebbe davvero indigesta.

Ricostruire è guardare

La sfida era cimentarsi con una narrazione molto complessa. Perché Giulia è una protagonista-testimone che si trova nella difficile situazione di dover più e più volte ricostruire un mondo – attraverso delle deposizioni –, rievocandolo. Il pericolo di resocontare tutto e di fare la lezione al lettore era quindi estremamente elevato. Ma non accade.

Sulle prime avvertiamo talvolta qualche difficoltà a trovare la centratura nello sguardo. Nel senso che, in lettura, ogni tanto ci pare che Giulia sia parecchio più grande della sua età, senza nulla togliere al fatto che sia una persona estremamente sensibile, intelligente e la più matura di tutte quelle che vengono portate sulla pagina.

A poco a poco questa lieve stonatura si attutisce, perché la storia e la vicenda ti portano nella pagina e, quando poi le cose entrano nel vivo, ormai è troppo tardi: siamo dentro il meccanismo e vogliamo capire.

Resta il fatto che Giulia con il suo il ricostruire – in senso letterale –, il suo guardare per davvero, ci costringe a fare lo stesso: a mettere insieme i pezzi e soprattutto le responsabilità. Ed è un esercizio che richiede la giusta preparazione: ci vuole fiato per certi sforzi. E alla fine, quando lo si trova, quando si affronta la traversata e si attraversa il dolore, resta qualcosa che non si ricompone più.

Non è più possibile guardare allo stesso modo quella perfezione. Perché smette di apparire come un modello e comincia a rivelarsi per quello che è: uno spazio in cui alcune parti non trovano posto e prima o poi terremotano tutto il resto.

Un’ottima famiglia, Stefania Andreoli, Rizzoli

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