💊 (una pillola Blister su 5)
La lezione è un film così sbilenco e sfilacciato che non si sa bene da dove partire.
Quel che è certo: siamo a Trieste, Elisabetta (Matilda De Angelis) è un’avvocata e la incontriamo mentre è alle prese con una causa che vede il suo assistito, il professor Angelo Valder (Stefano Accorsi), accusato di aver molestato e violentato una donna. Ma ecco che questa ritratta e l’imputato viene assolto.
Però il caso, forse, non è risolto…
A Trieste sta per iniziare la Barcolana ed Elisabetta – che ha il conto in rosso – decide di affittare il suo appartamento e di ritirarsi in campagna nella casa che fu dei suoi genitori. Capiamo presto, però, che la protagonista non ha solo problemi economici: in passato è stata vittima di abusi. Daniele (Marlon Joubert), il suo ex, era violento, ossessivo, ed è stato accusato di stalking e allontanato.
Ma la vicenda non sembra affatto conclusa: Elisabetta ha la sensazione di essere seguita e osservata. Sente La canzone dei vecchi amanti, nella versione di Franco Battiato, il brano con cui Daniele la ossessionava. Fatica a mantenersi lucida e avverte ostilità nelle persone che ha intorno, certa che tutti sminuiscano le sue angosce.
A complicare ulteriormente la situazione arriva Valder, a cui non basta essere stato scagionato e aver recuperato la cattedra, ma vuole intentare una causa contro l’università perché lamenta di subire mobbing.
E fin qui, per il pubblico c’è una qualche speranza…
Un thriller confuso
Nelle intenzioni, probabilmente, il film voleva parlare di quanto sia difficile essere credute quando si subisce una violenza, e di come proprio questo mancato riconoscimento finisca per sommarsi al gaslighting degli uomini che manipolano e maltrattano. Il risultato? Non ci si fida più di nessuno, neppure di sé stesse.
Solo che gli spettatori più che alle prese con il dubbio – Elisabetta è lucida o ha esagerato i comportamenti di Daniele? Daniele è davvero uno stalker? Valder è innocente o nasconde qualcosa? – si trovano a fare i conti con l’insensatezza.
Il film inanella infatti una serie memorabile di scelte assurde e azioni implausibili. Una donna che teme per la propria vita si va a rintanare in una casupola tra i boschi (non è un horror B-movie e lei non è bionda!)? Si fa accompagnare da un collega restando sola e senza auto in un posto isolato? E poi perché non chiama la polizia quando sarebbe ovvio farlo? Ed è in grado di trascinare un corpo quando la scena lo richiede, poi non lo è più, poi sì… e, comunque, non si sa perché lo faccia.
I personaggi agiscono spesso senza una logica, come se non ci fosse un confine tra comportarsi in modo contraddittorio – perché portati all’estremo, perché spinti da una situazione di insicurezza e di indecisione – e fare cose del tutto a caso.
La recitazione è sopra le righe ma sono i dialoghi il pasticcio peggiore. Clamorosi quelli di Valder – un Accorsi che sembra voler fare la controfigura di un omino di Magritte – che filosofeggia fuori e dentro l’aula. Anche l’ex compagno di classe che chiede a Elisabetta un consiglio legale e se ne esce con una battuta come “pensa alla tua parcella e raddoppiala” infilato a caso (sottotrama che peraltro svanisce).
Alla fine della proiezione restano lo sgomento e una certa ilarità (soprattutto in una scena in cui Valder incita Elisabetta a compiere un gesto violento contro di lui), ma resta anche la sensazione piuttosto problematica di un film che parla di violenza e finisce per suggerire non tanto che la vittima abbia inventato tutto, quanto che sia più malata del suo aggressore.
Ed è forse questo l’aspetto più problematico. Perché un film che vorrebbe interrogare la solitudine di chi subisce violenza finisce per produrre un effetto ambiguo: invece di mettere a fuoco il dispositivo della sopraffazione, concentra il sospetto sulla vittima. Così il tema resta dichiarato, ma il film lavora in un’altra direzione.
Perché vederlo se scrivi
Per ragionare su una questione fondamentale della narrazione: la plausibilità delle scelte di un personaggio quando viene messo alle strette.
Spingere qualcuno all’estremo è sempre narrativamente interessante, soprattutto quando si tratta di un personaggio che parte dalla parte della ragione, che è una vittima e che dovrebbe essere tutelata. Il passaggio in cui quella stessa persona può diventare aggressiva per difendersi è uno snodo potente: racconta quanto la violenza deformi le relazioni e quanto la paura possa trasformare le persone.
Ma proprio per questo è uno dei passaggi più delicati da costruire. Quel ribaltamento richiede una grande precisione dello sguardo e della messa in scena. Basta un dettaglio sbagliato, una scelta non plausibile, un comportamento che non regge, e tutto il meccanismo si rompe. Lo spettatore non legge più la trasformazione di una vittima che reagisce: vede solo un personaggio incoerente o un film che non sa bene cosa sta raccontando.
Ed è esattamente quello che succede qui.

Credits
La lezione
Regia: Stefano Mordini
Con: Matilda De Angelis, Stefano Accorsi, Marlon Joubert, Eugenio Franceschini
Soggetto: tratto dal romanzo La lezione di Marco Franzoso
Sceneggiatura: Stefano Mordini, Luca Infascelli
Direttore della fotografia: Luigi Martinucci
Produzione: Picomedia, Vision Distribution
Produttore: Roberto Sessa
Italia, 2026

