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Tre nomi
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Tre nomi – Florence Knapp

Cora ha un compito quella mattina: andare a registrare il nome di suo figlio appena nato. Questo è ciò che si aspetta da lei Gordon, il marito, medico stimato e membro rispettabile della comunità che nasconde, però, una natura ben diversa.

Così Cora, con la figlia Maya di nove anni, si dirige all’ufficio anagrafe. Il nome lo ha scelto suo marito, che lo vuole chiamare Gordon come lui. Ed è a questo punto che l’autrice, Florence Knapp, costruisce tre storie diverse, tre storie possibili, sulla base di un cambiamento che potrebbe apparire minimo: il nome.

Infatti, in una storia Cora decide di chiamare il bambino con il nome che Maya avrebbe scelto per suo fratello. Nella seconda linea Cora sceglie il suo nome preferito. Nella terza, invece, aderisce alla volontà del marito e lo chiama appunto Gordon.

Ma ciò che la disturba di più è che dovrà versare la bontà di suo figlio nello stampo di quel nome, sperando che il bambino sia abbastanza forte da trovare la propria forma all’interno.

La scelta di triforcare il romanzo in tre è sicuramente ardita, ma l’autrice non si limita a questo perché decide di raccontare queste tre storie, che sono a tutti gli effetti tre romanzi affiancati, saltando di sette anni in sette anni, una scelta che giustifica sulla base della credenza (scorretta) che un essere umano si rinnovi completamente a livello cellulare ogni sette anni. Ciò che conta per Knapp è attraversare le vite dei suoi personaggi toccando solo delle fasi significative.

Non è quindi semplice per un lettore muoversi all’interno del testo, perché abbiamo tre storie nelle quali molti personaggi ritornano: quindi si tratta di avere a che fare con gli stessi nomi ma con persone dalle caratteristiche che differiscono, alle volte lievemente, alle volte in modo significativo.  I salti di sette anni in sette anni renderebbero le cose complicate anche se ci muovessimo all’interno di un’unica linea, perché ovviamente dovremmo riallacciare i fili e capire a che punto sono arrivati i personaggi.

La “segnaletica per lettori” scelta per rendere più agevole la fruizione – dei disegni in testa ai capitoli – rende agevole il passaggio da una linea all’altra ma non risolve la fatica nei salti. Salti che però hanno una evidente funzione narrativa: dare meglio corpo al tema mostrandoci tutte le sfumature e le implicazioni.

Senza volerlo, ha forse inviato il messaggio che le loro vite sono destinate a seguire lo stesso percorso, quando la sua unica speranza è che ognuno dei suoi figli abbia il proprio.

Il libro parla infatti di violenza domestica, di gaslighting, di manipolazione. E ci racconta come la brutalità sia un virus che si propaga e contagia tutti i membri di una famiglia, che reagiscono in modi che, forse superficialmente, non ci aspetteremmo. Quindi non c’è solo il violento e la vittima ma ci sono i figli che subiscono, che fingono di non vedere o che, per ottenere l’attenzione e l’amore di un padre molesto, diventano altrettanto persecutori. Figli che smettono di essere se stessi, che non si permettono di fare ciò che vorrebbero, o che – come il proprio padre – si fanno in quattro solo per gli estranei ma non sanno aiutare se stessi né i membri della propria famiglia.

L’autrice è brava a raccontarci tre scenari diversi, passando quindi dal disallineamento con l’aggressore, a un parziale allineamento fino alla capitolazione, e i disastri che possono avvenire soprattutto nella terza linea, senza dimenticare quanto sia faticoso ricostruirsi se si è cresciuti tra le macerie. Non alleggerisce, infatti, le fatiche di chi deve farsi carico di una situazione così complessa, con la memoria dei maltrattamenti o con la perdita. E vediamo le implicazioni di un paterno violento su una figlia e su un figlio.


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Cosa non cambia mai? Gordon, il marito violento e disgustosamente manipolatorio, che però risulta così granitico e monocorde da smettere di essere una persona e diventare solo l’antagonista perfetto, il facente funzione. È il simbolo del male, sempre e comunque.

Florence Knapp è una scrittrice inglese, Tre nomi (The Names) è il suo esordio, un bestseller internazionale tradotto in oltre 20 lingue.

Se c’è una lezione che Florence Knapp ha imparato è che ai propri personaggi non bisogna dare ciò che vogliono, ma seminare nelle loro esistenze un sacco di guai. In effetti se ne affrontano veramente tanti: le linee sono ricche di difficoltà, di momenti di grande dolore, di aggiustamenti e di sforzi esistenziali. L’autrice è brava a costruire personaggi, a renderli emotivi, a mostrarci le piccole differenze però decisive all’interno delle loro vite.

Forse il testo ha la pecca di far sentire un po’ orfani, perché questo continuo cambio di linee, questi salti, queste cesure, queste ellissi temporali fanno perdere un po’ la continuità e la dimensione dei personaggi. Non permettono di stare dentro alcune problematiche, ma portano a continuare a sorvolarne tante. L’accumulo di complessità, seppur emotivamente molto coinvolgente, alle volte dà la sensazione di non aver guardato a sufficienza, di non aver vissuto a sufficienza con i personaggi.

E manca uno sguardo sulla protagonista che ricostruisca il perché sia scivolata all’interno di una relazione di questo tipo. Ovviamente non parliamo di colpe, ma di responsabilità. Però ci piacerebbe capire come mai una donna fraintenda un comportamento manipolatorio e lo consideri inizialmente come una cura. Ecco, questa parte di Cora resta nell’ombra, in tutte e tre le linee. E non riusciamo a rintracciare alcun motivo neppure all’interno delle relazioni che Cora ha, per esempio, con sua madre – un personaggio prezioso, presente, capace di rimettere assieme i pezzi e tenerli ben saldi – e neppure nei racconti che la protagonista fa del padre. Non che tutti i guai vengano dai genitori, ma senza dubbio il “primo amore”, quello genitoriale, è una matrice per ciò che verrà.

Di certo queste storie ci dicono qualcosa di prezioso. Non solo quanto pesi una singola scelta nel determinare un destino e che dalle nostre decisioni, ovviamente, dipendono le vite degli altri. Ma che prendersi cura di sé, dei propri bisogni, dei propri desideri e dei propri confini significa prendersi cura anche degli altri. E questo ha un esito potente sull’esistenza di chi abbiamo vicino. Per cui, se vogliamo bene alle persone che abbiamo intorno, non dobbiamo solo prenderci cura di loro, ma dobbiamo prenderci cura soprattutto di noi.

Tre nomi, (The Names) di Florence Knapp, traduzione di Federica Merati, Garzanti (2026)

 

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