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La mattina scrivo
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La mattina scrivo

💊💊💊½ (tre pillole Blister e mezzo su 5)

Facciamo che io scrivo, facciamo che sono uno scrittore, facciamo che perlomeno ci provo. Sì, lo dico alla maniera dei bambini ché bisogna essere infantili per sognare al giorno d’oggi.
E per permettermi il sogno, smetto di occuparmi di ciò che credevo essere la mia arte – la fotografia – che inevitabilmente si divorava il mio estro e il mio tempo. Faccio cose di poco conto, scelgo lavori manuali che affaticano solo il corpo e che, per di più, mi fanno entrare nelle vite e nelle case della gente.
Bello, no? Romantico, no?
No.

Folle, forse. E in effetti ci vuole un’indicibile ostinazione per chiudersi dentro una stanza e scrivere del mondo. Cercare di stare fuori e incredibilmente dentro alle cose. E Paul (Bastien Bouillon) a poco a poco pare collocarsi davvero fuori dal mondo, mentre in realtà ci affonda le mani. Perché non ne accetta le regole. Non tanto lo scambio improprio tra tempo e denaro, ma lo scambio improprio tra ciò che facciamo e la nostra identità, chi ci sentiamo di essere, come ci sentiamo quando facciamo ciò che ci fa esistere per davvero. Senza necessariamente eccellere, peraltro.

Ma guai a mostrare alle persone perbene che tu non stai nel mondo come loro, guai a insegnare alle persone perbene come si deve stare al mondo, perché inevitabilmente questo andare controcorrente, questo provare a fermare la corrente verrà vissuto come un giudizio: perché tu non lo hai fatto? Non avevi nulla per cui combattere? Non dirmi che sei soltanto uno dei tanti che va nella direzione in cui vanno tutti?

Fare il povero senza essere povero, questa è l’accusa che gli viene rivolta dal padre e dalla sorella, mentre l’ex moglie e i figli sembrano più rassegnati a questa stranezza, come se quella di Paul fosse una sorta di performance artistica. Perché se hai una scelta, non sei povero. Se puoi tornare nella corrente, stai solo fingendo. E devi solo smetterla e rinsavire.

Contrasti scomodi

Il film, muovendosi in una Parigi sgranata e poco glamour che alterna luoghi eleganti e borghesi a spazi ben più miseri e di fortuna, mette in scena un contrasto disturbante. Non solo alto e basso, ricco e povero, chi appartiene e chi è ai margini. Ci mostra da un lato un protagonista che, imperturbabile, si adagia nella sua nuova condizione in modo quasi zen. Potrebbe essere il protagonista di Perfect Days che invece di pulire i gabinetti con precisione chirurgica e di fare della propria vita un gesto di bellezza e cura, semplicemente ha deciso di scrivere. E di fregarsene del lavoro manuale che fa per permettersi il lavoro culturale e artistico che ama. Ma in Perfect Days la stabilità e l’armonia stanno nel rendere grande il piccolo. Piccoli desideri, piccole soluzioni praticabili. E, soprattutto, sostenibili.

Per Paul la sua scelta invece non è sostenibile, perché ciò che fa e ciò a cui rinuncia non basta mai. Non è un eroe, non è il nuovo guru del minimalismo. È solo uno che rischia di morire di fame, senza un tetto sulla testa.

E il contrasto è intollerabile perché da un lato c’è la calma zen di Paul, dall’altro un downshifting che si fa iperbolico. Per questo la posizione dello spettatore diventa via via più scomoda perché ogni volta che il protagonista lascia qualcosa è come se qualcuno lo interrogasse: e tu cosa faresti? La lasceresti quella casa di 140 metri quadri? E tu la lasceresti quella vista? E tu il motorino lo lasceresti? E te ne staresti al freddo? E ti umilieresti con quelli che ti conoscevano quando eri ancora uno dentro al sistema? E ti dimostreresti manchevole e inadeguato davanti ai tuoi figli perché incapace di dare loro ciò che è “normale”?

Alla fine si resta spaesati. E se non ci si accomoda troppo in una serie di “ma questo è matto”, “figurati un po’ se uno va a vivere in questo modo per la scrittura!”, “ma non avrebbe potuto perlomeno fotografare ancora per mezza giornata?” la domanda, scomoda, arriva davvero.

Ci si deve stranire per qualcuno che sa ciò che vuole dalla sua vita o per qualcuno che finge di saperlo e per sopravvivere compra uno stupido armadio difficile da montare in un momento di vuoto davanti alla TV?

Perché vederlo se scrivi

Per fare un esercizio di sguardo e lavorare sulla teoria della mente: la capacità di attribuire stati mentali agli altri – pensieri, desideri, intenzioni – e di immaginare cosa accade nella loro testa anche quando è distante da noi.

Allenarsi a stare nei panni di qualcuno significa comprendere le ragioni che guidano le sue azioni, anche quando risultano scomode, radicali o incomprensibili.

Per capire che le azioni di un personaggio sono già una presa di posizione sul mondo: raccontare cosa fa, cosa lascia, cosa rifiuta significa raccontare le storture di un sistema, senza bisogno di dichiararle.


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Credits

Titolo originale: À pied d’œuvre
Regia: Valérie Donzelli
Sceneggiatura: Valérie Donzelli, Gilles Marchand
Attori principali: Bastien Bouillon, Virginie Ledoyen, André Marcon, Marie Rivière
Produzione e produttore: Pitchipoï Productions, France 2 Cinéma, Alain Goldman
Fotografia: Irina Lubtchansky
Montaggio: Pauline Gaillard
Distribuzione italiana: Teodora Film
Durata: 90-92 minuti
Anno: 2025

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