💊💊💊💊 (quattro pillole Blister su 5)
All’inizio c’è un corpo. Mani curate, il rito della preparazione mattutina. L’uomo è elegante. Compie gesti ordinari che hanno però qualcosa di definitivo, all’interno di ambienti spogli ma decorosi. La macchina da presa lo segue da vicino e presto siamo lui.
Avvertiamo il caldo, l’impaccio di muoverci per una città caotica, ci sentiamo braccati: certo, c’è il rischio di essere riconosciuti.
Ci preoccupiamo per lui? Sì. Se non sapessimo chi è, andrebbe bene. Ma trattandosi di Josef Mengele (August Diehl), la posizione è di certo un po’ scomoda.
Dal romanzo al film
La scomparsa di Josef Mengele (2025) è un film diretto da Kirill Serebrennikov ed è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo scritto da Olivier Guez (tradotto da Margherita Botto e pubblicato da Neri Pozza).
Il film ricostruisce la vicenda del medico nazista conosciuto come “l’angelo della morte” per i suoi mostruosi esperimenti condotti nel campo di concentramento di Auschwitz. Si intrecciano diverse linee temporali che ricostruiscono, da un lato, la fuga – alla fine della Seconda guerra mondiale – in Argentina, Paraguay e Brasile; dall’altro, l’incontro tra Josef e suo figlio Rolf (Max Bretschneider), che trova il coraggio di andare dal padre, ormai anziano, e chiedergli conto delle sue azioni.
Un uomo senza colpa
Josef, salutista, rigido, fermo nelle sue convinzioni, non avverte alcun senso di colpa. Se mai, si percepisce come una vittima dell’abbrutimento dei costumi. E mentre tutti lo rassicurano sulla bontà del suo operato, l’unico timore che lo agita è perdere la libertà ed essere giudicato e punito da un sistema di inetti.
Il bianco e nero aiuta a rendere la cupezza di una vita che si fa via via più abietta, mentre Josef diviene ogni giorno più insopportabile, nonostante ci sia sempre qualcuno pronto ad aiutarlo. Alcuni per fanatismo, altri per interesse… ma i soldi non possono comprare tutto. E, soprattutto, finiscono.
Il confronto con il figlio
Mentre Rolf cerca disperatamente delle risposte dal padre, chiedendogli se davvero abbia fatto ciò che si dice e il perché delle sue azioni, Josef sa solo domandarsi: “Perché a me?”. Mengele non vacilla mai quando si tratta di idee, supremazia e antisemitismo. Non può chiedere scusa, perché non intravede alcuna colpa.
Nonostante l’insopportabile postura granitica, la desolazione dell’esistenza di questo amalgama di paura, aggressività, disperazione e vittimismo potrebbe persino suscitare un poco di pena… ma ecco che arrivano i flashback a colori. La parte viva, “lieta” della vita di Josef. L’amore, il sesso, la normalità di un’esistenza e del mestiere di medico che trasforma la brutalità esercitata su pazienti torturati “per il bene della scienza” in un filmino da conservare per i posteri. Sequenze indigeste, mostruose, che si alternano a un concerto grottesco di nani deportati, costretti a esibirsi (un rimando evidente agli esperimenti condotti da Mengele sulla famiglia Ovitz, artisti ebrei affetti da nanismo deportati ad Auschwitz).
Immagini evitabili? Sì. Ma l’orrore dell’umano disumano deve ripugnarci e imbarazzarci. E squassarci le ossa.
Quando finisce davvero una guerra
“Per me la guerra non è mai finita”, dice Josef a Rolf prima di salutarlo.
Ma quando finisce davvero una guerra? Non con la sconfitta del nemico, non con la pace. Forse finisce solo quando la Storia non si ripete più.
Perché vederlo, se scrivi
Per capire quanto sia complesso raccontare un protagonista che è anche il Cattivo per eccellenza. Una creatura che va tutta in una direzione e non ti offre alcun appiglio sul perché sia diventato così, sulla sua formazione affettiva, sentimentale, umana.
Questa sottrazione mette in luce ciò che interessa (e spaventa) davvero: il peso dell’ideologia. La sua capacità di occupare interamente una persona fino a svuotarla di qualunque ambivalenza, dubbio e incrinatura morale.
Il film non cerca una spiegazione psicologica, non costruisce un arco di comprensione, non prova a umanizzare attraverso l’origine del trauma o della fragilità. Mostra invece la compattezza di un pensiero che diventa identità. Ed è proprio questa rigidità a generare inquietudine: l’idea che il male possa esistere senza conflitto interno, senza crepe o ripensamento.
Guardarlo significa quindi confrontarsi con una domanda narrativa e umana insieme: cosa resta di un individuo quando l’ideologia lo divora fino ad annientarlo?
Credits
Titolo originale: La disparition de Josef Mengele
Regia: Kirill Serebrennikov
Sceneggiatura: Kirill Serebrennikov, dal romanzo di Olivier Guez
Attori principali: August Diehl, Max Bretschneider
Direttore della fotografia: Vladislav Opelyants
