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Le infinite notti – Samantha Harvey

Dopo averci stregato con il suo gruppo di astronauti in orbita intorno alla Terra (Orbital, Booker Prize 2023), in quella che resterà per me una delle dichiarazioni d’amore al nostro pianeta più struggenti di sempre, Harvey, dalle stelle, precipita.
La ritroviamo smarrita e alle prese con l’insonnia.

Ci pare di sentirle passare tutte queste ore sottratte al riposo. All’oblio.
E la veglia forzata – che è fatta di strategie, riti, tentativi di disinnescare questo demone all’apparenza imbattibile – è abitata da mostri contro cui non è facile avere a che fare: la rabbia, la paura, l’ansia. Alle volte il panico.

Harvey appare indicibilmente sola. A non mancare sono i pensieri dell’autrice che ne aprono altri e altri ancora, regalandoci la sensazione claustrofobica che prova chi non riesce a dormire: il non avere scampo dal lavorio del proprio cervello.
Eppure questo logoramento incessante sembra proprio l’antidoto alla paura più temibile: la sua assenza. La morte, insomma.

È un memoir, questo, che fa scricchiolare il cuore di chi teme la fine. E, infatti, dalla morte parte: quella di un giovane cugino di Harvey. Da qui in poi pare che l’autrice sia vittima di un sortilegio.

Si può disimparare a riposare? Si può sopravvivere a una veglia infinita? E se è qualcosa di psicologico, perché accade? Perché facciamo le cose che facciamo, anche se ci annientano?

Perché abbiamo un buon motivo, forse, magari perché stiamo fuggendo da una sofferenza più grande. Ma sarà mai possibile capire quale sia? Sarà mai possibile sapere perché siamo vivi e, soprattutto, siamo vivi?

Forse dormire è troppo rischioso, quando si teme la morte, e allora si pensa, si pensa incessantemente alla vita e pure alla maternità, a qualcosa di irrifiutabile che si è rifiutato, al tempo che passa, pure alla menopausa. Senza pace, senza quiete.

“Amore, lutto, perdita, amore, vita, amore, tutto mescolato. Irrifiutabile. Ora. Così tanto, le mani piene non sai dove riversarlo. Hai rifiutato l’irrifiutabile. E ora cosa fai?”

Harvey in questo viaggio perde la pazienza (ma non l’ironia), si dispera, elemosina medicine, litiga con i medici. Ma mentre tenta di placare la frenesia della mente, mentre nuota controcorrente, non smette di scrivere. Perché la scrittura è “la cosa più bella dopo il sonno, a volte persino più del sonno”.

Perché le parole danno ordine al caos e creano mondi attraverso i quali è possibile scorgere sé stessi. E sentirsi vivi, in pace. Quieti.

Le infinite notti – Il mio anno d’insonnia, Samantha Harvey, traduzione di Gioia Guerzoni, NNE edizioni.

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