💊💊💊💊 (quattro pillole Blister su 5)
La parte scontata: se vieni al mondo in una famiglia abusante, il tuo mondo è il “sottosopra”. Chi dovrebbe offrire cura ti manipola e spaccia la violenza per amore. E questo significa crescere in un sistema malato che ti annienta.
La parte interessante è come Kristen Stewart ha saputo portare al cinema il memoir di Lidia Yuknavitch (interpretata da una clamorosa Imogen Poots) riuscendo a rendere la complessità sensoriale del racconto e la sua frammentazione.
La cronologia dell’acqua non racconta come si sopravvive a un padre violento (Michael Epp) e a una madre alcolista (Susannah Flood) e alla separazione da una sorella amatissima (Thora Birch), che per non soccombere fugge. E non è la storia di una vittima che trova riparo nel nuoto prima e nella scrittura poi.*
Il libro e il film parlano del corpo come campo di forze, come luogo non semplicemente attraversato dal dolore, subìto e autoinflitto, ma come territorio in cui vai a cercarlo per capirlo. A caccia di una grammatica delle emozioni, di una lingua che consenta di tradurlo. E il corpo di Lidia è scritto dal sudore, dalle lacrime, dagli umori e dal sangue.
Ci scomoda questa protagonista, disturbandoci con la sgradevolezza della vittima che non cerca di essere salvata, perché anche questa sarebbe una forma di sottomissione.
“Quante volte sono scivolata nelle profondità clorurate,
sperando segretamente di liberarmi di questa pelle inutile…
e di emergere come qualcosa di anfibio.”
A fare la differenza sono l’amica che le fa scoprire la scrittura, perché in lei ha visto il talento e non soltanto il trauma, e soprattutto lo scrittore Ken Kesey (Jim Belushi), che le regala fiducia. Le dimostra che un maschio adulto può essere innocuo, le mostra un uomo di successo con un corpo goffo, fallato, e a sua volta vittima delle dipendenze. E la spinge a sparire “nella tua immaginazione”, ad abusare di “qualcosa che disintegri il tuo ego in modo da poter sentire la tua voce interiore”, dandole così il permesso di uscire allo scoperto.
A Lidia non importa semplicemente trasformare il suo dolore, dargli un senso, vincere una gara o scrivere un libro. Il nuoto e la scrittura sono molto simili: le permettono di abitare un altrove possibile. Di essere e dire ciò che non si può.
Lei cerca il controllo, vuole “succedere”, a modo proprio. E raccontare la sua storia le permette di avere il potere su ciò che le è accaduto e di essere infinite storie. Anche quella di qualcuno che riesce a esistere, ad amare e a essere amata.
Perché vederlo se scrivi
Per capire quanto sia complesso parlare con autenticità di un essere umano, senza scivolare nella pornografia del dolore, senza rendere la violenza un mero strumento narrativo.
Il film è scandaloso perché espone il corpo fino alla sua materia più scomoda: gli orifizi, gli umori, il sangue, il sudore, tutto ciò che di solito il racconto ripulisce per rendere il dolore osservabile. E digeribile.
Ci ricorda che una vittima non serve a farci fare i conti con la sofferenza in astratto. Ci costringe, piuttosto, a guardare le voragini, le pulsioni e le parti scabrose che il dolore apre dentro un essere umano e, per riflesso, dentro di noi.
Credits
Regia: Kristen Stewart
Sceneggiatura: Kristen Stewart
Tratto da: The Chronology of Water, memoir di Lidia Yuknavitch
Lidia Yuknavitch: Imogen Poots
Cast principale: Thora Birch, Susannah Flood, Michael Epp, Jim Belushi (Ken Kesey), Tom Sturridge, Charlie Carrick, Kim Gordon, Earl Cave, Esmé Creed-Miles
Produzione: Stati Uniti, Francia, Lettonia
