💊💊½ (due pillole Blister e mezzo su 5)
Che cosa succede quando non possiamo più fare ciò che abbiamo sempre fatto? Quando viene meno quella funzione che, senza quasi accorgercene, aveva finito per definirci e dirci chi eravamo?
Finché la vita è piena di impegni e problemi da risolvere è relativamente facile stare in carreggiata. Le giornate hanno una forma e noi crediamo di averla insieme a loro, anche perché resta poco tempo per pensare. Per fermarsi davanti allo specchio e chiedersi che cosa ci piaccia davvero, che cosa desideriamo, chi siamo quando nessuno ha bisogno di noi.
È da questa sottrazione che parte Una storia, opera prima alla regia di Anna Foglietta.
Erika e Mauro sono infatti una coppia come tante. Hanno una figlia, Irene, che cresce, va all’università e lascia casa. Tutto qui. Ed è proprio questo il punto: non accade niente di terribile.
La figlia sta bene. Sta facendo esattamente ciò che un genitore dovrebbe desiderare per lei: crescere, diventare autonoma. Costruirsi una vita.
Eppure quell’evento felice terremota il mondo ordinario dei suoi genitori, perché improvvisamente libera spazio. Troppo. La triade familiare torna a essere una coppia e i due devono guardarsi di nuovo. Peggio ancora, devono guardare se stessi.
Il nido vuoto è soltanto l’innesco
Ridurre Una storia a un film sulla cosiddetta sindrome del nido vuoto sarebbe fargli un torto. La partenza di Irene è semplicemente l’innesco narrativo che permette di portare alla luce qualcosa che era già lì.
Erika, interpretata da Alba Rohrwacher, ha abitato per anni il mondo attraverso la cura. La figlia che se ne va le sottrae una quantità enorme di piccoli doveri quotidiani e quel vuoto comincia lentamente a rivelarne un altro, assai più doloroso: Erika sa occuparsi degli altri, ma non ha idea di come occuparsi di sé.
Non sa nemmeno bene che cosa significhi.
Che cosa le piace? Che cosa vuole? Che cosa può fare del proprio tempo, adesso che quel tempo le appartiene? La risposta iniziale è terribile: niente.
Abitare il vuoto
Erika sprofonda. E Foglietta la segue mentre perde progressivamente contatto con i gesti, con il desiderio, con la cura di sé e con il proprio corpo. C’è una scena molto bella in cui tutto comincia da qualcosa di insignificante: una pubblicità televisiva, una crema per il viso, un gesto di cura quasi meccanico. Erika si tocca il viso e, attraverso quel contatto minimo, sembra cominciare lentamente a risentirsi.
È una delle intuizioni più riuscite del film, perché il cambiamento passa finalmente attraverso un gesto invece di diventare una dichiarazione. Prima ancora di sapere che cosa desidera, Erika deve tornare a percepire il proprio corpo, riscoprire il piacere di toccarsi, di sentirsi, di esistere anche al di fuori dello sguardo e dei bisogni degli altri.
Il suo arco passa da qui: imparare che prendersi cura di sé richiede una competenza che non ha mai sviluppato. E cominciare a farlo a tentoni, senza sapere ancora bene come, eppure sentendo che è la cosa giusta.
Gli uomini aggiustano le cose
Mauro, interpretato da Guido Caprino, affronta lo stesso terremoto da una posizione completamente diversa. Lui aggiusta. È il suo mestiere, ma è soprattutto il modo attraverso il quale ha imparato a occupare il proprio posto nel mondo. Davanti a un problema bisogna fare qualcosa. Trovare una soluzione, intervenire, essere utile. Solo che Erika non è un guasto.
E la sua depressione mette Mauro davanti a una forma di impotenza per la quale non possiede alcuno strumento. Non può ripararla. Non può rimetterla in funzione. E mentre cerca di gestire ciò che accade alla moglie, anche gli altri pilastri della sua identità cominciano a cedere.
È qui che Una storia, secondo me, trova la sua linea narrativa più interessante, perché il rapporto tra Mauro e suo padre apre una riflessione molto più profonda sulla mascolinità e su ciò che si trasmette da una generazione all’altra: i ruoli, il rapporto con il potere, il senso del dovere e persino il modo in cui ci concediamo, oppure ci neghiamo, la possibilità di essere felici.
Il padre è un patriarca duro, giudicante ed emotivamente inaccessibile. Mauro, forse per reazione, è diventato un uomo accomodante, incapace di attraversare davvero il conflitto perché il conflitto lo terrorizza. Padre e figlio hanno passato una vita insieme senza parlarsi davvero.
Mauro non ha fatto domande. Il padre non ha dato risposte.
Tra loro pesa anche un’altra assenza, quella della madre di Mauro, morta quando lui era bambino. Un lutto rimasto privo di parole, una storia mai raccontata, un dolore al quale nessuno ha dato spazio. Che ne è del dolore di un bambino quando nessuno gli insegna a riconoscerlo, a parlarne?
E adesso che il padre è malato, il tempo per rompere quel silenzio sta finendo.
Una piccola storia
Una storia si svolge in uno spazio minimo. Una figlia che va via di casa, una coppia che resta, un padre anziano. Foglietta costruisce il film attraverso quadri narrativi che tornano, gesti che si ripetono, rituali dei quali osserviamo le minime variazioni. È attraverso questa ripetizione che assistiamo allo sgretolamento della quotidianità: una cura si perde, una frase non arriva più, qualcosa smette di funzionare.
È un dispositivo narrativo interessante, che affida il movimento della storia a piccoli cambiamenti. Il problema è che Foglietta ci crede forse un po’ troppo. Insiste sui tempi sospesi, sulle inquadrature statiche e sulla desolazione dei personaggi, fino a rendere il film a tratti estenuante. Sembra quasi il bisogno, tipico di certe opere prime, di dichiarare con forza la propria autorialità, caricando ogni scena di un peso eccessivo.
Le cose migliori arrivano quando la regia lascia finalmente respirare i personaggi, soprattutto nel finale, dove emerge una dolcezza capace di restituire vitalità alla storia. Perché imparare a vivere significa anche accettare che l’infelicità e il dolore ci appartengono, e che possiamo attraversarli anziché trascorrere la vita cercando di aggiustarli.
Perché vederlo se scrivi
Una storia mostra molto bene quanto poco serva per terremotare il mondo ordinario di un personaggio. L’innesco non è una catastrofe, è la vita che succede, una ragazza intelligente, amata e perfettamente in grado di cavarsela che va all’università. Eppure basta.
Questo è un ottimo promemoria per chi scrive: il peso narrativo di un evento dipende dal significato che assume per il personaggio, non dalla sua grandezza oggettiva.
Irene che lascia casa significa per Erika avere lo spazio per sentire il proprio dolore. Per Mauro significa perdere l’equilibrio familiare sul quale ha sempre contato, proprio mentre anche il rapporto con il padre e la sua identità professionale entrano in crisi. Lo stesso evento produce due reazioni diverse perché incontra due fragilità diverse.
C’è poi una seconda lezione, altrettanto utile. Una storia dimostra che possiamo raccontare pochissimo e farlo diventare enorme. Possiamo restare in cucina, davanti a un televisore, in un cantiere, dentro una conversazione apparentemente insignificante. Il piccolo funziona quando contiene una posta in gioco emotiva precisa.
Ma quando scegliamo una storia a bassa intensità d’azione, ogni elemento minimo deve comunque avere l’energia per produrre uno spostamento. Se una scena si ripete senza aumentare la tensione narrativa, la sospensione può trasformarsi in immobilità. E la storia muore.
Credits
Titolo: Una storia
Regia: Anna Foglietta
Anno: 2026
Paese: Italia
Durata: 107 minuti
Cast: Alba Rohrwacher, Guido Caprino, Caterina Casini, Elio De Capitani
Sceneggiatura: Anna Foglietta, Tania Pedroni, Matteo Ferri
Fotografia: Andrea Benjamin Manenti
Montaggio: Riccardo Giannetti
Scenografia: Roberto De Angelis
Costumi: Mariano Tufano
Musiche: Rodrigo D’Erasmo
Produzione: HT Film, Indigo Film, Tenderstories, Blu One Lab, con Rai Cinema
Distribuzione italiana: BIM Distribuzione
