Si pubblicano sempre più libri, ma si vendono meno copie e la lettura diventa più occasionale. Il rapporto AIE fotografa un mercato pieno di contraddizioni, tra editori difficili da classificare e stime sulla pirateria che meritano qualche domanda.
È arrivato il consueto Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia, realizzato dall’Associazione Italiana Editori (AIE) e presentato alla Fiera del libro di Francoforte. L’edizione 2026 contiene i dati consolidati del 2025, ai quali si aggiungono quelli relativi ai primi nove mesi del 2026, diffusi durante la Buchmesse.
Come ogni anno, il rapporto offre una fotografia approfondita del settore, dalla produzione alla lettura, passando per i comportamenti d’acquisto e le dimensioni delle imprese editoriali. Alcuni numeri confermano tendenze che conosciamo bene, altri richiedono una lettura più attenta, soprattutto quando le categorie statistiche comprendono realtà molto diverse o le stime vengono comunicate come se fossero dati accertati.
Il mercato editoriale
Nel 2025 il mercato editoriale italiano ha raggiunto 3,198 miliardi di euro, con una contrazione dell’1,2% rispetto al 2024. La cifra comprende tutti i principali comparti, dalla varia alla scolastica, fino all’editoria universitaria e professionale. Parliamo del valore complessivo delle vendite, che va distinto dal fatturato netto degli editori.
Concentrandoci sui libri di varia, quelli che acquistiamo per piacere o interesse personale, il mercato vale 1,699 miliardi di euro, in calo del 2,1%. Nei canali trade, cioè librerie fisiche e online e grande distribuzione, sono stati venduti circa 99,5 milioni di libri a stampa, per un valore di 1,484 miliardi di euro.
Rispetto al 2024 abbiamo acquistato 3,1 milioni di copie in meno. In due anni ne abbiamo perse quasi sei milioni.
Il prezzo medio effettivamente pagato per un libro è salito a 14,91 euro, mentre quello di copertina delle novità ha raggiunto 21,99 euro. La crescita dei prezzi contribuisce a contenere la flessione del mercato a valore, mentre la diminuzione delle copie acquistate descrive con maggiore precisione l’indebolimento della domanda.
Il 2025 conferma così la fine del ciclo di espansione che aveva caratterizzato il mercato fino al 2023.
La produzione editoriale
Nel 2025 sono stati pubblicati 84.737 titoli a stampa, considerando 67.692 novità e nuove edizioni di varia, 3.048 titoli scolastici e 13.997 autopubblicazioni.
La produzione continua a crescere, seppure lentamente, mentre i titoli commercialmente disponibili superano 1,5 milioni. È l’effetto dell’ampliamento dei cataloghi e della diffusione del print on demand, che consente di mantenere in commercio anche libri con una domanda molto limitata.
Un dato aiuta a capire quanto sia frammentato questo mercato: nei canali trade si vendono mediamente 170 copie per titolo nell’arco di un anno. Per gli editori con un venduto compreso tra 100 mila euro e un milione, la media scende a 53 copie. Sono valori che comprendono novità e catalogo e che escludono le vendite effettuate attraverso altri canali, ma restituiscono bene la distanza tra quantità di libri disponibili e capacità di assorbimento del mercato.
Il catalogo, peraltro, genera il 65% della spesa complessiva nei canali trade. Una conferma del fatto che il valore economico di una casa editrice dipende anche dalla capacità di costruire un’offerta destinata a durare.
La sovrapproduzione resta quindi una questione concreta. Aumentare il numero delle pubblicazioni permette di intercettare interessi differenti, ma comporta anche maggiori difficoltà nella distribuzione e nella promozione. E ogni libro deve trovare spazio in un mercato che, da due anni, acquista meno copie.
Le case editrici
Quante sono le case editrici italiane? Dipende da che cosa decidiamo di contare.
Secondo AIE, nel 2025 risultano 16.044 soggetti con libri in catalogo, ma soltanto 5.498 hanno pubblicato almeno un titolo durante l’anno. Sono invece 8.429 quelli che hanno venduto almeno un libro nelle librerie monitorate dal circuito Arianna+, anche se pubblicato negli anni precedenti.
La dimensione del settore cambia ulteriormente quando osserviamo le vendite: soltanto 678 editori hanno superato i 100mila euro di venduto nei canali trade, contro i 702 del 2024.
Il 72,3% delle realtà che hanno pubblicato nel 2025 ha prodotto al massimo nove titoli.
Fin qui, i numeri. Ma nelle note metodologiche troviamo una precisazione fondamentale: le statistiche comprendono anche associazioni, fondazioni, enti pubblici, imprese per le quali la pubblicazione è un’attività secondaria e piattaforme di self publishing (come StreetLib e Youcanprint).
Questo significa che il numero dei soggetti censiti non corrisponde necessariamente a quello delle imprese che svolgono professionalmente attività editoriale secondo il modello tradizionale.
È una distinzione importante, soprattutto per gli autori. Possedere un codice ISBN, pubblicare libri e comparire nelle banche dati bibliografiche non permette di stabilire quale sia il modello economico dell’impresa, né quali servizi e investimenti garantisca. Per conoscere davvero il settore sarebbe utile distinguere più precisamente le case editrici che finanziano le pubblicazioni dalle attività che offrono servizi editoriali a pagamento.
I gruppi editoriali
Nel 2025 i quattro principali gruppi editoriali hanno generato circa il 55% del mercato trade a valore. Mondadori detiene il 28,3%, GeMS il 10,7%, Giunti l’8,5% e Feltrinelli il 7,4%.
Il restante 45% appartiene a editori esterni a questi gruppi, una categoria che comprende imprese di tutte le dimensioni e che sarebbe scorretto identificare interamente con la piccola editoria indipendente.
AIE considera eccessive le preoccupazioni sulla concentrazione del mercato, osservando che il 45% delle vendite è ancora nelle mani degli editori esterni ai quattro maggiori gruppi. Arriva persino a definire “ideologico” il dibattito sull’argomento. Eppure, quel 45% comprende anche imprese editoriali di grandi dimensioni: soltanto il 12% del mercato complessivo appartiene a marchi che vendono meno di un milione di euro all’anno. Una distinzione importante, perché la quota degli editori esterni ai grandi gruppi dice ancora poco sul peso economico effettivo della piccola editoria.
Nel frattempo, i piccoli editori con un venduto compreso tra 100mila euro e un milione hanno perso il 5,2%, chiudendo per il secondo anno consecutivo in negativo.
Un altro dato merita attenzione: gli editori più piccoli pubblicano molti libri, ma nei principali canali commerciali ogni titolo genera mediamente pochissimi ricavi. Secondo AIE, gli editori che vendono meno di 100mila euro all’anno rappresentano il 34% delle novità che hanno registrato almeno una vendita, ma i loro libri producono appena il 2,1% del valore complessivo delle vendite delle novità. In sostanza, hanno tanti titoli sul mercato, ma il grosso degli acquisti si concentra sui libri degli editori più grandi.
Va considerato, però, che questi dati riguardano soltanto i principali canali commerciali (librerie fisiche, online e grande distribuzione) ed escludono le vendite dirette (attraverso i siti degli editori o gli ordini gestiti autonomamente), quelle effettuate durante fiere e presentazioni e altri canali minori. Per molte piccole case editrici queste attività possono rappresentare una parte importante del fatturato.
Il significato del dato, quindi, è molto concreto: i piccolissimi editori riescono a portare sul mercato molti libri, ma faticano a venderli attraverso i principali canali commerciali.
Il self publishing
Nel 2025 sono stati censiti 13.997 libri cartacei autopubblicati, il 5,7% in più rispetto al 2024. Rappresentano il 16,5% della produzione complessiva di libri a stampa. A questi andrebbero aggiunti gli e-book autopubblicati, per i quali, però, non disponiamo di dati completi.
Il mercato dei libri autopubblicati rilevato nei canali trade vale 18,7 milioni di euro, pari all’1,3% delle vendite, e circa 1,36 milioni di copie. Rispetto al 2024 diminuiscono sia il valore, che era di 19,5 milioni, sia le copie vendute, in calo del 10,7%.
Self publishing ed editoria a pagamento: attenzione a come si leggono i numeri
I dati sul self publishing vanno letti con attenzione, perché fotografano soltanto una parte del fenomeno. Per quanto riguarda il digitale, AIE censisce 9.813 e-book autopubblicati, ma mancano i dati di piattaforme importanti come Kindle Direct Publishing di Amazon. Di conseguenza, le statistiche non restituiscono le dimensioni effettive del mercato dell’autopubblicazione.
C’è poi un problema di classificazione, ancora più delicato. Il self publishing e l’editoria a pagamento sono modelli differenti, ma le banche dati bibliografiche non permettono sempre di distinguerli. Un autore può autopubblicarsi utilizzando l’ISBN fornito da una piattaforma di self publishing, mentre un’impresa che chiede contributi economici agli autori può pubblicare utilizzando il proprio marchio e i propri ISBN, comparendo nelle statistiche come una normale casa editrice.
Il codice ISBN, infatti, identifica una pubblicazione e il soggetto editoriale che lo utilizza, ma non ci dice chi abbia sostenuto i costi né se l’autore abbia pagato per pubblicare.
Lo stesso rapporto AIE riconosce che i confini dell’autopubblicazione restano incerti sul piano bibliografico ed economico. Questo significa che i titoli classificati come self publishing potrebbero non comprendere tutte le opere pubblicate a spese degli autori, mentre tra le case editrici censite possono figurare imprese che operano attraverso modelli di pubblicazione a pagamento.
Per leggere correttamente questi numeri servirebbe quindi distinguere le pubblicazioni autonome, quelle realizzate attraverso piattaforme di servizi editoriali e quelle finanziate dagli autori presso imprese che si presentano come case editrici tradizionali. Una distinzione che oggi le statistiche disponibili non consentono di quantificare con precisione.
Le librerie
Nel 2025 risultano attivi in Italia 4.698 punti vendita che trattano libri, 53 in più rispetto all’anno precedente. Di questi, 2.758 sono librerie, 1.519 cartolibrerie e 421 fumetterie.
Il numero complessivo cresce, ma a beneficiarne sono soprattutto le catene e il franchising, che guadagnano 75 punti vendita rispetto al 2024, mentre le librerie indipendenti diminuiscono di 10 unità.
La trasformazione è ancora più evidente se guardiamo agli ultimi quindici anni. Nel 2010 le librerie indipendenti erano 2.232, oggi sono 1.340, quasi 900 in meno. Nello stesso periodo, i punti vendita di catena e in franchising sono passati da 786 a 1.418. Il rapporto si è praticamente rovesciato: le librerie indipendenti rappresentavano il 74% del totale, oggi sono il 48,6%. Va precisato che alcune librerie in franchising sono gestite da imprenditori autonomi, pur appartenendo a una rete commerciale.
Restano inoltre forti disuguaglianze territoriali. In Italia ci sono 341 comuni con più di diecimila abitanti privi di librerie o cartolibrerie. Significa che quasi cinque milioni di persone vivono in territori senza un punto vendita librario di prossimità.
Anche la distribuzione geografica degli acquisti conferma questo squilibrio: il Nord Ovest, dove risiede il 27% della popolazione, genera il 36% delle vendite a valore, mentre il Sud e le Isole, con il 33% degli abitanti, si fermano al 19,1%. Un terzo della popolazione italiana rappresenta dunque meno di un quinto del mercato librario nazionale.
I lettori
Nel 2025, secondo l’Osservatorio AIE, il 76% degli italiani tra i 15 e i 74 anni dichiara di aver letto almeno un libro, anche soltanto in parte, oppure un e-book o di aver ascoltato un audiolibro negli ultimi dodici mesi. Sono circa 33,7 milioni di persone, contro il 73% del 2024.
La definizione di lettore adottata dall’indagine è molto ampia e comprende anche chi ha letto soltanto una parte di un libro.
Il dato interessante riguarda soprattutto la frequenza della lettura. La quota delle persone che leggono almeno una volta alla settimana scende dal 69% al 61%, mentre aumenta chi legge soltanto qualche volta al mese o durante l’anno.
Il tempo medio settimanale dedicato alla lettura si mantiene intorno alle quattro ore. Il rapporto stesso riconosce che la percentuale delle persone che si dichiarano lettrici è diventata un indicatore insufficiente per comprendere la consistenza della domanda. Il contatto con i libri si amplia, ma una parte crescente del pubblico legge occasionalmente.
Ed è proprio la regolarità della lettura a incidere sulla capacità del mercato di mantenere una domanda stabile.
Gli acquirenti di libri
Soltanto il 9% della popolazione tra i 15 e i 74 anni dichiara di acquistare almeno dodici libri a stampa all’anno. Questo gruppo genera da solo il 43% delle copie acquistate.
Il 33% della popolazione non compra alcun libro durante l’anno, mentre il 30% ne acquista da uno a tre.
Il mercato italiano dipende quindi in misura considerevole da una quota relativamente piccola di acquirenti forti. È una caratteristica che spiega l’importanza della narrativa seriale e dei generi capaci di alimentare acquisti frequenti, ma anche la fragilità complessiva della domanda.
Basta una riduzione degli acquisti da parte dei lettori più assidui per produrre effetti significativi sulle vendite, mentre trasformare i lettori occasionali in acquirenti abituali rimane una delle difficoltà strutturali del settore.
I generi editoriali
Nel 2025 la narrativa italiana e straniera rappresenta il 35% del mercato trade a valore, una quota cresciuta rispetto al 31,3% del 2019. I libri per bambini e ragazzi si mantengono attorno al 17%, mentre l’insieme della non fiction è passato dal 47,6% al 40,6%.
Rispetto al 2024, la narrativa italiana perde lo 0,5%, mentre quella straniera cresce dell’1,9%. Risultati positivi anche per bambini e ragazzi (+2,1%), con una produzione sempre più orientata alla prima infanzia.
Tra i comparti in maggiore difficoltà troviamo la saggistica di cultura (-8,9%), la turistica (-7,8%) e la manualistica (-4,9%).
La crescente importanza della narrativa, soprattutto di genere, testimonia la capacità degli editori di intercettare nuovi interessi di lettura. La progressiva contrazione della non fiction pone invece interrogativi sulla trasformazione della domanda di approfondimento, sempre più influenzata dalla disponibilità di contenuti digitali alternativi.
La pirateria
Secondo l’indagine Ipsos Doxa commissionata da AIE, nel 2025 la pirateria avrebbe provocato 722 milioni di euro di mancate vendite, il 5% in più rispetto al 2023. Una cifra che viene spesso presentata come equivalente al 30% del mercato legale, escludendo scolastica ed esportazioni.
Qui è necessario soffermarsi sul metodo.
I 722 milioni rappresentano una stima economica, ricavata attraverso un’indagine campionaria sui comportamenti dichiarati dagli intervistati e la successiva elaborazione del valore delle vendite considerate perse.
La ricerca distingue gli atti di pirateria dalle copie che si presume sarebbero state acquistate legalmente. Per la sola editoria di varia stima circa 89 milioni di atti di pirateria nel 2025, contro gli 88 milioni del 2023. Gli atti aumenterebbero dunque di circa l’1%, mentre il danno economico stimato per questo comparto cresce dell’8%, passando da 405 a 439 milioni di euro.
È un passaggio fondamentale: il valore delle mancate vendite dipende dalle ipotesi utilizzate per stabilire quanti acquisti legali sarebbero avvenuti in assenza della pirateria e dal valore attribuito a quegli acquisti.
La stessa Ipsos Doxa, nella sintesi dell’indagine, parla di un fenomeno sostanzialmente stabile per incidenza e frequenza, pur rilevando una crescita del danno economico stimato.
Un’altra precisazione riguarda il confronto storico. I 687 milioni attribuiti al 2023 derivano da una revisione delle stime precedenti, che indicavano 705 milioni. La revisione è dichiarata e dipende dall’aggiornamento dei prezzi medi utilizzati per i calcoli.
Anche il famoso 30% richiede attenzione: la percentuale mette in rapporto il danno stimato per il 2025 con una valorizzazione del mercato legale riferita al 2024. È un indicatore economico costruito su uno specifico perimetro, che non misura la percentuale dei libri effettivamente piratati.
La pirateria costituisce certamente un problema per gli autori e per gli editori, perché compromette lo sfruttamento economico delle opere. Ma equiparare il valore stimato delle copie piratate alle vendite effettivamente perdute significa attribuire a un modello previsionale una certezza che non può possedere.
La distinzione dovrebbe essere mantenuta anche nella comunicazione pubblica dei dati, proprio per consentire una valutazione corretta della dimensione economica del fenomeno.
I diritti all’estero
Nel 2025 gli editori italiani hanno concluso 8.645 contratti di vendita di diritti di traduzione all’estero, con una crescita dell’1,9% rispetto al 2024. È il risultato più alto dall’inizio delle rilevazioni AIE, nel 2001, quando i contratti erano 1.800.
Il settore più esportato è quello dei bambini e ragazzi, con 3.133 contratti, seguito dalla narrativa (1.753) e dalla saggistica generale (1.585). L’Europa rimane il principale mercato di destinazione.
L’Italia continua comunque ad acquistare più diritti di quanti ne venda: nel 2025 sono stati acquisiti 9.470 titoli stranieri.
Vale la pena precisare che questi numeri misurano i contratti di cessione, senza indicarne il valore economico. Inoltre, lo stesso rapporto segnala che la rilevazione potrebbe sottostimare il fenomeno perché non comprende tutte le operazioni gestite direttamente dalle agenzie letterarie.
Resta uno dei risultati più positivi dell’editoria italiana e testimonia una crescente capacità di valorizzare i cataloghi sui mercati internazionali.
L’intelligenza artificiale
Secondo un’indagine AIE condotta su 97 case editrici associate, il 75% degli editori intervistati utilizza strumenti di intelligenza artificiale. Gli impieghi riguardano soprattutto i processi redazionali e produttivi, il supporto alla traduzione di materiali interni e le attività amministrative.
Il dato più interessante, però, riguarda la regolamentazione: il 64% delle case editrici intervistate dichiara di non aver ancora adottato policy interne o esterne sull’utilizzo dell’IA.
Soltanto il 13% ha definito regole sia per il personale sia per i fornitori.
La tecnologia entra quindi nei processi editoriali più rapidamente di quanto le imprese riescano a disciplinarne l’utilizzo. È un ritardo significativo per un settore fondato sulla tutela della proprietà intellettuale, soprattutto considerando che le questioni riguardano direttamente i contratti con gli autori e la protezione delle opere.
La ricerca, peraltro, coinvolge un campione specifico di associati AIE: i risultati descrivono le imprese intervistate e vanno interpretati tenendo presente questo limite.
Il mercato nel 2026
Nei primi nove mesi del 2026 il mercato trade mostra una ripresa, con 1,026 miliardi di euro di vendite, in crescita del 3,2%, e 69,8 milioni di copie acquistate, il 2,6% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
La crescita riguarda soprattutto le librerie fisiche, che registrano un +6,2% e raggiungono il 57% delle vendite, mentre gli store online rimangono sostanzialmente stabili.
Tra i generi crescono i fumetti (+14,9%), i libri per bambini e ragazzi (+9,1%) e la narrativa straniera (+6,9%). Più contenuta la crescita della narrativa italiana (+4,9%), mentre la manualistica perde il 6,7%.
Il risultato positivo, tuttavia, deve essere letto considerando l’effetto del fondo biblioteche da 60 milioni di euro, destinato all’acquisto di libri attraverso le librerie di prossimità.
AIE stessa riconosce che il sostegno pubblico ha avuto un ruolo importante nella ripresa. Il fondo rappresenta una misura preziosa per la rete libraria e per l’accesso alla lettura, ma rende necessario distinguere la crescita della domanda sostenuta dai finanziamenti pubblici da quella generata spontaneamente dai consumatori.
Il 2026 mostra dunque segnali incoraggianti, senza aver ancora risolto la debolezza strutturale del mercato interno.
Che cosa ci dicono questi numeri
La fotografia dell’editoria italiana conferma un settore produttivamente vivace, con una capacità crescente di esportare i propri contenuti, ma sostenuto da una domanda interna relativamente fragile.
La quantità dei titoli disponibili continua ad aumentare, mentre le vendite si concentrano su un pubblico ristretto di acquirenti forti. Le piccole imprese editoriali faticano a trovare spazio e il commercio librario attraversa una progressiva trasformazione.
In questo quadro, credo sia importante interrogarsi anche su ciò che i numeri non riescono a misurare: la qualità del lavoro editoriale, gli investimenti dedicati ai singoli titoli e la reale capacità della filiera di accompagnare un libro fino ai suoi lettori.
Perché l’aumento della produzione ha senso se il settore riesce anche ad ampliare la domanda e a sostenere economicamente i libri che pubblica. Altrimenti continueremo a immettere nuove opere in un mercato che fatica, sempre di più, ad assorbirle.
