Non si dice ma si fa

Lavorare e non essere pagati; in editoria accade spesso. Gli addetti ai lavori sanno chi ha il vizietto di non saldare, parlarne apertamente è complicato ma si può agire. 

Arrivano le bozze. Definirle bozze in effetti è ottimista. Chi le ha lette e (ehm…) lavorate, ha scritto tra-le-righe-nei-margini-dentro-allo-spazio-bianco-delle p, b, q. Il risultato è qualcosa che sta tra il geroglifico e la macchina delle verità sbronza.

Ti viene consegnato in malloppo e tu, emozionata, sai che diventerà un libro. Prima però tocca mettere tutto insieme, farlo tradurre, identificare le citazioni a margine (ci sono i nomi degli autori ma servono pure i testi da cui sono tratte ’ste benedette citazioni). Poi c’è la revisione e la correzione bozze. Sarebbero necessari centoventi giri di bozze, ché il refuso è un nemico insidioso e in 700 cartelle si mimetizza meglio.

Passano i mesi e tu sopravvivi alla trafila. Il libro viene stampato. Non ci sono orrori. Neppure problemi. A parte uno: non ti pagano. Non pagano te e tu non puoi pagare i traduttori, né i revisori, né incassare qualcosa per il tuo lavoro. E ci metterai più di un anno per riavere quanto ti spetta. Non dormendo la notte perché i tuoi collaboratori hanno bisogno dei soldi – anche se minimizzano, perché c’è affetto e sanno che pure tu sei disperata – e tu non li hai per pagare le tasse. Quindi o ti danno quanto ti spetta o metti in guai seri delle persone a cui tieni e chiudi pure baracca.

E dire che il conto in banca dovrebbe essere florido. Sì, dovrebbe, perché non c’è solo l’editore (detto pure la Fenice) a non liquidarti, c’è pure quel famoso albergo a Venezia che le brochure non te le ha ancora saldate (e non lo farà mai in toto) e quella casa di produzione che, siccome il progetto non è andato in porto, non ti darà i soldi del coverage, né della traduzione. Mai. Anche loro, come la Fenice, fanno parte della F&C, Falliti e Contenti S.p.A. Contenti sì, ché si chiude una baracca, se ne apre una nuova e si ricomincia a far danni.

I soldi dell’editore come detto son poi arrivati. Ti è toccato andare tutti-i-giorni-tutti a reclamarli, ringhiando con la signorina al desk e lavorando nella saletta d’attesa (e accettando assegni postdatati).

Da qui in poi hai detto basta. Hai rinunciato a commissioni su commissioni, quando non venivano forniti anticipi e garanzie. Meglio guadagnare di meno e lavorare meglio.

Ciò che è chiaro: un editore che non paga un anello qualsiasi della catena, prima o poi, non pagherà nessuno; un editore che considera certi collaboratori sacrificabili, che datore di lavoro è? Inutile infilarsi nel meccanismo, diabolico, del raddoppio (ti do un lavoro, non te lo pago, te ne do un altro e tu accetti perché pensi “non sarà così verme da non pagare pure questo” e invece…), se i soldi non arrivano, meglio mollare il colpo e fare di tutto per recuperarli. Fare causa, avvisare colleghi-parenti-amici-giornalisti in modo che la voce giri.

Siccome il mondo va al contrario, chi non viene pagato non può dirlo apertamente, pena ulteriori rogne (una denuncia per diffamazione, per esempio). Per ovviare il problema, tempo fa era nato Editori che pagano spazio in cui era possibile indicare i nomi delle case editrici solventi. Non si accusavano i “cattivi” ma si indicavano i “buoni” (si fa per dire, perché pagare è dovuto, mica è un gesto caritatevole). Ovviamente se un traduttore per l’anno 2013 indicava una sola casa pagante e nello stesso periodo aveva lavorato per altre tre, implicitamente, denunciava la mancata retribuzione da parte di queste ultime. Un po’ contorto e poco nitido. Ma indubbiamente un pesante indicatore di un sistema fallato e di una categoria alle strette.

Chi lavora nel settore conosce i nomi di quelli che non pagano o di chi lo fa a singhiozzo. Non li si può dichiarare apertamente? Sta bene (no, ma ci rassegniamo alla legge del gradasso). Se non possono essere nominati questi signori, non lo saranno: nessuna pubblicità né a loro né ai libri che pubblicano, perché la correttezza paga (l’iniziativa parte da qui). So bene che di mezzo ci vanno gli autori, ma è bene che lo sappiamo anche loro con chi hanno a che fare. E da qualche parte tocca cominciare.

P.S. A chi garba il parere di un addetto ai lavori, consiglio il blog di Federica Aceto.

7 Risposta

  1. Che squallore 🙁

  2. Sei sicura che si configuri il reato di diffamazione? Se tu ti limitassi a dire che l’editore X non ti ha pagato la parcella Y emessa il giorno tale, nonostante i solleciti, sarebbe cosa diversa da dire “X non paga i fornitori” che potrebbe essere, forse vagamente diffamatorio. Il primo è un dato di fatto provato, oggettivo e incontrovertibile.

    • Aldo, purtroppo ti parlo di faccende vissute. Anche per me è fantascientifico. Ma ho visto parecchia gente nei guai. E mazziati e cornuti non è il massimo…

  3. Per legge la diffazione avviene solo quando non si dice il vero (mi sono informato molto bene), quindi se mi trovo al bar e chiacchierando dico ad un mio amico o a qualunque altra persona “sai tizio non mi ha pagato” non è diffamazione, ma la pura semplice verità. Possono anche citarti in giudizio ma perderebbero la causa. Quindi io quando non vengo pagato continuo a dire in giro, sai tizio non mi ha pagato, e continuerò a farlo, è ora di finirla con imprenditori disonesti che sfruttano il lavoro altrui, ne traggono profitto e non pagano. Per la cronaca quello che hai raccontato Chiara, succede tutti i giorni a me, nel mio campo, quello di web-designer e web-developer. E io continuo appena posso a far sapere quali sono le aziende che sono oneste e quali no. DIRE VERITA’ NON E’ DIFFAMAZIONE!
    Un abbraccio.

    • Fermi tutti! Non ho detto che è diffamazione! La verità è la verità, ma come sempre va dimostrata. Quindi, alcuni editori, forti della propria posizione, spaventano i traduttori o li accusano, se parlano pubblicamente, di diffamazione a mezzo stampa.
      Ti parlo insomma di rogne vissute. Ovviamente la prima cosa da fare è sollecitare, poi la messa in mora e via con tutta la trafila. Anche se sappiamoche le ingiunzioni sono un terreno minato, vanno fatte.
      Un abbraccio a te, compagno di recupero crediti 😉

  4. Martina

    Vorrei aggiungere che non ci sono solo editori che non pagano, ci sono anche quelli che alla fine pagano, ma dopo mesi di mail senza risposta, telefonate a vuoto, vaghe promesse, il tutto senza mai scusarsi. E tu ti senti come se stessi chiedendo l’elemosina, o un favore, mentre invece stai chiedendo il compenso pattuito per un lavoro che hai consegnato nei tempi richiesti.

    • Martina,
      quello che scrivi non sai quanto lo capisco! Ricordo che, agli inizi, imparare a chiedere i soldi è stata una specie di tortura medievale. E quando non ti pagano i solleciti sono una sciagura… poi, a furia di frustrazioni ho imparato. Certi urli…

  5. […] slogan è di Marina Vitale, la grafica di Francesca Schipa. La siora Beretta Mazzotta di BookBlister ha subito aderito, io ho fatto […]

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  8. […] iniziativa collettiva. Grazie a Chiara Beretta Mazzotta, che l’ha rilanciata su BookBlister (qui e qui), a Gaia Conventi che l’ha ripresa su Giramenti, e alle mie ragazze di diLetti e […]

  9. […] salute pare l’abbiano dimenticato in molti. Tutto, come spesso accade, comincia in rete, da un articolo di Chiara Beretta Mazzotta, dalle riflessioni di Federica Aceto, dai post divertentissimi e […]

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