💊💊½ (due pillole Blister e mezzo su 5)
Qual è il miglior modo per parlare del carico mentale di una donna in pieno burnout, se non una commedia drammatica a tinte horror?
Linda (Rose Byrne) è una madre alle prese con una figlia gravemente malata, con il marito Charles (Christian Slater) – o meglio, con la sua voce: è assente per settimane, lavora su una nave – e con una pletora di pazienti disagiati. Sì, è pure psicologa. E tenta di non perdere completamente il controllo.
Finché le macerie metaforiche decidono di diventarlo letteralmente e alla protagonista crolla il soffitto sulla testa. E le tocca rifugiarsi in un motel che pare un sottosopra, abitato da presenze inquietanti e sopra le righe.
La maternità è un vuoto
La maternità è un buco, un buco nella pancia, un buco nella casa. La maternità è un senso di colpa – perché, se no, la colpa di chi è? – un vuoto irrimediabile, perché fare non basterà mai. E così essere questa donna è come un’eterna salita, e quando arrivi in cima ne comincia un’altra.
Tra alcol, droghe e sedute in cui Linda urla al collega (Conan O’Brien) che le fa da terapeuta “cosa devo fare? Dimmi cosa devo fare!”, facendo sorridere tutti i pazienti in sala, scivoliamo in una tragicommedia che non lesina colpi di scena liberatori e qualche jumpscare. Perché se sei una donna in burnout non ti rilassi mai, e non può farlo neppure lo spettatore.
Il guaio di Linda è che tutti le chiedono di essere salvati. Tutti si aspettano che faccia la cosa giusta. Ma quale diavolo è?
La regista Mary Bronstein ci fa stare molto a contatto con la protagonista attraverso la macchina da presa, oscurando gli altri personaggi principali – la figlia la vediamo solo un istante, alla fine – e riducendo il marito a una voce. Viene dato invece spazio alle comparse, ai personaggi secondari che invadono il campo e lo spazio, contro cui tocca sempre ingaggiare una guerra di confine.
E per rendere la prepotenza esistenziale in cui è immersa Linda viene fatto un uso sapiente del suono: la voce della figlia che chiede, sempre, che si lamenta, sempre; il bip dei macchinari; il traffico; le urla. Un troppo pieno esasperante che ci fa sentire come lei: esausti.
Una protagonista difficile
La domanda è: ma davvero devono essere sempre così le protagoniste di storie in cui si parla di madri e donne in crisi? Ci sta voler scansare il melodrammone della vittima prostrata dalla società cieca e insensibile, ci sta voler far sentire lo spettatore scomodo, come è scomodo questo femminile che si discosta dalle aspettative. Ma non è necessario farcele detestare tutte.
Non siamo ai livelli della protagonista di Day My Love, che era così indigesta da impedire allo spettatore di partecipare anche solo per un secondo al suo disagio, ma qualche strillo vorremmo tirarlo anche qui.
Di Linda e ti si apprezza che sia completamente scorretta e che faccia spesso la cosa sbagliata – non rispettando, per esempio, le regole – e che risponda alle rimostranze altrui con un bel dito medio. È liberatorio, ammettiamolo. E non ringrazia chi l’aiuta, né si cura di chi è stato carino con lei.
Ecco: tutta questa scorrettezza – che per il personaggio è indispensabile per compensare una vita ingiusta e prepotente – la umanizza e ce la rende meno respingente. E così, in diversi momenti, vibriamo un po’ con lei, sentiamo il suo disagio. Riviviamo il nostro.
E poi alcune trovate fanno sorridere e stemperano il troppo pieno, creando un minimo di chiaroscuro che permette allo spettatore di tirare il fiato (si segnalano però defezioni in sala: alcuni spettatori a un certo punto hanno abbandonato il posto).
Senza dubbio Rose Byrne è una forza della natura e tiene il film sulle spalle con grande precisione: riesce a dare corpo alle contraddizioni del personaggio, a tenere insieme controllo e collasso, lucidità e perdita di senso. Ed è proprio questa oscillazione continua – mai risolta, mai pacificata – a impedirle di appiattire Linda nel ruolo della “scoppiata”, mantenendola sempre viva, imprevedibile. Pericolosamente credibile.
Un immaginario già visto
In generale, mi pare però che il film non sposti di un millimetro la qualità e la profondità della conversazione sul tema che porta al centro: il peso di essere madre, la bugia che ciascuna donna nasca sapendo che cosa sia meglio per i propri figli. La bugia che vede le donne naturali dispensatrici di cura, capaci di tenere le redini di tutto – casa, matrimonio, figli, lavoro – senza incrinarsi.
Né che mostri la questione in maniera davvero originale: il buco nel soffitto, il foro nell’addome della figlia per nutrirla, il tubo come cordone ombelicale, il mare in tempesta come simbolo del caos, la rinascita sulla spiaggia… Mi paiono tutti elementi di un immaginario molto canonico e dichiarativo.
Ma forse è proprio questo il punto: sappiamo tutto, abbiamo già visto tutto, eppure non basta, la maternità – e, sotto, l’esperienza di essere donna – resta qualcosa che presenta sempre il conto.
Perché vederlo se scrivi
Per ragionare su quanto conti la scelta di come mostri le cose.
Perché, a un certo punto, il modo in cui racconti smette di essere un semplice veicolo e diventa il contenuto stesso. Come le mostri diventa le cose di cui parli.
Ma più un tema è battuto, più il problema è da dove lo guardi. Se resti dentro un immaginario già visto, anche una buona idea si trasforma in qualcosa di prevedibile. Se invece cambi angolazione – se lavori sulla prospettiva, sulla distanza, sulla forma – allora anche un tema noto può tornare a essere perturbante, vivo.
Credits
Titolo originale: If I Had Legs I’d Kick You.
Regia e sceneggiatura: Mary Bronstein
Cast principale:
Rose Byrne (Linda), A$AP Rocky (James), Conan O’Brien (Psicologo/Terapista), Danielle Macdonald (Caroline), Christian Slater (Charles), Delaney Quinn (figlia di Linda)
Produzione: A24, Bronxburgh, Fat City
Produttori: Sara Murphy, Ryan Zacarias, Ronald Bronstein, Josh Safdie, Eli Bush, Conor Hannon, Richie Doyle
Fotografia: Christopher Messina
Montaggio: Lucian Johnston

