Se ne stanno in fila, mentre una donna più anziana gestisce la contrattazione. A soppesare la mercanzia ci sono un uomo e una donna lì, appunto, per scegliere. Il romanzo apre con una scena perturbante e, sulle prime, indecifrabile: qualcosa che, a guardarlo oggi, stranisce ma che un tempo faceva parte del naturale corso delle cose.
Olimpia e Ada aspettano entrambe un bambino, ma provengono da due mondi opposti e questo cambia tutto. Tanto per cominciare la prima potrà permettersi di scegliere, mentre la seconda, se avrà la fortuna di essere scelta, dovrà prendere una decisione delicata: lasciare la sua famiglia e prendersi cura del figlio di qualcun altro.
Il mestiere delle balie
Questa è soprattutto la storia di due donne: Olimpia, una madre borghese che, come il ceto sociale comanda, non allatterà, e Ada, una contadina ciociara che, grazie al proprio latte, troverà un lavoro ottimamente retribuito in una grande villa fuori Bologna. Parliamo di 50mila lire – al mese – del 1959. Una piccola fortuna, insomma.
Chi ha abbastanza anni potrebbe aver sentito in casa l’espressione “fratelli di latte”, per me è così: a pronunciarla mia zia, che parlava dell’adorato cugino Gimmo come di suo fratello, appunto, e rievocava immagini pittoresche del “balione” che aveva tirato su entrambi. Immagini non sue, ovvio, perché era troppo piccola per ricordare.
Non avevo mai pensato al fatto che il mondo fosse segnato da un curioso spartiacque: l’invenzione del latte in polvere. La formula magica dell’indipendenza dall’allattamento forzato (ma non dai sensi di colpa per non aver allattato…) che ha permesso alle donne che di latte non ne avevano di poter nutrire i propri figli e farli crescere sani e forti.
Come ogni grande rivoluzione ha portato con sé parecchi cambiamenti, tra i quali anche la fine di una professione: la balia.
Il baliatico ha il fascino delle cose che stratificano significati. Da un lato nasconde una ovvia brutalità: una donna, per diventare balia, deve essere madre, deve avere il latte, latte che non darà a suo figlio per venderlo al figlio di un’altra. Significa separarsi dal proprio bambino appena nato.
Ma il baliatico è anche l’espressione della comunità che sapeva farsi rete di sostegno: se una donna non aveva il latte, una del paese l’aiutava. Condividere e sostenere erano gesti di umanità scritti nel codice di comportamento delle persone.
Due corpi, due mondi
I corpi delle donne sono da sempre un oggetto politico e culturale. All’epoca, nei ceti più abbienti, non si allattava perché era considerata una cosa da bestie e perché il seno non si doveva sciupare. Non per essere più libere di lavorare o studiare, perché lavorare non stava bene, se c’era un uomo che poteva mantenerti. A meno di essere povera, e allora anche il latte poteva trasformarsi in una vera benedizione. Una dicotomia che nel romanzo vediamo alla perfezione.
La storia si sviluppa soprattutto grazie alla relazione tra queste due donne. Attraverso la polarizzazione e le differenze di ceto, sguardo e competenze sul mondo. Olimpia dipende da Ada, il latte è un potere, le consente di toccare un figlio non suo, è il simbolo della sapienza in fatto di bambini. E questa sudditanza irrita Olimpia ma al contempo pare un’innamorata che desidera e che vuole liberarsi dell’oggetto del desiderio perché non le piace come la fa sentire.
Il corpo di Ada trasuda vita, abbondanza. È un territorio in cui la natura può permettersi di accadere. Il corpo di Olimpia, i suoi umori, sono invece una disobbedienza alla compostezza del suo rango. E poi c’è quel senso pratico della ciociara, quella logica concreta e spiazzante che Olimpia – nonostante tutti i suoi studi – ignora.
Anche Ada dipende da Olimpia, prima di tutto economicamente e poi per tutto ciò che non sa. Ada non conosce un tovagliolo, la scrittura, il mare… ma ha una forza che la rende invincibile: un sistema di valori che mantiene il suo mondo intatto, anche se al momento non ne fa parte. Ada ama ed è riamata.
Questa battaglia di gesti e di geometrie accade sotto lo sguardo presente, e un poco minaccioso, di Carolina, la domestica che ha cresciuto Olimpia. Una donna tutta in sottrazione che ha invece molto da raccontare. E poi c’è una terza linea che cattura la nostra attenzione: quella di Pietro, un figlio abbandonato, un baliotto. Cioè un orfano che è stato accolto da una contadina e cresciuto grazie alla sua generosità, ben ricompensata dallo Stato.
Corpi, lingua, memoria
Marina Zucchelli nel suo esordio sa per prima cosa intercettare un tema davvero affascinante che ha segnato l’evoluzione del mondo (di balie se ne parla fin dall’antico Egitto) e porta sulla pagina il sapore di una terra con la sua lingua – facendo un uso sapiente dei suoni del dialetto e inventando un ciociaro che fosse comprensibile per il lettore – le sue regole e contraddizioni.
E poi ci sono i corpi.
È un romanzo fatto di carne e umori, che tocchi e avverti nella sua presenza e fisicità. Una storia viva che ci mostra quanto la libertà per le donne sia un tema decisivo. Chi può lavorare? Chi può allattare? Chi può dormire con il proprio figlio? Chi può studiare? Dipende da che donna sei e da dove nasci e da cosa stabilisce il contesto per te.
Tra i tanti passaggi che mi hanno colpita: a un certo punto Ada, in procinto di fare una camminata con il bambino, chiede a Olimpia fino a dove può spingersi con il passeggino, fino a dove arriva la sua terra. Quest’ultima non ne ha idea. E qui Ada la sgrida con amore: deve sapere qual è la roba sua, perché è sua e perché poi andrà al figlio. Una piccola lezione di educazione economica…
Essere madri
Ma il tema centrale è un altro: la maternità è un’esperienza poderosa e totalizzante eppure essere madri, sentirsi madri e vivere a pieno questo ruolo è quasi impossibile. Perché non sei pronta, perché la società si mette di mezzo, perché non hai i mezzi economici per poter crescere i tuoi figli.
E così Olimpia osserva una donna portarle via il bambino, fare per lui ciò che lei dovrebbe. Ada affida il suo quarto figlio a un’altra donna e abbandona tutti per curarsi di un’altra creatura. Una contadina accoglie un orfano, sapendo che non sarà per sempre. Una donna abbandona un figlio sperando di poter tornare sui suoi passi…
Un esordio davvero convincente, che mescola finzione, storia privata e Storia del nostro Paese con l’energia perturbante della vita, una vita che sa essere prepotente e al tempo stesso commuove.

