Aleni ha solo nove anni la prima volta che viene portata dentro il recinto. Così chiama il campo da tennis. A osservarla c’è l’unico uomo che, nella sua zona, pare saperne davvero di questo sport: un vecchio silenzioso, il cui verdetto avrà un peso decisivo.
Non è chiaro se la ragazzina sia dotata. Una cosa però emerge subito: sa abitare la sofferenza. E la sofferenza, qui, non manca. Gli allenamenti si trasformano presto in una scuola severa, fatta di ore e ore di lavoro sul corpo e sul gesto, dentro e fuori dal campo.
Allenarsi alla sofferenza
È il mondo degli atleti vocati, aggrappati alla speranza che tutta quella fatica abbia un senso, che prima o poi restituisca qualcosa. Intorno a loro si muovono adulti sospesi, spesso irrisolti, che guardano questi ragazzi come prolungamenti di sé: possibilità di riscatto, bacini di energia da cui attingere, occasioni di felicità spostate altrove.
Il corpo diventa centrale. È dolorante, esposto, attraversato da forze che lo spingono e lo consumano. Un luogo in cui l’energia deve essere prodotta, regolata, controllata. Ma è anche un territorio su cui si scaricano tensioni e frustrazioni: quelle degli allenatori, quelle degli adulti, quelle che finiscono per essere interiorizzate.
Ci sono gli amici, le alleanze improvvise, le sintonie che nascono senza preavviso. E c’è soprattutto un vuoto difficile da nominare, qualcosa che si insinua e non concede tregua, neppure nel sonno.
In questo romanzo le geometrie hanno un ruolo fondamentale. La vita di Aleni è scandita dai movimenti dentro un rettangolo, dalle linee che delimitano il campo e, insieme, il suo spazio di esistenza. È una vita che si organizza dentro confini precisi, dentro regole che sembrano dare forma a tutto.
Diventare se stessi (nonostante tutto)
Su questo perimetro si stagliano due presenze.
Il padre, ingombrante e affettuoso insieme, incapace di stare davvero fuori dal campo. Se ne resta aggrappato alla rete che separa il dentro dal fuori, a fumare, a gridare consigli, a incitare. Non riesce a separarsi da sua figlia, a riconoscersi come altro da lei. È come se la sua esistenza passasse attraverso quella di Aleni.
Aleni cresce così: sentendosi il desiderio che deve essere realizzato. Ciò che fa, ciò che potrebbe diventare, coincide con il senso della vita del padre.
Dall’altra parte c’è la madre. Pragmatica, a tratti passivo-aggressiva, ruvida. Un’artista che sembra aver rinunciato al proprio percorso, e per la quale i sogni restano una materia scivolosa, difficile da maneggiare. Il suo sguardo è distante, talvolta quasi disamorato.
Da una parte un invischiamento totale, dall’altra una distanza che sfiora l’abbandono. In mezzo, una domanda che attraversa tutto il romanzo: come si cresce, come si costruisce un’identità, tra un troppo e un quasi niente?
Aleni esegue, si esercita, gioca. Il suo carattere si manifesta nella dedizione e nella disciplina. È una regina della procrastinazione del piacere: lo sposta sempre più avanti, che si tratti del cibo, del riposo, della fine della fatica.
Molto di quello che so l’ho imparato in un recinto, un rettangolo perimetrato da una rete d’acciaio, verde e spessa, che si intrecciava in lungo e in largo in triangoli annodati come carte di caramelle. A terra linee bianche e intersezioni, angoli e corridoi tracciati su una superficie lenta e terrosa, o così liscia e veloce da ricordare il ghiaccio. Nel campo ho passato anni a decifrare le intenzioni sulla faccia di mio padre. Se ne stava fuori dalla recinzione con le mani in preghiera, mi guardava colpire e scivolare, rintanarmi negli angoli per riprendere fiato.
Eppure non è una creatura malleabile.
È mancina. Abituata a guardare il mondo da un punto di vista leggermente disallineato, a collocarsi in modo diverso rispetto alle cose. Questa differenza, inizialmente solo fisica, diventa anche una postura mentale.
A un certo punto è in grado di mettere in discussione le geometrie dentro cui è cresciuta.
Fa i conti con i desideri degli altri, ma soprattutto con i propri. E quando viene riassorbita, riportata dentro ciò che ci si aspetta da lei, fa quello che deve fare un’adolescente: si oppone. Dice no.
Per chi ama il tennis, ci sono pagine molto riuscite, capaci di restituire il ritmo, la fatica, la concentrazione di questo sport. Ma il romanzo lavora soprattutto altrove: sulla difficoltà di individuarsi, di capire chi si è.
E forse il primo passo passa proprio da lì: dalla capacità di negare ciò che gli altri hanno già deciso che dovremmo essere.

