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è l'ultima battuta
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È l’ultima battuta?

Alex (Will Arnett) e Tess (Laura Derne) stanno insieme da vent’anni. Hanno due figli, arrivati faticosamente dopo una serie di lunghe cure. Hanno viete piene, amici… Eppure qualcosa, evidentemente, si è rotto. Non servono grandi strilli, né grandi litigate. Basta dire a voce alta una cosa che probabilmente aleggiava già da tempo: ci dobbiamo lasciare.
E così accade.

Alex, che è quello chiamato a fare i conti con i cambiamenti più significativi, deve lasciare la casa, deve lasciare sua moglie, deve lasciare i suoi figli. Comincia per lui un periodo estremamente faticoso, nel tentativo di tenersi assieme e di capire che cosa sia rimasto di lui, della sua famiglia, e verso che cosa si possa andare, a questo punto.

Ed è per puro caso che, a un certo punto, finisce in un locale dove fanno stand up comedy e, senza essersi iscritto, senza aver preparato niente, comincia a raccontare la sua vita. Del resto, probabilmente, non c’è niente che faccia più ridere delle disgrazie altrui, soprattutto se si tratta di casini di coppia, di incomprensioni, di rapporti logori, di relazioni che però sono incominciate tanto tempo fa con persone che sono state la “nostra persona” e che adesso quasi non salutiamo più.

Il film segue questo percorso di svelamento, quasi una terapia collettiva, che Alex compie sul palco e che è anche un modo per osservarsi, per osservare ciò che è stato il suo matrimonio, per provare a dargli una forma mentre gli sta crollando addosso.

Lui, lei, noi

Bradley Cooper (regista, sceneggiatore e produttore del film) senza dubbio, sposa maggiormente il punto di vista maschile. Tess, in apparenza, è quella che decide, quella più rigida, quella che mette i paletti. E in alcuni momenti rischia persino di apparire più respingente che sofferente. Ci sta, perché è così che Alex si sente: respinto.

Però, a poco a poco, scopriamo cose importanti sul conto di Tess. È stata una giocatrice di pallavolo. È stata una bravissima giocatrice di pallavolo. Ha vinto una medaglia d’oro. Poi, a un certo punto, ha mollato. Ha lasciato tutto e si è dedicata alla sua famiglia.

Come ha vissuto quel passaggio? Che cosa ha provato in quegli anni in cui ha dovuto fare i conti, insieme con Alex, con la ricerca di un figlio che non arriva, con cure dolorose, faticose e onerose, in termini economici ma soprattutto psicologici? Ecco, tutta questa parte di Tess, per Alex, è assolutamente nebulosa. Lui la guarda, la ama, forse la ammira ancora, ma non la vede davvero.

Ce lo dice bene il film quando Alex ha finalmente preso possesso della sua nuova casa, che, dopo un po’ di mesi, comincia a prendere forma, perché lui comincia a essere in grado di prendersi cura di sé senza aspettarsi che qualcuno lo faccia al posto suo. A quel punto appende una foto della moglie in casa: una foto di quando era giovane, bella, potente, sportiva. Una foto che la ritrae a rete, nell’attimo prima di schiacciare, un secondo prima dell’esplosione massima del gesto.

Lui è totalmente innamorato di quell’immagine. Ne è orgoglioso. E rimane un po’ stranito quando la moglie gli dice che quella foto è terribile, perché lei non è più quella persona lì, non è più quella cosa lì.

Si tocca, insomma, quella voragine che per una donna è diventare adulta e fare i conti con la difficoltà di tenere insieme parti preziose della propria vita: il sé professionale, il sé materno, il sé femminile. E si sfiora quindi la tendenza a ritenere quasi naturale che una donna rinunci ai propri sé per la famiglia, soprattutto se ha lottato tanto per avere dei figli. Così il dolore, la depressione, la fatica di stare dentro una vita che porta con sé anche una quota di rinuncia, spesso restano fuori campo. Esistono, ma non vengono davvero nominati. Perché per una donna è normale, no?

Da qui in poi, a mio avviso, gli spettatori potrebbero dividersi. Il film resta comunque un ottimo film: costruito bene, brillante, sostenuto da dialoghi che funzionano. Funzionano perfino con personaggi un po’ sghembi come Balls, il migliore amico del protagonista (interpretato da Bradley Cooper), che sembra fondamentalmente piovuto da un altro pianeta, ma che nella sua semplicità riesce a centrare domande molto significative.

I dialoghi girano, le poche scene di stand up sono usate bene e quella linea narrativa ha davvero la funzione di mostrarci un percorso emotivo di Alex. Però non è l’oggetto del film. L’oggetto del film sono le persone. E il terzo protagonista, in fondo, è la coppia.

Come dicevo, qui il pubblico si dividerà. Perché forse non è necessario restare insieme per volersi bene. E soprattutto non è necessario soffrire insieme. Insomma, non basta aver condiviso qualcosa, nemmeno qualcosa di molto profondo e molto doloroso, per far sì che una relazione debba continuare.

La scena più bella? Quella in cui Tess assiste a una serata di stand up di Alex e fa esattamente quello che una persona estremamente centrata e consapevole della propria emotività e dei propri desideri saprebbe fare: essere chi è.

Il messaggio è dolce. Il finale è clamoroso e travolgente, a partire dalla musica. E fa venire voglia di parlarsi e magari di farsi una risata. Si spera non con l’ultima battuta.

Perché vederlo se scrivi

Soprattutto per ragionare sul punto di vista. Perché questo film parla apparentemente di una coppia, ma in realtà sta molto di più con il protagonista maschile che con la coprotagonista femminile. E questo è interessante proprio sul piano narrativo.

Il punto, infatti, non è stabilire se il film sia sbilanciato in senso ideologico, o se tradisca il personaggio di Tess. Il punto è un altro: ogni storia, anche quando racconta una relazione, può scegliere cosa guardare. E farlo significa anche scegliere che cosa resta più visibile e che cosa, invece, rimane maggiormente inafferrabile.

Qui entriamo soprattutto nella percezione di Alex. Vediamo il suo smarrimento, il suo senso di perdita, il suo tentativo tardivo di diventare un adulto capace di stare in piedi da solo. Tess, invece, per molto tempo resta parzialmente illeggibile. E proprio per questo funziona. Perché anche nella vita, quando una coppia si rompe, capita spesso di accorgersi troppo tardi che l’altra persona stava vivendo da anni un romanzo interiore di cui noi avevamo letto appena due pagine.

Per chi scrive è un dettaglio utilissimo. Perché mostra molto bene una cosa: raccontare una storia di coppia non significa distribuire in modo perfettamente simmetrico la verità tra due personaggi. Significa decidere quale verità vogliamo seguire più da vicino, sapendo che ogni focalizzazione produce un guadagno e una perdita. Guadagni intensità, prossimità, continuità emotiva. Perdi accesso pieno all’altro. Ma proprio quella perdita può generare mistero, tensione, perfino dolore.

In questo senso il film lavora bene anche sulla parzialità dello sguardo. Alex ama Tess, ma la conosce solo fino a un certo punto. O meglio: conosce la funzione che Tess ha avuto nella sua vita, meno il mondo interno che lei si è portata dentro. E qui c’è un nodo narrativo fortissimo, perché ci ricorda che i personaggi più vicini al protagonista non sono automaticamente quelli più compresi. Anzi. Spesso sono proprio quelli che lui guarda attraverso abitudini, ruoli, immagini cristallizzate.

E poi c’è un’altra cosa interessante, per chi scrive. Il film mostra che un personaggio può cominciare a capire qualcosa solo quando trova una forma per raccontarsi. In questo caso la stand up. Ma potrebbe essere qualsiasi cosa, purché sia un fare, perché un personaggio “disoccupato” non ha la possibilità di mostrarsi mentre cambia. Alex, mentre parla, si ascolta. Mentre costruisce il racconto della propria vita, ne scopre anche le omissioni, le zone cieche, le autoassoluzioni.

Credits

Titolo: Is This Thing On?
Regia: Bradley Cooper
Cast: Will Arnett, Laura Dern, Andra Day, Bradley Cooper
Soggetto: Will Arnett, Mark Chappell, John Bishop
Sceneggiatura: Bradley Cooper, Will Arnett, Mark Chappell
Produttori: Bradley Cooper, Weston Middleton, Kris Thykier, Will Arnett
Fotografia: Matthew Libatique
Montaggio: Charlie Greene
Musiche: James Newberry

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