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Serpenti

💊💊💊💊 (quattro pillole Blister su 5)

La macchina da presa avanza lentamente, una carrellata centrale, precisa, quasi troppo ordinata. Si avvicina a un uomo. Lo abbiamo visto pulire il pavimento, adesso è seduto a un tavolo e tamburella con le dita. Poi comincia a parlare.

Ha ucciso sua moglie.

Non perché lei gli avesse fatto qualcosa. Anzi. Racconta di una donna gentile, premurosa, perfino difficile da odiare. Lui sentiva una specie di peso, un’ansia, un’oppressione al petto. E ha pensato che forse, uccidendola, sarebbe passata. Non è passata.

Così si mette giacca e cravatta, va al commissariato e confessa. Da questo momento Serpenti, diretto da Roberto De Paolis Maino e scritto con Damiano e Fabio D’Innocenzo, costruisce un paradosso feroce: un assassino che cerca disperatamente qualcuno disposto a trattarlo da assassino.

La burocrazia dell’assurdo

Paolo Marra, interpretato da Leonardo Lidi, entra nella macchina dello Stato e scopre che la macchina ha altro da fare. Ci sono moduli da compilare, procedure da rispettare, chiavi di casa da identificare correttamente. C’è un appuntato che sembra considerare la confessione di un omicidio una seccatura amministrativa (mentre sceglie cover per l’iPhone) e c’è il poliziotto – interpretato da un clamoroso Alessandro Borghi – alle prese con il mal di testa, la propria giornata e problemi decisamente più urgenti dell’uomo che ha davanti e che continua a ripetergli: ho ammazzato mia moglie.

Intorno campeggiano fotografie e manifesti che celebrano la polizia, gli eroi, i buoni samaritani. Ed è proprio questo scarto a diventare progressivamente insopportabile: da una parte l’immagine dell’istituzione, dall’altra la sua quotidianità sgangherata e stanca, regolata da automatismi che sembrano avere completamente perduto il rapporto con la realtà.

La prima lettura è inevitabile: Serpenti è una commedia nerissima sull’assurdo burocratico. Kafka, certo. La procedura che sopravvive allo scopo per cui è stata inventata. L’essere umano costretto ad adeguarsi alla logica del modulo anche quando a compilare il modulo c’è un assassino.

Solo che questo è lo strato più evidente del film. Quello meno interessante.

Il femminicidio passa in secondo piano

Perché la domanda che comincia a insinuarsi lentamente è un’altra: perché nessuno prende sul serio proprio questo delitto?

Paolo ha ucciso sua moglie. E della moglie, progressivamente, sembra non importare niente a nessuno. Chi fosse questa donna, che cosa le sia successo, che cosa significhi che un uomo abbia deciso di ammazzarla perché sperava così di sentirsi meglio: tutto diventa marginale fino a scomparire. Rimane Paolo. Il suo senso di colpa. La sua necessità di essere punito. Il suo bisogno di ottenere finalmente dallo Stato una definizione: assassino.

Ed è qui che Serpenti fa il lavoro migliore, perché ogni incontro finisce per offrire a Paolo una nuova possibilità di allontanarsi dalla propria responsabilità. Il poliziotto minimizza. L’avvocato – interpretato da un Pietro Castellitto impomatato e magnificamente repellente – comincia subito a lavorare sulla realtà come fosse materiale malleabile: i fatti esistono, certo, però possono essere raccontati in modo diverso. La colpa può essere riletta, resa più digeribile.

Poi arriva Valeria Golino e il film cambia nuovamente temperatura. Golino è strepitosa. Entra nella storia con l’aria di qualcuno che conosce regole diverse da quelle che hanno governato il film fino a quel momento e occupa immediatamente ogni centimetro dell’inquadratura. Ha qualcosa della maga, della fattucchiera, della creatura che guarda quest’uomo e gli restituisce una lettura di sé che nessun altro gli aveva ancora offerto. Anche quella lettura, in fondo, produce la stessa cosa: un significato capace di rendere la colpa più sopportabile.

E così Paolo continua a dichiararsi colpevole mentre tutti quelli che incontra sembrano impegnati, ciascuno con il proprio linguaggio, a costruirgli una via d’uscita. La burocrazia lo ignora, il diritto manipola il racconto, perfino ciò che dovrebbe stare fuori dalla razionalità cerca una causa, una spiegazione, una genealogia del male. Così l’uomo che ha cominciato il film dicendo semplicemente “ho ucciso mia moglie” viene progressivamente depistato e ridefinito.

La trappola dell’empatia

Intanto succede una cosa ancora più sgradevole allo spettatore: cominciamo a stare dalla sua parte. Non dalla parte del gesto, è ovvio, bensì dalla parte del suo obiettivo. Vogliamo che qualcuno gli creda. Vogliamo che il poliziotto smetta di occuparsi delle proprie faccende. Ci innervosiamo quando una procedura lo ostacola. Proviamo imbarazzo per lui, pena, perfino una specie di affetto. A un certo punto rischiamo quasi di dimenticare perché quest’uomo sia entrato in commissariato.

Ed è una trappola drammaturgica formidabile. Il film ci fa empatizzare con la frustrazione di un assassino e poi ci lascia lì, senza concederci una posizione comoda.

Leonardo Lidi, circondato da interpreti in stato di grazia, può sembrare inizialmente quello che fa più fatica a imporsi. Ma è proprio questa la forza della sua interpretazione. Paolo deve essere dimesso, opaco, quasi sottotono. Deve avere qualcosa di insignificante. Se Lidi gli desse troppa energia, troppa brillantezza o una presenza più esplicitamente magnetica, lo spettatore sarebbe costretto molto presto a prendere posizione: mi piace, mi ripugna, lo odio, lo capisco… Invece Paolo si insinua lentamente sottopelle proprio perché sembra quasi non possedere abbastanza forza per suscitare una reazione netta.

Quell’insignificanza è costruita con grande abilità. Ci sono momenti in cui Lidi trova uno sguardo perfetto: smarrito, infantile, quasi offeso dal fatto che la realtà non si comporti come dovrebbe.

Un film a lenta detonazione

Serpenti cresce per accumulo. Ogni incontro aggiunge un altro piccolo spostamento dell’assurdo e il film riesce quasi sempre a fermarsi un istante prima che il meccanismo diventi macchietta. È soprattutto una questione di misura. I silenzi durano abbastanza, le risposte arrivano leggermente fuori tempo, le situazioni partono da qualcosa di riconoscibile e poi slittano di pochi centimetri, finché ci accorgiamo che siamo entrati in un mondo completamente folle.

Il finale è ruvido, sgradevole. Sono uscita dal cinema infastidita. Poi Serpenti ha cominciato a lavorare.

È uno di quei film a lenta detonazione: quando si abbassa il fastidio prodotto dall’ultima parte, restano le scene, i dialoghi, quella moglie morta che quasi nessuno ha guardato e soprattutto il cortocircuito su cui è costruita tutta la storia. Un uomo ha commesso un crimine enorme, chiede che quel crimine venga riconosciuto e scopre di vivere in un mondo che sembra perfettamente organizzato per occuparsi di tutto il resto.

Perché vederlo se scrivi?

Per studiare come si gestisce l’assurdo senza distruggere la credibilità della storia.

È facilissimo sbagliare. Basta alzare appena troppo il volume e il grottesco diventa farsa, i personaggi diventano macchiette e lo spettatore smette di credere a ciò che vede. Qui accade qualcosa di più interessante: ogni situazione possiede una logica interna perfettamente riconoscibile. Il poliziotto ha le sue procedure, l’avvocato ha il proprio obiettivo, ogni personaggio prende sul serio ciò che sta facendo. Nessuno sembra sapere di essere dentro una commedia. Ed è proprio per questo che fa ridere.

Ma soprattutto bisogna osservare come viene costruita l’empatia. Paolo ha commesso un gesto che dovrebbe renderlo immediatamente respingente. La sceneggiatura, invece di chiedere allo spettatore di assolverlo o di giustificarlo, gli assegna un obiettivo semplicissimo: vuole farsi arrestare. Poi mette continuamente qualcosa tra lui e quell’obiettivo.

È uno dei principi più elementari della costruzione narrativa: un personaggio vuole qualcosa, qualcuno glielo impedisce. Solo che qui il meccanismo produce un effetto molto più scomodo, perché ogni ostacolo ci avvicina al “cattivo”. Vogliamo che riesca nel suo intento.

E quando ci accorgiamo di volerlo, il film ci ha già fregati.

Credits

Serpenti, Italia, 2026, 93 minuti.
Regia: Roberto De Paolis Maino
Sceneggiatura: Damiano D’Innocenzo, Fabio D’Innocenzo, Roberto De Paolis Maino
Interpreti: Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto, Valeria Golino
Fotografia: Gianluca Rocco Palma
Montaggio: Paola Freddi
Scenografia: Elisabetta Zanini
Costumi: Grazia Materia
Musica: Vittorio Giampietro
Produzione: Paco Cinematografica, Be Water Film

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