Stefano Piedimonte e il mito del gigante

La storia di un esordio. Ce la racconta Stefano Piedimonte. 

Volevo prendere la scorciatoia, ma non ci sono riuscito. Le cose sono andate così: da ragazzino, quando avevo all’incirca tredici anni, scrivevo roba illeggibile. Pagine folli, a metà strada fra il genere horror e il romanzo di formazione. La mia passione per la scrittura viene da lì, dai libri horror. Chiedevo sempre a mia madre di comprarmene, ma lei non voleva che li leggessi, quindi andavo a fregarmeli in libreria. Ne fregai abbastanza da appassionarmi al genere (l’autore era Stephen King, e chiedo scusa pubblicamente alla Sperling), cominciai a scrivere, ma l’unica a leggere i miei racconti era una ragazzina che per qualche ragione inimmaginabile si era innamorata di me. Eravamo in classe insieme. Mi chiedeva: “E poi? Come va a finire? Quando scrivi il seguito?” Io mi gasavo, scrivevo al computer stampando su quei fogli coi bordini bucherellati che poi si staccavano. Glieli portavo, lei leggeva e diceva “che bello!” Se li avessi fatti leggere soltanto a un’altra persona avrebbe chiamato la neuro; invece mi gasavo, e scrivevo.

Finite le superiori mi venne un’idea: scrivo per i giornali, prendo la tessera da giornalista, cosìStefano Piedimonte1 riesco ad allacciare contatti con gli editori di libri. L’ho fatto, ho scritto per i giornali per circa dieci anni occupandomi prima di spettacoli, poi di cronaca cittadina, e infine di cronaca nera. Ovviamente, dopo dieci anni non conoscevo un solo grosso editore di libri. Neanche uno. Scrissi un libricino per un editore locale chiedendogli di pubblicarlo anche in ebook. (Era talmente brutto che poi ne ho ricomprato i diritti e l’ho ritirato dal commercio). Nonostante ciò, il romanzetto guadagnò i primi posti nella classifica di vendite di un grosso sito internet, e un agente – il mio attuale agente, Maria Cristina Guerra della Thesis – mi telefonò chiedendomi di rappresentarmi. Dissi “ok, sto scrivendo quello che considero a tutti gli effetti il mio primo romanzo”. Finii di scriverlo, glielo mandai, mi richiamò dopo dodici giorni chiedendomi: “Con quale editore vorresti pubblicare?” Le risposi che già se ne avessimo trovato uno mi sarebbe Nel-nome-dello-zioandata di culo. Lei mi spiegò che cinque editori (non dico quali per delicatezza, ma erano i più grossi d’Italia) stavano facendo un’asta per accaparrarsi i diritti di Nel nome dello Zio (trovate la recensione qui ndr).
Scegliemmo Guanda scartando altri concorrenti che da un punto di vista commerciale sono molto più grossi, e lo facemmo per diversi motivi. Guanda, che ha un catalogo molto prestigioso e pubblica molti fra i miei autori preferiti, ci dimostrò fin da subito di voler investire tantissimo sul romanzo, non solo in termini economici ma di lavoro in generale: promozione, campagna stampa, marketing. Luigi Brioschi, il direttore di Guanda, inviò una lettera alla mia agente che conservo ancora oggi nel mio taccuino, e che porto sempre con me come se fosse un talismano. La trovai di una bellezza e di una forza commoventi. In poche parole, Guanda ci fece capire che non voleva soltanto pubblicare un romanzo, ma costruire una nuova voce, un nuovo autore, e portarlo sottobraccio. Questa è una cosa che al giorno d’oggi pochi editori possono (e vogliono) fare. È un grosso rischio, soprattutto in periodo di crisi. Richiede impegno, fiducia, abilità, pazienza. Trovare un editore che pensi ai tuoi libri come a dei testi letterari, e non soltanto come a un numero, come a una voce di bilancio accompagnata da un più o da un meno, è ciò che auguro a ogniStefano Piedimonte2 esordiente. Da quella vicenda ho imparato che non bisogna inseguire l’editore enorme. I più grossi editori del paese pubblicano quotidianamente una caterva di autori che non conosciamo e non conosceremo mai. Bisogna trovare un editore che, pur essendo fra quelli più noti, sappia dare la giusta cornice ai tuoi romanzi e fare in modo che la gente li legga, e che i giornali ne parlino. Se a farlo è una grossissima macchina editoriale, ben venga. Ma nulla è più falso del mito secondo il quale basta pubblicare con un gigante per diventare a tua volta un gigante. Il più delle volte, il gigante ti schiaccia.

<

0 Commenti

  • sandra Reply

    11 dicembre 2013 at 13:32

    Per una serie di motivi importanti a livello personale grazie per questo post. Sì Guanda pubblica anche molti dei miei miti tipo Nick Hornby. Che ci siamo tanti successi e non venga mai meno la voglia di scrivere belle storie.

Lascia il tuo commento

Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password