Graziano Versace: un esordio

La storia di un esordio. Ce la racconta Graziano Versace. 

Nel 2006, mi contattò una casa editrice a pagamento.
Avevo spedito un mio romanzo un mese prima, e già mi rispondevano, su carta celeste finto-pregiata, proponendomi un contratto “vantaggioso”. In breve, duemila euro per vedere pubblicato il mio libro. Compreso nel pacchetto, c’era una presentazione (che loro chiamavano “evento”), un’intervista radiofonica e tutta l’assistenza pubblicitaria per far entrare il mio capolavoro in classifica. Alle spalle, avevo una decina di romanzi, tutti rifiutati dagli editori, così pensai che questa potesse essere una scorciatoia per entrare, sia pure da una porticina laterale, nel mondo librario. D’altra parte – come succede a molti che vogliono esordire -, avevo la magica certezza che la mia opera letteraria sarebbe stata notata, vista, letta da un grande critico, o che la stessa copertina (che io stesso finii per scegliere) avrebbe attirato lettori da ogni regione d’Italia. Il nome della casa editrice in questione richiamava versi poetici di un certo spessore, albatri di romantica memoria, e un’apparente serietà che non avevo riscontrato da altre parti. In più, ero stato due volte finalista al premio Urania, finalista al premio Alice e al premio Montblanc. Qualcosa doveva pur voler dire.

Firmai il contratto. Ci credevo. Ero certo che sarei arrivato da qualche parte. E, in effetti, andò così. Da qualche parte, arrivai.
Dopo un frettoloso (che sta per inesistente) editing, il romanzo era già pronto per essere stampato. Non aveva avuto bisogno di troppe cure. L’avevo scritto io. Era praticamente perfetto. Piccole vanità di esordiente. Uscì a novembre, s’intitolava I dodici punti, e narrava l’odissea tragicomica di un insegnante precario. La data della presentazione/evento fissata per il 26 gennaio dell’anno successivo. Non sapevo però che l’avrei condivisa con altri tre scrittori, due poeti e un romanziere. Ma che importanza poteva avere? Pochi mesi e mi sarei trovato davanti a una platea di giornalisti e lettori curiosi che non aspettavano altro che tempestarmi di domande. Parlai al telefono con un non ben identificato responsabile della casa editrice, un tipo freddamente cordiale che insistette a spiegarmi come un blog letterario serio potesse accalappiare decine e decine di lettori. Il sito dell’editore, inoltre, registrava almeno cinquecento visite giornaliere. Dati da capogiro per un debuttante.
Il giorno prima della presentazione, partii per Roma insieme a mia moglie e mio figlio. Costo dell’operazione: 600 euro. Per tutta la notte, stipato in una cuccetta, pensai a quello che mi aspettava. Forse avrei conosciuto qualche scrittore, o uno di quei critici che griffano articoli alla moda, e che fanno il bello e il cattivo tempo sui giornali. Bastava una recensione, quella giusta, quella che non t’aspetti, per far volare il libro; per fare il salto di qualità e magari firmare per un secondo libro con una casa editrice più importante. Anche questo mi era stato detto.
Arrivati alla stazione centrale di Roma, di prima mattina, un cappuccino ancora in gola, entrai in una libreria. Del mio romanzo non c’era traccia. Chiesi a un commesso sonnacchioso. Non ne sapeva nulla. Gli dissi il nome della casa editrice, mimando quasi il volo di un albatro, e gli spiegai che ero lì, nella capitale, per presentare il libro. Io ero l’autore, se non l’aveva ancora capito. Mi sorrise, cercando un modo educato per sottrarsi a quella conversazione.
Arrivati in albergo, provai a dormire un po’. Non ci riuscii. L’adrenalina mi circolava dentro per i fatti suoi, sgranandomi gli occhi, accendendomi la fantasia.
Verso le quattro, prendemmo un taxi che ci lasciò a Campo de’ Fiori. Mi sembrò un segno. Davanti alla statua di Giordano Bruno, mi sentii al mio posto. Volevo solo quello. Essere uno scrittore. Parlare, vivere, agire da scrittore. Non m’interessavano i soldi. M’interessava scrivere, conoscere i miei lettori, bermi il mio caffè mattutino davanti a una pagina da correggere, a una frase che non voleva saperne di formarsi.
Imboccammo una stradina laterale, sporca, vissuta, piena di botteghe di artigiani, fruttivendoli, piccole librerie. C’era poca gente, e ora cominciavo a chiedermi dove fosse la grande libreria che doveva ospitare l’evento. Finalmente, la trovammo. Per puro caso. L’insegna mezzo coperta da una stoffa, alcuni libri disseminati all’ingresso su un tavolino dai piedi storti, tra cui il mio e quelli dei miei colleghi. Mi presentai alla libraia, annoiata, e lei mi indicò una saletta disadorna, con circa venti posti a sedere, e alcune teiere impolverate appoggiate in un incavo nel muro. Sperai in un tè, ma non vedevo fornelli o filtri. Non c’era niente. E, soprattutto, non c’era il pubblico. Aspettammo mezz’ora prima di vedere spuntare qualcuno. Conobbi gli altri scrittori, e finalmente la dottoressa emissaria della casa editrice. La saletta si riempì di parenti. Io e mia moglie ci guardavamo tra il divertito e l’incazzato.
Nonostante le premesse, la serata fu piacevole. La dottoressa si rivelò un’abile intrattenitrice, una persona alla mano, e io assaporai il gusto di vendere cinque copie del mio libro (e di autografarle!), comprando nel contempo quelli dei miei colleghi. Fu a quel punto che capii, sentii, di essere stato preso per il culo. In maniera sottile, raffinata, sublime. Ero stato l’ultimo a intervenire, quando più della metà dei parenti era ormai andata via a festeggiare non so che cosa. Forse il semplice fatto di essere lì. Per qualcuno doveva essere stata una grande soddisfazione.
Cosa mi resta di quella sera?
Lo capii qualche anno dopo, quando San Paolo Edizioni pubblicò il mio Ladri di locandine. Non sapevo se considerarlo il mio vero romanzo d’esordio. In qualche modo, ero legato a I dodici punti. Era una storia che mi apparteneva, e ancora oggi credo che sia tra le cose migliori che io abbia scritto. Ma, per pubblicarlo, avevo pagato circa tremila euro, presentazione inclusa. Potevo considerarlo un esordio?
La prima stesura di Ladri di locandine andò perduta, per una sciagurata sovrapposizione di file. Per mesi, non riuscii più a scrivere. Pensavo al libro che era come svanito. Aprivo i due file che avrebbero dovuto contenerlo, ma non riappariva mai. Quella mia disattenzione mi aveva prosciugato di ogni forza. Poi, un giorno, trovai un foglio con su scritto l’incipit del romanzo. Avevo le lacrime agli occhi. Lo ricopiai sul computer e, quasi senza accorgermene, continui a scrivere. Scoprii di avere ancora quella storia dentro e, se possibile, con spunti e personaggi nuovi. Nel giro di qualche mese, lo riscrissi e lo presentai a Loredana Rotundo, l’agente letterario che tuttora mi segue e che tanto mi ha consigliato in questi anni. Il libro era buono, ma Iaia Caputo, l’editor al quale ero stato affidato, mi disse che c’era un notevole lavoro di riscrittura da compiere, se volevo in qualche modo rendere quella storia simile a un romanzo pubblicabile. Riscrivere, riscrivere, riscrivere. Il mio verbo era ormai quello. Mi rimboccai le maniche, e seguii passo dopo passo i consigli di Iaia, alla quale devo molto in termini di scrittura. Il libro uscì nel novembre del 2009, e quando lo ebbi tra le mani compresi quello che avevo vissuto. Avevo lottato per quel momento. Per quel mio nuovo esordio. Perché era così che doveva andare. Fin dall’inizio. Avrei dovuto aspettare. Attendere che quel momento si compisse. Quella prima volta che tanto avevo sognato. Perché certi momenti si vivono, si desiderano,
si modellano, si cercano. Non si possono comprare.
Ora, sta per uscire il mio nuovo libro, Il ragazzo che giocava con le stelle, sempre per San Paolo Edizioni. Per me, è un altro esordio, un altro momento, condiviso con chi ama il libro per il libro, con chi continua a credere nel valore della parola scritta che tanto deve ancora darci.

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16 Commenti

  • sandra Reply

    4 Novembre 2013 at 20:33

    Altro che albatri, qui siamo alla rinascita della fenice! Wow, l’esordio più complicato e costoso tra quelli narrati nella rubrica, però con tanto di lieto fine. Bella la sincerità nel raccontare l’inizio zoppicante, grazie!

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      4 Novembre 2013 at 20:36

      Sono davvero grata a Graziano, perché ci ha regalato un punto di vista prezioso.
      Ed è la dimostrazione vivente che scrivere, come dice Carofiglio, è roba da duri 😉

  • tonino75 Reply

    5 Novembre 2013 at 12:08

    Roba da duri… ma più che altro per me bisogna guararsi intorno cento volte. Potevo capire in passato senza internet. Oggi chi si fa infinocchiare dagli eap non ha scuse. La verità è che il più delle volte il nostro ego ci chiude la mente…

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