Ogni cosa che ha importanza per me c’entra con gli spazi in cui è accaduta. I luoghi ascoltano, parlano e dicono la loro in modo precisissimo. Restituiscono, tolgono. E sanno.
Per questo bisogna scegliere le case (ma anche gli uffici!) con cura. Per questo non è detto che si possa stare bene in un posto per sempre. Per questo, quando si parla di abitare e di vivere un luogo, non si dovrebbero dare per scontate tante cose che, invece, subordiniamo spesso alle necessità contingenti.
Eppure la bellezza di una casa c’entra poco con l’estetica o con le comodità oggettive (quanta felicità in quella casetta sgarrupata! Ciascuno di noi, forse, ne ha una nel cuore…).
La casa è prima di tutto un bisogno. Un luogo sicuro, un riparo, la possibilità concreta di sentirci contenuti e accolti. Lo sa bene chi trasloca, imballa la sua vita e se la porta appresso in un altrove che è anche la promessa di una trasformazione. Casa nuova, vita nuova!
Il peso dei ricordi
Le case possono essere eredità luminose o vincoli, fardelli che richiedono sforzi immani, generatori di pensieri o di sollievo. Raccontano della libertà con cui le abbiamo vissute, del peso dei ricordi che occupano più spazio di certi mobili ingombranti, o della dolcezza di ciò che è stato. Della luce che abbiamo saputo portarci dentro e vedere riflettersi sui muri.
Penso a una casa in campagna che i miei vollero a tutti i costi. Fu un calvario di rogne e burocrazie, guai, inciampi e intromissioni. Quando fu tutto risolto, ce la godemmo pochissimo. Io mai, a dire il vero, perché non ci stavo bene affatto. Eppure era bellissima. Immersa in una campagna lussureggiante e solare. Ma alla me bambina di allora faceva paura. Penso che i peggiori incubi della mia vita li feci proprio lì. Poi i miei genitori si lasciarono e non la vidi più. È l’unica delle case che ho vissuto che non mi è mai mancata.
Quanta influenza ha il nostro mondo interno sul luogo in cui viviamo? Il potere di trasferire le emozioni sullo spazio che ci circonda riesce a trasfigurarlo al punto da renderlo sublime, inaccessibile o spaventoso, perché abitato dai nostri umori.
Le case sono un’estensione della vita di chi le ha costruite e abitate.
Se vuoi sapere con chi hai a che fare, visita la sua casa. E registra minuziosamente ciò che senti nel corpo, ciò che vedi e intuisci. Mi viene in mente un uomo tutto impettito ed elegante, professione rigorosa, postura adeguata al ruolo. Casa sua era trasandata e polverosa e le cose più preziose per lui – i libri, per esempio – accasate alla rinfusa. Ricordo di aver pensato: se si prende cura così di ciò che ama, figurati del resto. Non sbagliavo, direbbe la cara amica che gli ha sventuratamente voluto bene.
Entrare nelle case degli altri
Donatella Caprioglio – psicologa, psicoterapeuta e scrittrice – ci porta a spasso tra le sue case e i luoghi che ha vissuto. Permettendoci soprattutto di entrare nelle case degli altri e farcele leggere e abitare, con tutta la loro bellezza e complessità.
Un viaggio nell’inconscio dei padroni di casa e anche nel nostro. Perché “abitare in fondo è abitarsi. Trovare una corrispondenza tra mura esterne e pareti interiori, liberarsi del passato, riparare vecchie ferite. Scegliere finalmente qualcosa di esterno che ci protegga e che corrisponda a un bisogno intimo ormai irrinunciabile”.
Abitare è (ri)trovarsi e stare in ascolto di sé e del proprio mondo.

