💊💊💊 (tre pillole Blister su 5)
“Il fatto che abbia realizzato tutte le cose sognate dal padre ma che sia rimasta una persona molto normale e gradevole è una specie di miracolo”, dice un sorridente Kasparov.
Perché una donna può osare diventare la più forte giocatrice di scacchi della storia, ma di certo non può permettersi di essere anche poco gradevole.
Judit Polgár è nata a Budapest il 23 luglio 1976. Suo padre, László Polgár, è uno psicologo e ha cresciuto lei e le sue due sorelle maggiori, Zsuzsa e Zsófia, come se fossero dentro un grande esperimento: la costruzione di un talento. Era infatti certo che il genio non fosse innato, ma solo il frutto di una educazione accurata.
E così decise che le sue figlie sarebbero diventate campionesse di scacchi.
Perché proprio gli scacchi? Perché erano economici e accessibili.
E non importava che, all’epoca, in Ungheria fare cose diverse dalla norma fosse rischioso, né che uscire dai confini nazionali fosse un’impresa.
Non lo fermò neppure l’idea, allora diffusissima, che una donna non potesse giocare decentemente, perché considerata priva della necessaria intelligenza, della grinta e della fame di successo.
E se è stabilito che tu non lo sappia fare, è parecchio difficile che ti cimenterai e quasi impossibile che un talento possa esprimersi in questo campo che rimane chiuso e inaccessibile.
Deboli e poco intelligenti
Lo afferma senza giri di parole Bobby Fischer: “Le donne sono deboli, tutte le donne lo sono, e sono stupide se paragonate agli uomini. Non dovrebbero giocare a scacchi”. Lo ribadisce Kasparov “Nessuna donna può sostenere una battaglia prolungata”, prima di correggere il tiro.
Se c’è una cosa che mi ha infatti colpita di questo documentario non è l’incredibile storia di Judit, della sua audacia e della sua fermezza, ma gli uomini costretti a farci i conti.
È una fotografia piuttosto accurata di quanto una narrazione miserabile e parziale del maschile – la pretesa che l’uomo debba essere superiore, forte, aggressivo, dominatore – faccia soprattutto danni agli uomini. Uomini privi degli strumenti per parlare dei propri disagi e dei propri pregi, perché impossibilitati a scoprirli davvero, costretti ad aderire a un modello di maschio stereotipato.
E lo ribadiscono i giocatori sconfitti che spariscono dal tavolo o si rifiutano di stringere la mano alla loro avversaria. Perché se il maschio alfa deve ritenere impossibile, per definizione, accettare la sconfitta, che cosa può fare quando il contendente è una donna, per di più parecchio aggressiva?
Una storia preziosa
Polgár “ha dimostrato che una donna può diventare una grande giocatrice, una cosa che molti di noi, incluso me stesso, non pensavamo possibile”, ha ammesso Kasparov.
Ed è per questo che conoscere e raccontare queste storie è emozionante.
Perché l’energia e la determinazione di alcune diventano spazio per molte altre. Diventano possibilità e libertà di scelta.
E perché il maschile ha l’occasione di spostare lo sguardo.
Se sei educato a vincere perché la genetica te lo impone, la vittoria perde spessore e diventa quasi impossibile imparare a perdere. Accettare una sconfitta, attraversarla, riconoscere la superiorità dell’altro richiede una consapevolezza e un’energia enormi.
Ammettere la bellezza e la potenza dell’avversario è una forma di forza.
E se l’avversaria non può più essere catalogata in partenza come una minus, allora deve essere guardata per davvero. Osservata per ciò che è e per ciò che sa fare. E, quando c’è talento, riconosciuta e apprezzata.
Nel momento in cui attribuisco valore al mio contendente, attribuisco valore anche a me, al mio tentativo di tenergli testa. E chissenefrega del genere di chi ti sta di fronte!
Crediti
Titolo: La vera regina degli scacchi (Queen of Chess)
Regia: Rory Kennedy
Produttori: Rory Kennedy, Mark Bailey, Keven McAlester
Sceneggiatura: Mark Bailey, Keven McAlester
Direttore della fotografia: Imre Juhász
Distribuzione: Netflix
Anno: 2026
Durata: 93 minuti

