💊💊💊 (tre pillole Blister su 5)
Ci si sposa per non morire da soli.
Si resta insieme, perché ci si è amati.
Non è granché, ma è già qualcosa.
Muccino torna alle geometrie e alle dinamiche che gli appartengono di più: relazioni sbagliate, esistenze incastrate in un presente che va stretto. E prende quattro esseri umani che dalla vita hanno tutto tranne la cosa che desiderano di più. Elisa (Miriam Leone) vuole un figlio, Carlo (Stefano Accorsi) scrivere un libro – il secondo – che confermi che ha davvero talento, Anna cerca di riprendere il controllo sulla sua vita, Paolo vorrebbe recuperare il tempo che ha perso con sua figlia.
Quattro amici, ma soprattutto due coppie sull’orlo di una crisi di nervi – un microsistema emotivo fatto di traumi, frustrazioni e infelicità – che decidono di partire insieme per una vacanza a Tangeri. A spostare il baricentro delle tensioni c’è Vittoria (Margherita Pantaleo), la tredicenne figlia di Anna e Paolo etichettata come “in crisi adolescenziale”, in realtà colpevole solo di una pretesa elementare: esistere.
Cosa mai potrà andare male?
Potrebbero, in effetti, autodistruggersi senza bisogno di ulteriori guai, ma Muccino non lesina sui conflitti. E infatti il detonatore arriva: Blue (Beatrice Savignani), studentessa di Carlo, entra nella storia come una variabile fuori controllo e fa saltare del tutto gli equilibri.
La grammatica degli strilli
Amare Muccino – o sopportarlo – significa accettare che tutto si giochi nella parte più alta del pentagramma emotivo. Qui si piange, si hanno crisi di panico, soprattutto si urla. E, nel caso il messaggio non fosse arrivato, lo ribadisce una colonna sonora (composta e prodotta da Paolo Buonvino) che è altrettanto isterica, urlata e in attacco di panico.
Ma come si disperano gli attori con Muccino – con un Accorsi che, in più di una scena, sembra materializzare L’urlo di Munch – non si disperano con nessun altro.
Fin qui funzionerebbe tutto, se fossimo dentro una commedia drammatica sul fallimento sentimentale moltiplicato per due. A un certo punto, però, ci si accorge che il film ha cambiato genere. Non stiamo guardando soltanto un dramma relazionale, stiamo guardando un noir.
E mentre dovresti concentrarti sul vero dilemma morale del film – saresti disposto a mentire, a costruire un alibi, a proteggere qualcuno che ami sapendolo colpevole? – vieni continuamente distratto dagli strappi emotivi.
Il problema è che un noir vive di ambiguità. Di sguardi che, spostati di pochi millimetri, rivelano un’altra verità. Di energia trattenuta che deve rimanere compressa fino all’ultima deflagrazione.
Qui, invece, l’energia viene liberata subito e troppo spesso. E quando i personaggi abbassano finalmente il volume e parlano, anziché guadagnare densità e verità, suonano falsi, come se il film non sapesse proprio stare sulle note basse, nel silenzio e nella sottrazione.
Vittoria resta il personaggio più riuscito, quello che vibra di più. Questa adolescente è anche l’unica ad avere davvero il diritto di strillare, dato il manipolo sgangherato con cui ha a che fare: “adulti” autoreferenziali e fragili, incapaci di assumersi il peso delle proprie scelte.
Che ne sarà di lei? È la domanda minacciosa che aleggia alla fine e rimane sospesa.
Perché vederlo se scrivi?
Per allenarsi a stare nelle parti scomode di ciascuno di noi. Nel rumore, nei gesti esasperati, nelle scelte stupide e mal ponderate. Negli esseri umani al massimo della loro fallibilità e goffaggine.
Se scrivi, è un film che ti aiuta a porti una domanda scomoda: quanto ti fidi davvero del conflitto, quando non produce personaggi simpatici, né soluzioni consolatorie.
Crediti
Regia: Gabriele Muccino
Produttore: Raffaella Leone, Andrea Leone
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Delia Ephron
Soggetto: Delia Ephron dal romanzo Siracusa
Cast principale: Stefano Accorsi (Carlo), Miriam Leone (Elisa), Claudio Santamaria (Paolo), Carolina Crescentini (Anna), Beatrice Savignani (Blu), Margherita Pantaleo (Vittoria)

