Storia naturale di una famiglia

A ben guardare il mondo è un luogo spaventoso: caos, insensatezza. E dolore.
Non per Bianca che osserva agli esseri umani come un entomologa farebbe con i propri insetti e trasforma tutto il disordine in un naturale e necessario succedersi di eventi. E, barricata in questo mondo bizzarro e fantasioso, ecco che Bianca ripercorre la storia della propria famiglia. La sua infanzia, il fratello Andrea, un padre bugiardo e una madre che soffre ma che sa “abbandonare” e quindi “crescere”. Tra tutti i luoghi ne spicca uno – e chi lo conosce lo troverà tratteggiato con un’efficacia sorprendente – la Versilia. Dove, estate dopo estate, i protagonisti si troveranno diversi negli stessi scenari.

Un esordio magnifico per chi è a caccia del senso delle cose e per chi cerca uno sguardo sul mondo sorprendente.

L’incipit
Ha ritagliato un quadratino di carta per me. L’ha ritagliato da un articolo di giornale. Mi ha consegnato il quadratino e ha versato la colazione nelle tazze. Leggo le parole dentro il quadratino. C’è scritto che i figli sono le frecce scoccate da un arco. Fuori è inverno, in cucina è primavera, la stagione più indicata per la muta.
Immergo il biscotto nel caffellatte e dico: tu devi essere l’arco. Mia madre fa un mezzo sorriso e chiude la rivista,. Vuole vendere la casa, questo ha in mente quando si alza e sospira. Le forbici cadono dalla mia mano, colpiscono il pavimento e restano lì, nessuno le raccoglie. Una scheggia di piastrella è saltata. Lei fissa la scheggia, è piccola ma riesce a vederla. Poi si aggrappa con le sue mani al bordo del tavolo, stringe forte la presa e chiude gli occhi come si chiude una casa prima di uscire. Respira più piano. Rallenta le funzioni vitali. Si ferma.
Da qualche parte ho letto che la muta è la fase più delicata della vita di un insetto, il momento in cui è maggiormente esposto ai predatori e alle cadute.
Mia madre si è irrigidita e il suo corpo spoglio e odoroso di bagnoschiuma si erge immobile dalla pozza di spugna dell’accappatoio scivolato ai suoi piedi. Solamente la pelle si muove. Fibrilla di piccole contrazioni, scosse nervose che tentano di sfilarla dall’interno. A un certo punto la testa si piega in avanti e un brusco strattone spacca la schiena due. Tra i lombi del taglio balena un corpo nuovo. Roseo, pulsante, bisognoso d’ossigeno. Da quell’apertura mia madre viene fuori lentamente, un pezzo alla volta. Per prima fa uscire la testa. Ciglia e capelli intrisi di liquido esuviale, labbra non ancora del tutto pigmentate. Poi libera torace, seno e braccia, e si ferma ingobbita a cercare altra energia. Allarga i gomiti fino a scoprire i polsi. Le mani guantate di vecchia pelle rimangono ancorate al tavolo. Si solleva sulle punte dei piedi e con piccole oscillazioni del bacino libera i fianchi e le gambe. Allora sfila via anche le mani, si allontana cautamente da ciò che è stata e spalanca gli occhi (…) Ciò che è stata non le appartiene più.

Storia naturale di una famiglia, Ester Armanino, Einaudi, p. 190 (16,50 euro)

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