Io ti do, se tu mi dai: case editrici a caccia di “garanzie”

L’editoria in crisi cerca garanzie, sulla carta, o sonanti. Un elenco di acquirenti, magari, ma sempre meglio le opere di bene

Siamo in recessione. Tinte fosche per il 2014. E il 2015, chissà… non è quindi strano che l’editoria in affanno sperimenti la crisi della crisi.

E come si affrontano i guai? Cercando di limitare i danni e le perdite, vagliando con cura le pubblicazioni e, soprattutto, scegliendo autori che diano delle garanzie. Qui vale il detto “non fiori ma opere di bene”. Quindi, se proprio proprio tocca pubblicare un testo, che l’autore assicuri un mecenate, diciamo così, uno sponsor. Insomma i soldi per coprire le spese di produzione.

Mettiamo che il libro – un saggio o un manuale – possa vedere coinvolto, insieme con l’autore, qualcuno di famoso, qualcuno che di certo non scriverà un rigo ma ci metterà il marchio e gli sghei. Che saranno mai 4-5mila euro per un colosso o per quello chef che tanto va in tv e allora… e poi, si sa, il libro fa ancora figo – qualcuno lo chiama prestigio – e se l’operazione funziona, si recupera l’investimento con tanto di guadagno. Oltre al prestigio, ovvio.

Se il libro non consente di coinvolgere alcuno, diamine, che siano quantomeno garantite le vendite! Come? L’autore dovrebbe gentilmente stilare una lista di possibili acquirenti garantiti. In soldoni la domanda è: quante copie siamo sicuri di piazzare, signori?

Senza garanzie il progetto non decolla. Quindi è chiaro che in certi casi non è tanto ciò che sta dentro al libro, la sua qualità, ma quello che gli sta intorno, o meglio lo precede, a stabilirne la pubblicabilità.

Niente di nuovo? Forse. Il problema è che tale pratica non riguarda gli Eap, gli editori a pagamento, ma alcuni editori cosiddetti seri. Ché le garanzie, si sa, sono una faccenda seria.

12 Commenti

  • impossiball Reply

    17 settembre 2014 at 17:29

    A me, a dire il vero, stupisce che ragionamenti del genere si facciano solo adesso e non siano la norma da sempre

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      17 settembre 2014 at 17:33

      Be’, se devo coprirmi le spese, allora faccio tutto da me e mi prendo un buon ufficio stampa. Allora sì che ha senso questa modalità.

      • impossiball Reply

        17 settembre 2014 at 17:37

        intendevo dire: mi stupisce – da quello che vedo – che non si facciano già considerazioni del tipo “quanto venderà?”

        • Chiara Beretta Mazzotta Reply

          17 settembre 2014 at 17:49

          Ah parli della seconda garanzia.
          Sì, ovvio. Ma qui si va oltre. Qui, in pratica, toccherebbe mettere nero su bianco il fatto che il tal ente, università, lista di lettori compreranno il libro. Certezze, non ipotesi di fatturato.

          • impossiball

            17 settembre 2014 at 18:01

            l’unica certezza che puoi avere, se non sei un vip o un cosiddetto influencer, è scrivere, che so, un giallo umoristico ambientato nella tua città e immaginare che almeno i concittadini lo comprino.

          • Chiara Beretta Mazzotta

            17 settembre 2014 at 18:03

            In realtà la faccenda riguarda soprattutto saggistica e manualistica. E la possiamo chiamare “coprire le spese” 😉

  • sandraellery Reply

    17 settembre 2014 at 17:32

    Una sorta di sponsor. Mi è capitato quasi 3 anni fa. Invio un testo, il giorno dopo mail entusiasta, caspita rispondere in un sol giorno?! Mi chiamano, mi stanno davvero addosso, sottolineano il fatto che, con tutta la roba che ricevono la mia è proprio robba buona, non sono EAP, inizio a volare. Intanto essendo della mia città, piglio mezza giornata di ferie e vado. Sede bellissima, molto strutturata, i libri sono fantastici, ben fatti davvero. Sogno un po’. E trac. parte la proposta: portare una serie di nomi interessati.
    Nicchio, scrivo una blanda mail con un paio di nomi di associazioni teoricamente interessate al tema, qualche link, niente di che. L’editore sparise. Dopo qualche mese li contatto e chiedo lumi. La risposta “ma pensavi che eravamo spariti?” No, dico, è proprio quello che han fatto. Morale: nessuna garanzie per cui niente libro etc.
    Adesso credo stia diventando una procedura più diffusa, proprio in questi giorni stavo curiosando nel sito di un editore e specificava senza tanti giri di parole, questo tipo di richiesta. Amen. Anzi RIP – riposa in pace editoria chè qui siam proprio al requiem.

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      17 settembre 2014 at 21:48

      Vogliamo l’editoria 2.0 non ho idea di come sia, ma di sicuro è meglio di questa!

  • Monica Reply

    17 settembre 2014 at 21:41

    Ora pro nobis! Non c’è più niente da salvare in questa povera Italia, culla di tanta cultura? Sembra di vivere un dopoguerra senza la guerra. Un lutto senza caro estinto. La ripresa che continua a slittare sulle pantano di questa crisi che non vede il fondo. Mah! Intanto chi ha i soldi continua ad arricchirsi e in nome della crisi raschia il fondo delle tasche di chi non ne ha. È un circolo vizioso, difficile romperlo. Editori pubblicano solo libri che garantiscono vendite, autori scrivono testi commerciali per vendere, i lettori comprano libri pubblicizzati da nomi famosi. Le spese le fa la letteratura. Come sarà ricordata nei libri di storia la nostra epoca? È toccata a noi la parte della generazione che disfa. Requiem aeternam!

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      17 settembre 2014 at 21:50

      Tocca fare il lavoro migliore: concentrarsi sui libri belli. Si scoprono tesori! Ce ne sono, eccome se ce ne sono!

  • Annarita Tranfici Reply

    18 settembre 2014 at 10:32

    L’ha ribloggato su In Nomine Artise ha commentato:
    Brutta storia, brutta brutta storia…

  • Mario Borghi Reply

    20 settembre 2014 at 10:29

    Eh, garanzie un po’ di tutti i tipi (che poi si concretizzano nell’€conomico).

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