Editing? Lo fanno i lettori!

Fare l’editore è una impresa eroica. Editore pagante, perché di non-paganti ne abbiamo a tonnellate della serie: “Ti piace vincere facile”.

Comunque sia, vista la crisi, per cercare di racimolare qualche euro – senza finire nel baratro dell’Eap – ecco che ci si è appellati pure al crowdfunding: si chiede ai lettori di finanziare il testo (consentendogli di leggerlo in parte o tutto) dando in cambio premi/gadget oltre alla gioia (si spera) di aver contribuito a portare una buona storia in libreria. Libreria? Dipende. Perché in certi casi si tratta solo di dare visibilità al testo. Succede per esempio con bookabook che permette agli aspiranti autori di “creare la tua campagna di crowdfunding”. E se l’autore raggiunge il traguardo (sono disponibili 180 giorni per raccogliere 4mila euro) “bookabook (…) cercherà una casa editrice per il tuo libro. Se non dovesse trovarla porterà il tuo libro in formato cartaceo e digitale direttamente sugli store digitali, assicurandogli una buona visibilità grazie agli accordi tra bookabook e gli store”. Visibilità appunto. In pratica il lettore finanzia un ufficio stampa.

downloadLe frontiere del finanziamento, però, si spingono oltre: parliamo del crowd-editing. Succede in Gran Bretagna, dove la casa editrice Advance Editions ha scelto il manoscritto di Hector MacdonaldRogue Elements, una spy story –, ha messo gratuitamente online una prima parte del testo e ha sollecitato commenti e opinioni dei lettori. Non solo, ha chiesto pure di correggere i refusi, le castronerie, le incongruenze, senza pietà verso le cadute di stile e i passaggi più deboli. Un editing, insomma. L’autore può ovviamente decidere se accogliere o no i suggerimenti.

I lettori-editor che ci guadagnano? A parte la citazione nei credits del libro per i migliori “suggeritori”, si tratta di sconti (il 60 per cento sul prezzo diRogue Elements copertina). Senza dimenticare l’impareggiabile sensazione di contare qualcosa, perché sì, una recensione o una critica messe in rete hanno tutto un altro sapore se si traducono in cambiamenti reali sul testo.

«There’s a huge amount of energy pouring into assessing and reviewing books. My feeling is, and my colleagues agree, that that kind of energy could be doubled, tripled, quadrupled, if the people who are doing those reviews know that there’s a chance that what they say might impact the final shape of the book.» Già i lettori sono una vera forza-lavoro, un peccato sprecarla. “Lavoro” ma che parolona! Diciamo che sono un prezioso “contributo”. Ecco, sì, meglio. In effetti le case editrici hanno giusto bisogno di un po’ di assistenza social.

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16 Commenti

  • sandra Reply

    1 ottobre 2014 at 12:53

    Uhm, a parte i refusi, benvenga la caccia col retino da farfalle, quelli sfuggono sempre, per l’editing visto come vera revisione del testo ho paura che accada quanto succede(va) nel mio gruppo di scrittura: (ci siamo conosciuti 10 anni e passa fa, a uno corso di scrittura creativa e abbiamo continuato a frequentarci e correggerci i pezzi a cadenza mensile o quasi) alla lunga disaccordi un po’ su tutto, non accettazione delle critiche, spesso poco costruttive, tanto che ho mollato il colpo e li ho salutati senza rimpianti.
    Il vero editing lo fa l’editor punto.

  • impossiball Reply

    1 ottobre 2014 at 13:11

    Beh, conosco un sacco di gente che fa editing “a tempo perso”, non sarebbe male poter sfruttare certe attitudini. Il problema è che la qualità del “crowd” (inteso come folla) è quello che è, in italia.

  • Alessandro Madeddu Reply

    1 ottobre 2014 at 15:34

    “Contributo” è la parola giusta: a dire “lavoro” qualcuno può montarsi la testa e pretendere un salario!

  • Tomaso Greco (@tomasogreco) Reply

    1 ottobre 2014 at 16:48

    Ciao Chiara, ho trovato il tuo articolo molto interessante, ma su un punto non mi trovi d’accordo.
    Quando scrivi che su bookabook “in pratica il lettore finanzia un ufficio stampa”. Non è così.
    Su bookabook il lettore finanzia il libro. Che significa finanziare la sua stampa, i suoi formati digitali e, naturalmente, l’autore del libro. Certo, si finanzia anche la comunicazione. Che, soprattutto in rete, non è economica. Ma soprattutto si crea una community di lettori attorno a un libro. Una community che molto spesso fa anche crowd-editing e dispensa suggerimenti agli autori. Che poi possono seguire o meno.
    Tieni conto che bookabook anticipa buona parte dei suoi servizi, scommettendo sui libri. Come sai, se la campagna non va a buon fine i soldi tornano ai sostenitori, quindi non vanno né a bookabook né all’autore.
    Ecco, mi sembrava utile un chiarimento a vantaggio dei tuoi lettori (tra i quali, come vedi, ci sono anch’io).

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      1 ottobre 2014 at 16:54

      Tomaso, avevo già scritto di bookabook abbastanza dettagliatamente.
      E non trovo ci sia nulla di male a finanziare un ufficio stampa, perché un ufficio stampa efficiente è spesso ciò che permette a un libro di emergere ed esistere. Lo specifico nel post, perché chi finanzia spesso crede che il libro verrà AUTOMATICAMENTE pubblicato se il progetto va a buon fine. Cosa che sappiamo essere falsa.
      Il mio essere critica, semmai, si riferisce al fatto che un libro in cui un pubblico crede, non arrivi comunque a essere pubblicato. Ma questa è un’altra storia.

  • Tomaso Greco (@tomasogreco) Reply

    1 ottobre 2014 at 17:46

    Non possiamo garantire che una casa editrice decida di pubblicare il libro, anche a fronte del nostro impegno a proporre i libri che vengono finanziati. Sai bene che è un mercato difficile e spesso non tutti i libri che lo meriterebbero e che hanno un pubblico di lettori arrivano sugli scaffali.
    Ma se il libro raggiunge il goal viene in ogni caso pubblicato e va sugli store in cartaceo e digitale. Diciamo che quello che non è garantito AUTOMATICAMENTE è la libreria, del resto anche con molti editori…

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      1 ottobre 2014 at 22:35

      Tomaso, ho la sensazione che il mio ti sia parso un post polemico. Ogni proposta editoriale che smuove un mercato asfittico – prossimo all’estinzione, direbbero i più – e si discosta dall’Eap & porcate simili, per me è interessante. Cerco solo di essere puntuale. So bene che pubblicare un testo è una impresa. Se dico che voi fornite soprattutto visibilità a un testo, lo dico sapendo che la visibilità è l’ossigeno di un progetto editoriale. Ogni scribacchino può finire in uno store con il cartaceo o il digitale ma senza la visibilità esserci serve a poco. Gioie e dolori del self. Voi, quando un progetto va in porto, fornite visibilità e una parte di filiera editoriale (quindi si presume pure che forniate un testo di qualità) ma appunto non garantite che il testo venga pubblicato da un gruppo editoriale. Per molti autori questa è una differenza sensibile, per molti autori l’editore è un elemento chiave. Tutto qui.

  • Alessandro C. Reply

    1 ottobre 2014 at 18:52

    Un’idea interessante, innovativa. Però mi resta sempre un dubbio: che ne sarà della sospensione dell’incredulità? Di quella distanza necessaria tra autore e lettore?

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      1 ottobre 2014 at 22:38

      Non mi garba l’idea, se devo dirla tutta. Si perde la magia da un lato, si perde la professionalità dall’altro e si sfrutta qualcuno che dovrebbe fruire il prodotto e basta. Un conto è una open source da migliorare (essendo gratuita, è di tutti e tutti possono migliorarla) ma qui no, il giochetto mi pare vantaggioso a senso unico.

  • Alessandro Cassano Reply

    1 ottobre 2014 at 23:11

    Non so, Chiara. Per esempio, cosa ne pensi di Spinoza.it? Si tratta di un forum in cui ogni utente può proporre le proprie battute su un argomento, poi lo staff seleziona le migliori e le pubblica in un libro (ai “battutisti” va solo l’onore di una citazione a fine libro). Furbetti anche loro?

    Condivido le tue perplessità, ma alla fine il prodotto (scadente) che verrebbe fuori da un’iniziativa del genere troverebbe un pubblico commisurato alla qualità del libro. Forse è meno sleale dell’editoria a pagamento, quella che lucra sui sogni di chi scrive e che perde totalmente di vista il lettore.

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      2 ottobre 2014 at 9:07

      Ma Spinoza mi pare tutta un’altra faccenda. Una sorta di community sull’umorismo… certo, coinvolgendo il pubblico hanno tanto (buon) materiale. Scelta intelligente, più che furbetta.
      Ma un romanzo, un libro, è un’altra cosa. Trovo divertente l’idea, una ottima trovata pubblicitaria ma di certo non considero la cosa una modalità di lavoro accettabile. Ecco il libro come esperienza social, ché i social si sa vanno tanto di moda. A me interessano però gli editori che fanno un buon lavoro, scelgono ottimi testi, li migliorano. Interessano autori che fanno un buon lavoro, scrivono buoni testi e sono disposti a migliorarli. E mi intessano i lettori che non vedono l’ora di leggerli (soprattutto quelli che non lo sapevano di avere voglia!).

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      2 ottobre 2014 at 9:10

      (L’Eap è slealissima, concordo!)

  • Colui che vincerebbe il Tramiro se non ci fosse CBM in commissione. Reply

    3 ottobre 2014 at 16:39

    Possibile non si riesca ad individuare un’alternativa al destino segnato dalle fin troppo ottimistiche parole “mercato asfittico prossimo all’estinzione direbbero i più”? (cit. CBM)
    E’ pacifico: i giornali (su cui pare in molti si esercitassero nella lettura prima di adoperarli per l’uso cui erano destinati: incartamento uova, pesce, pulizia vetri, resti frittura, cartapesta per carri allegorici, varie) chiudono alla velocità della luce; le librerie svaniscono anche grazie ai lettori che, soprattutto se “forti”, oramai sfogliano alla feltrinelli ed acquistano su amazon scontato e consegnato in 48 ore comodo comodo sull’uscio di casa.
    Ma una volta come funzionava? Era per caso pieno di orde fameliche di lettori pronti ad arricchire i fortunati adepti della decima Musa? Direi proprio di no, anzi: i lettori erano decisamente più scarsi. E da un punto di vista meramente matematico, cavarsela asserendo che ad inguaiare il “mercato” è stata la crescita esponenziale di coloro che scrivono e in qualche modo pubblicano non regge, perché altrimenti non si spiegherebbe la tendenza costante degli ultimi anni che vede ogni anno il segno meno affiancare la cifra dei “pezzi” venduti.
    E allora come è possibile che oggi si legga di più (in tutto il mondo) e al tempo stesso la strada per editorialisti, giornalisti, opinionisti e scrittori si mostra, in modo plastico ed evidente, segnata?
    Una volta lo scrittore apparteneva a un’élite, cioè era difficile diventarlo (ovviamente stanti i parametri ed i requisiti per le epoche prese in considerazione), ma una volta “definito” tale, a questo punto era abbastanza semplice riuscire a mettere a reddito una figura il cui valore appariva indiscutibile. E lo stesso discorso può essere applicato ai giornalisti (il cui valore veniva enfatizzato dall’autorevolezza delle testate in circolazione), ai musicisti (che spesso emergevano da percorsi di formazione severissimi), ai pittori ecc.
    Eppure oggi si legge infinitamente di più. Purtroppo però si paga il tutto infinitamente meno o quasi nulla. Lettura come orpello a compensazione dei tempi morti o in attesa di, accontentandosi quasi sempre della paccottiglia prima della messa in piega, o di tutta quella valanga di parole gratuite “vomitate” dal web, siano esse scemenze, notizie, notifiche o ebook scaricati gratis.
    Oggi gli scrittori perlopiù si autodefiniscono tali, e questo è il prodotto non marginale della deriva tecnologica cui la nostra vita sembra indirizzata. L’ottimismo dei guru e dei paraguru (cit. Dagospia) non tragga in inganno. La tecnologia che rende tutti più ricchi, socievoli, preparati e, volendolo, a cascata, tutti dei potenziali pulitzer solo perché la suddetta ci consente di sapere (wikipedia), leggere (kindle), condividere (facebook), è, piuttosto, la tomba per il 99% degli aspiranti-qualsiasi-cosa. E questo è giusto saperlo, mettendo preventivamente da parte ogni propria vagheggiata o meno aspirazione alla gloria (in senso reddituale). Il giochino funziona e ha funzionato sempre solo per il restante 1% del lotto, anche da un punto di vista non artistico. E’ sempre stato così, e in ogni epoca; anche i grandissimi (penso a D’Annunzio), erano infatti tutt’altro che insensibili a praticare raffinate ed allora efficaci strategie commerciali pur di vendere i loro “pezzi”.
    La Storia ci attraversa con il percorso di un’onda sinusoidale, ed oggi mi sembra che si stia attraversando quella porzione di essa in cui si ha una certa tendenza ad essere spettatori. Su un giornale in questi giorni hanno messo a confronto due foto d’una via di Roma immortalata a nemmeno 40 anni di distanza l’una dall’altra. I palazzi sono quasi gli stessi e la ressa umana pure. Nella foto di allora c’è un corteo di persone che manifesta e lotta per rivendicare i propri diritti (agisce: attore), in quella attuale la stessa ressa si accapiglia per l’acquisto del nuovo iphone (subisce: spettatore). Si è passivi non solo, banalmente, davanti alla TV, ma anche nell’acquisto compulsivo delle cose, nell’abuso dei videogiochi, dei social media, ecc. ecc. Mai si è passivi invece quando si fanno andare le mani, si costruisce, si disegna, si crea o si legge. Essere attivi stanca (ma sazia). Essere passivi coccola (ma svuota).
    Il mio non vuole essere un invito alla rassegnazione. Anzi. Mi piace pensare alla Storia come a tante fasi caratterizzate da eccessi. Se l’overdose di ingiustizie sociali innescò la voglia di sfasciare tutto e rivoluzionare il mondo nella generazione di 40 anni fa, non è affatto scontato che l’overdose tecnologica in cui sguazziamo realizzi l’incubo orwelliano (ipotesi A). Potrebbe benissimo accadere di nuovo che intravisto il precipizio, la Storia cambi verso (la sinusoide), e che all’overdose tecnologica segua una generalizzata presa di coscienza per fuggire da una vita “a una dimensione”, o quanto meno limitare quella del mero “spettatore” (ipotesi B).
    Ma nel frattempo, prima di chiudere con le magnifiche conseguenze dell’amore (ipotesi B), cosa ci facciamo con tutte queste copie invendute visto che quasi tutti non leggono perché distratti da serie TV, internet, musica scaricata, calcio e (in piccolissime dosi) sesso?
    Boooh?!?
    Scrivere è cool. E infatti i corsi di scrittura creativa spopolano.
    Leggere no. E infatti i corsi di lettura avanzata (non nel senso della velocità) non esistono.
    Scrivere così così è facilissimo. E infatti gli EAP ci sguazzano.
    Scrivere bene è molto difficile. E quasi sempre passa inosservato per assenza di lettori attenti.
    Leggere bene costa fatica. E infatti non lo fa (quasi) nessuno.
    Leggere bene richiede un cervello in buone condizioni. E infatti non lo fa (quasi) nessuno.
    Leggere bene non produce reddito, anzi sottrae tempo prezioso alla possibilità di farlo.
    Leggere bene è una prerogativa del disoccupato. E infatti produce sensi di colpa.
    Leggere, leggere, leggere (possibilmente bene) sarebbe l’unica prerogativa “non negoziabile” per consentire ai pochi che ancora riescono a scrivere e pubblicare (bene), di racimolare le ultime briciole di pane rimaste sul tavolo. Penserei a un sindacato ma non di scrittori, di lettori! Che, forti della loro malattia (perché di tale cosa si tratta), ne facciano uno scopo di vita non solo personale, ma usino la stessa in associazione con altri ammalati, rivendicando la superiorità del gesto, fino alle estreme conseguenza della provocazione. Leggere dovrebbe diventare un verbo che discrimina l’homo sapiens del XXI secolo dallo stesso che l’ha preceduto fino al XX. Instillare in chi non legge un senso profondo di inadeguatezza. Altro che provare a trasmettergli il fascino facile della lettura! Nelle orecchie di chi non legge dovrebbero riecheggiare frasi del tipo: “Non ce la faccio! mi devo impegnare di più!, proprio non ci arrivo!, il mio amico ha fatto un figurone con lei citandole un tormentone di Vonnegut! ed io manco sapevo chi fosse! Devo leggere!, leggere!, leggere!”… Cosi, come se fosse un atleta che sente furente dentro di sé la prospettiva adrenalinica della sfida a se stesso, al mondo e al suo avversario. Chi non legge dovrebbe infine sentirsi alla stregua d’un deficiente. Basta con la politica dell’incantamento. Basta cercare di ammaliare o blandire. E’ ora di far passare il messaggio che io che leggo so’ io, e voi nun siete… 😉 E così scatterebbe la molla dell’emulazione. Lui, non-lettore, sfigato, prende coscienza del suo status sfigae e altra soluzione non trova che abbandonarsi alla malattia dei libri.
    Ma tutto questo ovviamente non è che una parentesi e, come dicevo prima, non ferma l’onda che la Storia si appresta a solcare. E se i giornali sono finiti, così come lo sono gli editori ed il libro di carta, perché mai non mettersi l’anima in pace e considerare finito anche il mestiere dell’autore? E’ poi così terrificante l’idea di mettere sullo stesso piano di gratuità il gesto di chi legge e quello di chi scrive?
    L’”ipotesi B” che su ho ironicamente introdotto (quella per cui l’overdose tecnologica alla fine paradossalmente farà fuori se stessa e vaccinerà noi tutti dalla medesima facendoci uscire dal tunnel con maggiore coscienza e consapevolezza), è il lieto fine d’un processo ancora embrionale ma che corre ad una velocità che spesso ci sfugge. Una tecnologia diffusa ed avanzata rende obsoleto il lavoro, e lo vediamo già cogliendone oggi gli aspetti negativi perché ragioniamo ancora in termini occupazionali. La ricchezza prodotta dalle macchine (e sto parlando di cose già oggi in essere), presto o tardi dovrà essere ridistribuita, o il prezzo sarà vedere il mondo trasformato in un deserto di rovine e miserabili a miliardi (e a chi conviene?). Ecco dunque la prospettiva oserei dire “rinascimentale”: pochissime ora necessarie alla manutenzione del mondo e delle macchine e tantissimo tempo a disposizione per arricchire se stessi (leggere) e gli altri (scrivere). La crisi che stiamo vivendo è la galleria di passaggio da un’Era ad un’altra. Fuori dal tunnel c’è un mondo di maggiore consapevolezza che, tradotto, elimina o quasi la distanza che c’è tra l’attore e lo spettatore perché entrambi maggiormente attrezzati a comprendere l’altro e quindi, quasi nella condizione di rendere intercambiabili i ruoli. In buona sostanza, in un mondo dove lavorare diventasse (da un punto di vista meramente quantitativo), non più l’attività che riempie la giornata, consentendo dunque a tutti di spendere molto più tempo a coltivare il bello ed il sapere, capite che parlare di scrittura legata a un compenso sarebbe, nel contesto sopra descritto, più o meno paradossale come pagare oggi qualcuno per leggere un libro?
    In questo percorso ci vedo una sola, enorme, ciclopica sfiga. Esserci dentro. Essere né carne né pesce. Essere “ingrediente” per questo cambiamento, vederne (forse) l’uscita, ma destinati a non assaporarne il prodotto finito, il frutto finale. E sì perché alla fine tutti o quasi saranno in grado di scrivere un libro, e tutti o quasi avranno tempo, voglia e soprattutto piacere di leggerne uno. Tutti o quasi saranno in grado di scrivere una canzone, disegnare o dipingere un quadro perché avranno più tempo per imparare a farlo, avendo modo di affinare gusto, orecchio e cultura per apprezzare la musica, i disegni e i quadri di coloro che si sono superati.
    Utopia? Forse. Ma se meno di trent’anni fa ti avessero detto (se c’eri) che oggi ce ne saremmo andati in giro con un telefono in tasca grazie al quale ci saremmo scambiati dei messaggi scritti col dito e letti sopra un display, cosa avresti fatto, chiamato il 118? (se c’era!) 😀

    Io (AdP) 😉

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      3 ottobre 2014 at 17:59

      Tu sei pessimista: Amazon consegna anche in 12 ore! 😉
      I lettori son sempre stati pochi, una nicchia (la sciura maria del palazzo di fronte direbbe una minchia… nessuno osa correggerla ché è la portinaia e gira sempre armata di scopa) di libri ne uscivano di meno, se ne traducevano di meno… ma non voglio entrare nel gorgo di conti & Co.
      Ciao AdP

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