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Sentimental Value

💊💊💊💊💊(5 pillole Blister su 5)

Ciò che ricorderò indelebilmente di questo film? Una clamorosa sequenza in cui Nora (Renate Reinsve), la protagonista – famosa attrice di teatro in procinto di entrare in scena – fa tutt’altro: scappa e tenta di strapparsi il vestito di dosso. Finché qualcosa – qualcuno – l’aiuta a ricentrarsi, a gestire ciò che prova e a usarlo per andare davanti al pubblico.
“Sei tremenda”, le dice il collega.

Ciò che davvero è tremendo? Creare.
E Sentimental Value parla proprio del fare arte, della libertà necessaria per fare arte, di ciò che l’arte ti dà e ti toglie, di quanto e come ti divora. Del prezzo che ti chiede e che chiede alle persone che hai intorno. Per farlo usa la storia di un padre e delle sue due figlie. E di due donne raccontate in sottrazione: la nonna morta suicida, Edith – la madre di Gustav, il protagonista – e una madre di cui si sa in pratica solo la professione, Sissel, l’ex moglie di Gustav.

Gustav (Stellan Skarsgård) torna infatti nella vita di Nora e di sua figlia minore Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas) alla morte della sua ex moglie.
È un regista famoso, ma sono quindici anni che non fa più un lungometraggio. Adesso però ha un nuovo film. Un film che ha scritto per Nora e che vorrebbe fosse lei a interpretare.

La figlia rifiuta. Non vuole neppure leggere la sceneggiatura, perché lei non vuole parlare con il regista ma con il padre, non vuole fare l’attrice per lui, da lui vuole altro. Appena Gustav compare, Nora torna a essere quella bambina che sente di essere stata abbandonata. Quella bambina che aspetta ancora che il suo papà la ami nel modo in cui lei ha bisogno di essere amata.

Ma questo padre non può.

Gustav è un uomo anaffettivo? Un egocentrico? Un narciso? Un manipolatore? Forse sì. Ma è soprattutto un artista che sa funzionare – che è – solo quando fa ciò che lo fa sentire centrato. Creare significa esistere, poter stare: stare nella relazione, nel conflitto, nelle emozioni.

“Quando non sto girando non sono bravo”, dice all’amico regista, parlando della sua incapacità di restare in contatto. Non è bravo a esserci e, infatti, non c’è stato quasi mai.
E non è un caso che proprio mentre è alle prese con la sua arte, mentre prepara il nuovo film con un’altra attrice (Elle Fanning), sia capace di calore, di ascolto e di dialogo. È allora che riesce a sentire e ad avere la giusta sensibilità.

“Ora gli artisti devono essere come tutti gli altri, ugualmente noiosi e borghesi. Non puoi scrivere l’Ulisse se devi accompagnare tuo figlio all’allenamento di calcio e… confrontare le assicurazioni auto, giusto? (pausa) Gli artisti devono essere liberi.”

Joachim Trier (vale la pena recuperare La persona peggiore del mondo, è un film bellissimo) ci mostra tutto questo attraverso un triangolo imperfetto: un padre che vorrebbe essere perdonato e due figlie arrabbiate, seppur in modo diverso. Nora, se guarda la sua infanzia, vede solo macerie. Agnes invece aveva la sorella e si è sentita vista, amata, nonostante tutto. Nora ha scelto di creare, come il padre, duellando ogni giorno con il proprio talento – che dà, toglie e divora – mentre Agnes al proprio talento ha rinunciato per creare un figlio che è il centro del suo mondo. Opposte ma identiche nel modo di amarsi, ciascuna a modo proprio, s’intende (e qui il regista ci regala alcune scene perfette, commoventi).

Fa rumore l’assenza di Sissel, questa madre che non ha volto né corpo, e che viene raccontata solo attraverso le relazioni e le parole: di cura con i pazienti, di rabbia verso Gustav, in un rapporto fatto solo di strilli e litigi.

Al contrario, la figura della nonna morta suicida prende corpo attraverso le ricerche di Agnes, che tenta di ricucirne la trama: una storia complessa che ci viene solo sussurrata, ma di cui avvertiamo con chiarezza la tragicità.

Qualcosa che risuona in una battuta della sceneggiatura di Gustav: “Aiutami, non ce la faccio, non ce la faccio da sola” che, come ci ripete più volte, racconta sì di una donna che si uccide, ma che non parla di sua madre.

Ed ecco allora il trauma: quell’assenza che produce abbandono, che genera altra assenza, che produce altro abbandono. Ma che, grazie all’arte, può diventare uno strumento per stare, per creare un posto da abitare assieme. A modo proprio.

Perché vederlo se scrivi?

Perché Sentimental Value è, prima di tutto, un romanzo di relazioni. Di personaggi costruiti con pochi tratti, essenziali, mai ridondanti. Non c’è sovraccarico, non c’è accumulo dimostrativo. La tematizzazione avviene per incarnazione: i personaggi non spiegano i temi, li sono. E lo fanno in modo sorprendentemente naturale.

Anche il trauma non viene usato in maniera canonica. Non è un grimaldello narrativo, non è un detonatore spettacolare. È una presenza carsica che ci costringe a ragionare sulla trasmissione intergenerazionale del dolore senza ricorrere a trucchetti facili, senza effetti speciali, senza forzature emotive. C’è un’eleganza nella semplicità che raramente si vede.

E poi c’è l’amore, il disagio, la difficoltà di stare. Tutto ciò che potrebbe essere detto a parole, ma che qui passa soprattutto attraverso i corpi: nel fare e nel non fare, nelle distanze, nei silenzi, nei modi in cui ci si guarda o si evita di farlo. È lì che accade davvero la narrazione. Ed è lì che, per chi scrive, c’è oro puro.

Crediti

Titolo: Sentimental Value
Regia: Joachim Trier
Sceneggiatura:
Eskil Vogt, Joachim Trier
Produttore: Maria Ekerhovd, Andrea Berentsen Ottmar

Cast principale: Renate Reinsve (Nora), Stellan Skarsgård (Gustav), Inga Ibsdotter Lilleaas (Agnes), Elle Fanning (Rachel)

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