Scrivere buoni dialoghi: attenti al montaggio!

 Scrivere buoni dialoghi: attenti al montaggio!

Scrivere buoni dialoghi è una delle sfide più grandi ed emozionanti per un/a autore/autrice e alle volte bastano piccoli errori per complicarsi la vita.

Scrivere buoni dialoghi c’entra soprattutto con una efficace caratterizzazione dei personaggi (se non sai chi sono, come fai a farli parlare!) e con un ottimo controllo della scena (a che punto sei della storia? Cosa deve accadere?).

C’entra senza dubbio anche la misura, la tua capacità di sapere cosa è necessario e che cosa non lo è. I personaggi non dovrebbero ciarlare, ma ci potrebbe stare che un personaggio parli di aria fritta per non affrontare un certo argomento… insomma, le sfumature sono molteplici.

Ma spesso, gli autori non tengono in considerazione un aspetto fondamentale, il montaggio.

Battuta e didascalia: che cosa sono?

Prima di tutto è indispensabile che tu sappia con chiarezza cosa è la battuta e cosa è la didascalia.

Per quanto riguarda la battuta, è piuttosto facile: si tratta di ciò che viene pronunciato dai personaggi e, di solito, si trova tra virgolette e dopo il trattino (ma ci sono autori, che non usano segni di interpunzione: Saramago, Cormac McCarthy, Sally Rooney).

La didascalia è tutto il testo che si riferisce alla battuta, al parlante e fornisce al lettore dettagli in più (mimica, prossemica, modalità di esposizione…).

Per esempio: «Cara Chiara», disse con aria truce «se non la smetti di comprare libri, andrai in rovina» poi osservando gli scaffali traboccati «e ti servirà pure una nuova libreria!»

Disse con aria truce e poi osservando gli scaffali traboccanti sono le didascalie della battuta.

I buoni dialoghi prevedono un buon montaggio

Benissimo, adesso che conosci bene la distinzione posso dirti che basta un “a capo” nel posto sbagliato per confondere il lettore. Ti succede mai, leggendo, di non capire più chi sta dicendo cosa? Oppure di non capire se una didascalia si riferisce a uno all’altro parlante? È sempre colpa del montaggio.

Proviamo?

«Sei molto stanco?» chiese. «No.»
Abbassò lo sguardo sull’erba.
«È una porcheria questo gioco che giochiamo, vero?»
«Che gioco?»

«Non fare lo stupido.» «Non lo faccio apposta.»

Chi chiede? Chi abbassa lo sguardo? Chi lo sa! E se a capo non ci vai? Proviamo!

«Sei molto stanco?» chiese. «No.» Abbassò lo sguardo sull’erba. «È una porcheria questo gioco che giochiamo, vero?» «Che gioco?» «Non fare lo stupido.» «Non lo faccio apposta.»

Complicato? Certo che lo è. E i buoni dialoghi non devono esserlo! Adesso te lo faccio leggere scritto nel modo corretto:

Lei: «Sei molto stanco?» chiese.
Lui: «No.»
Lei: Abbassò lo sguardo sull’erba. «È una porcheria questo gioco che giochiamo, vero?»
Lui: «Che gioco?»
Lei: «Non fare lo stupido.»
Lui: «Non lo faccio apposta.»

Meglio? Sappiamo chi è stanco. E sappiamo che chi abbassa lo sguardo è indeciso (e se vuoi leggere il resto lo trovi in Addio alle armi di Ernest Hemingway) e sentiamo per bene il botta e risposta.

Andare a capo è un’arte!

Di solito, infatti, è bene andare a capo per ciascun parlante e tenere assieme battuta e didascalia a cui si riferisce. Riprendiamo la nostra Chiara accumulatrice seriale di libri.

«Cara Chiara», disse con aria truce «se non la smetti di comprare libri, andrai in rovina» poi osservando gli scaffali traboccati «e ti servirà pure una nuova libreria!»

«Lo so, ma più ne compro, più ne leggo, più ne vorrei!» e sorrise, già pensava ai prossimi acquisti.

Due blocchi, divisi da un a capo che ci permettono con felicità di capire chi ha l’aria truce, chi osserva che cosa, chi sorride e cosa dice.

Attenzione: se in una battuta di dialogo riferisci un altro dialogo, quello sì che andrà di fila. Per esempio «Non puoi capire mi ha guardata e mi ha detto “smettila di prendere i miei libri” neanche glieli consumassi!».

Quindi, d’ora in poi, quando leggi buoni dialoghi (ma anche cattivi!) bada anche a questi dettagli. Punteggiatura, a capi e stacchi sono un modo per montare il testo, dargli un certo ritmo e influenzare il modo in cui il lettore lo fruirà e lo comprenderà.

E buon lavoro!

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