Dove abitano razzisti, omofobi e intolleranti? Non chiedetelo a Vox

Le parole sono importanti ma i numeri non scherzano! A guardare come è stata condotta questa ricerca ci si stupisce che siano state coinvolte ben tre università. La domanda è: perché?

“La nuova radiografia dell’Italia che odia” un titolo di impatto, non credete? Di cosa si tratta è presto detto. La Mappa dell’Intolleranza è un progetto voluto da Vox, l’Osservatorio italiano sui diritti, per “fotografare un’Italia intollerante verso le minoranze e le diversità”.

Il tutto è stato realizzato – ahimé – insieme con la collaborazione di tre università: Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Bari Aldo Moro e Sapienza Università di Roma. Scopo dell’impresa? Mappare appunto l’intolleranza, a parole, contro “donne, omosessuali, disabili, immigrati, ebrei e musulmani”.

Peccato che per questa super indagine si sia deciso di impiegare Twitter, uno dei social meno utilizzati sull’italico suolo (vedi grafico). Perché? “La mappatura consente l’estrazione e la geolocalizzazione dei tweet che contengono parole considerate sensibili e mira a identificare le zone dove l’intolleranza è maggiormente diffusa – secondo 6 gruppi: donne, omosessuali, immigrati, diversamente abili, ebrei e musulmani – cercando di rilevare il sentimento che anima le communities online, ritenute significative per la garanzia di anonimato che spesso offrono (e quindi per la maggiore “libertà di espressione”) e per l’interattività che garantiscono”.

Screen-Shot-2016-01-28-at-14.49.32

Insomma Twitter non era lo strumento più adatto ma quello che faceva comodo, sia per la geolocalizzazione sia per la ricerca delle parole chiave (hashtag): “Il software sviluppato non consentiva di mappare i contenuti di altre piattaforme. Tra l’altro Twitter è un social basato essenzialmente sulla parola (proprio l’elemento che a noi interessava mappare), mentre in casi di Facebook e Instagram (che sfruttano molto di più anche le immagini) non avremmo ottenuto una fotografia così dettagliata” così ci rispondono sulla pagina Facebook.

Una “fotografia così dettagliata”. Fate attenzione alle parole. “Efficace strumento contro il cyberbullismo, la Mappa dell’Intolleranza, mutuata sull’esempio della Hate Map messa a punto dalla californiana Humboldt State University, dimostra ancora una volta come i social media diventino un veicolo privilegiato di incitamento all’intolleranza e all’odio verso gruppi minoritari, data la correlazione sempre più significativa tra il ricorso a un certo tipo di linguaggio e la presenza di episodi di violenza”.

Quindi ci viene detto che questa mappa dettagliata servirà per prevenire la violenza, (ed è sempre colpa dei social) e sarà utile per realizzare progetti ad hoc da portare nelle scuole e nei luoghi più a rischio. Nelle scuole...

Finalità della mappa

E come la hanno realizzata questa mappa? “Sono stati estratti e analizzati 2.659.879 tweet, rilevati tra agosto 2015 e febbraio 2016, considerando 76 termini sensibili. Tra questi, 112.630 sono stati i tweet negativi geolocalizzati”.

Ricapitoliamo: 2.659.879 tweet di cui ben 2.547.249 tweet non geolocalizzati. Quindi sono solo 112.630 i tweet presi in esame. Che sono una miseria contando il flusso di cinguettii quotidiani (per capirci: nel 2011 erano 200 i tweet al minuto, 12.000 all’ora e 288.000 al giorno) e qui si parla di 112.630 in 7 mesi di ricerca. Ma ai signori di Vox sono bastati per trarre conclusioni.

Il problema? Il metodo che ha del comico involontario. La mappa si basa sui tweet non sugli utenti, di loro non sappiamo nulla: nazionalità, titolo di  studio, lavoro, orientamento religioso… e se contano i tweet siamo nei guai perché se un utente geolocalizzato a Roma (non di Roma ma, per esempio, di passaggio nella Capitale) scrive 100 tweet razzisti, Roma è razzista? E se in un Paese usasse Twitter una sola persona e i suoi tweet fossero brutali e intolleranti, tutto il Paese sarebbe razzista? E valgono di più 100 utenti non razzisti o un razzista che fa 100 tweet razzisti? E tutto il razzismo non geolocalizzato? Un gran calderone, non c’è che dire.

E ancora. Manca il timing. Cioè non si tiene conto dei periodi più caldi: attacchi terroristici, femminicidi, sbarco di clandestini… tutti eventi che elicitano reazioni di pancia in rete come al bar (ma anche questo pare che i signori di Vox lo ignorino). Senza contare che manca il gruppo di controllo! Una ricerca senza un gruppo di controllo è in effetti all’avanguardia.

Chi conosce Twitter sa bene che è il social caustico per eccellenza: 140 caratteri sono la misura perfetta per una battuta affilata e corrosiva. La sottrazione si sposa alla grande con uno spirito pungente (che è anche il modo più veloce per accalappiare follower e guadagnare retweet).

Senza contare che Twitter è la “casa” dei troll e dei flamer i quali non usano l’anonimato per dire ciò che pensano ma per ottenere risultati ben più concreti (disturbare e innervosire un utente, ravvivare conversazioni spente, regalare notorietà a un profilo…). Cosa che Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario alla Facoltà di Medicina e Psicologia Sapienza Università di Roma (e poeta che vi consiglio di leggere) chiamato a interpretare i dati pare non prendere in considerazione.

Lingiardi

Sembra un bigino degli stereotipi sulla rete. Un piattume che ha dell’incredibile visto che a scrivere è Lingiardi (che banale non è affatto) ma potrebbe spiegarsi così: Vittorio Lingiardi un profilo su Twitter non ce l’ha (manco su Facebook, Google+, Instagram, LinkedIn, Periscope, Snapchat), a meno che anche lui si avvalga dell’anonimato e usi un fake (ma data l’analisi, mi sento di escludere l’ipotesi). Signor Lingiardi ma lei l’ha letta la ricerca?!

La chicca però è questa. Guardate il video.

“L’Italia è un Paese che odia” “il web una palestra di razzismo” “la furia digitale”… roba da brividi! Come se la rete fosse il male, quando basta una riunione di condominio, il caffè al bar, una corsa in taxi per sentire cose stupide, cose intelligenti, cose razziste eccetera. Al massimo si potrebbe dire che la rete è comoda – se usata con criterio – per mettere in luce cosa noi, scimmie (parrebbe) più evolute, pensiamo.

Ma facciamo un gioco. Sapreste dirmi, tra i dati che avete appena visto, il campione di persone analizzato? Non lo sapete?! E ti credo, il frame “condotto su un campione di 1000 persone” dura un battito di ciglia! Mille persone su poco meno di 60milioni di italiani?! Siamo alle comiche.

sondaggio

Quindi chiedo un favore a voi lettori e intrepidi naviganti: fate attenzione! Non basta la parola “ricerca” a dare validità scientifica a una analisi. Non bastano le università coinvolte, i professori stimati, i software e i numeri. Non basta usare i paroloni tipo “software semantico” che come fa notare un’utente nei commenti alla pagina “per la lingua italiana neanche Google è mai riuscito a realizzarne uno decente”.

E guai a dire che si è disegnata una mappa con 112mila miseri tweet! Al massimo si sono analizzati 112mila tweet. Quando si parla di odio, razzismo, omofobia, femminicidio e intolleranza ci vogliono cura e professionalità, servono gli strumenti corretti e tocca andare in cerca di risposte e non di conferme comode per i propri scopi. Quali? Di sicuro non la verità.

P.S. A pensar male si fa peccato, ma i commenti che spariscono non sono mai un segno di onestà intellettuale...

Commento Martina cancellato 01Commento di Martina 02

10 Risposta

  1. Armando

    Complimenti Chiara per la bella analisi. Effettivamente, anche io, ad una prima occhiata veloce avevo giudicato questa mappa come la solita trovata politica per i prossimi ballottaggi, dato che chi ne ha condiviso i contenuti ha sul suo muro social sempre un candidato di sinistra e che il tempo di uscita è stato perfetto (considera che il SAVE THE DATE per la presentazione del 13 giugno è uscito solo l’8 giugno sulla loro pagina facebook).
    Milano e Roma sono le due capitali dell’odio, sempre secondo la mappa. A Milano e Roma sono al ballottaggio due sindaci di sinistra che non hanno il risultato in tasca, quindi, perché non dare loro un aiutino? Peccato, però, che i precedenti sindaci sono stati di sinistra, quindi se fosse vera questa ricerca, la colpa ricadrebbe su chi ha mutuato questa mappa. Questo collegamento, per noi italiani, è difficile da fare, dato che soffriamo di perdita di memoria a breve e a lungo termine, quando ci fa più comodo.
    Ma questa è solo una mia insinuazione di andreottiana dottrina.
    Tornano alla ricerca, invece, e prendendo spunto dai tuoi “consigli”, sono andato alla ricerca di dati su twitter e ho trovato una ricerca di blogmeter su twitter che in soli 4 mesi (i primi del 2016) ha analizzato più di 90 milioni di tweet. Quindi, anche se la base di questa ricerca fosse di 2 milioni di tweet, sarebbe comunque priva di ogni rilevanza statistica. Senza contare che non è stata misurata la diffusione (potere di influenzare) che hanno avuto i tweet analizzati sulle timeline degli altri utenti di twitter.
    In più, la cosa che trovo molto poco seria è la rilevanza lessicale usata per la ricerca: hanno usato termini di ricerca non dialettali e hanno tenuto conto di termini come “demente” o “ritardato” che non possono avere il peso che danno loro (mia nonna, ad esempio, mi dava del demente per ogni mia marachella, ma non per questo è mai stata insensibile ai problemi che incontrano i disabili).
    Se poi prendiamo i dati sociali, quelli che danno gli istituti di ricerca seri, l’intolleranza in Italia è molto più bassa rispetto ad altri paesi e, secondo le ultime rilevazioni, è addirittura in calo in Italia.
    Prendiamo ad esempio Roma: la comunità ebraica è la più integrata d’Europa, quindi, tacciare Roma di antisemitismo per colpa di 10 tweet, scritti probabilmente da 2 dementi (oops… ho usato dementi, ma non ce l’ho con i disabili, è solo un retaggio parentale) è la vera violenza che questi signori stanno perpretando ai danni dei romani e dell’Italia in generale.
    Insomma, è un risultato che vuole pilotare il pensiero comune, accarezzando la paura di noi italiani di essere sul serio dei razzisti, ammazza donne, parchegiatori abusivi dei posti disabili, usurpatori di fedi religiose e tante altre brutte cose. Del resto, anche loro, cancellando i commenti, si sono mostrati in tutta la loro intolleranza, forse volevano solo rafforzare i dati sulle donne, dato che hanno censurato una donna.
    Ecco, la vera violenza è solo questa mappa. Niente altro.

    Però, dato che qui si parla di libri, non trovi che questi modi siano già stati raccontati da Orwell in 1984?

    • Grazie Armando,
      incredibile si possono usare i social per comunicare contenuti e non per istillare odio e mazzate? Scusa. Divago.
      Grazie per i dati e per l’analisi.
      L’appunto sul lessico e le sfumature mi trova particolarmente d’accordo. Ma concordo anche sul fatto che noi italiani brontoliamo ma accogliamo e siamo molto meno aggressivi di tanti altri popoli.
      Ho cercato i numeri sui tweet giornalieri ma non ho trovato nulla di aggiornato ma, voglio dire, 112.630 tweet è un numerino. E tu mi confermi ben altri volumi per quella che si vuole definire una “ricerca”.
      Ci sono volute tre università per questo numerino? E chi ha pagato – per il secondo anno – questa ricerca? A cosa è servita nel primo anno?

  2. La rete è il male, perché diffonde l’odio verso il – non amo questo termine ma ci capiamo – diverso.
    Ah.
    Fatevi un giro nel mio ufficio e sentite di persona cosa si dice senza bisogno di twit o altro.
    “Prenderei un cerino” è solo un esempio tra i tanti.

    • Ecco Sandra, hai centrato la questione. Questo qualunquismo del “la rete è il male” che istilla solo odio e non educa all’uso della rete e dei social è il male. Perché ti fanno provare astio per uno strumento, uno strumento si usa non è buono o cattivo. Non è dotato di vita propria. E poi: io a cosa diavolo serva una mappa dell’astio mica l’ho capito.
      “Prenderei un cerino” dà l’idea.

  3. Aggiungerei un particolare: chi ha un’opinione, non sempre parla – è il motivo per cui tempo fa, gli editori capirono che le opinioni espresse in un forum non valevano come dato statistico. Non ho account in alcun social, ma sospetto che possa accadere anche con i social, che una “maggioranza silenziosa” possa sballare qualche calcolo.
    E poi, non trascurerei il caso di qualcuno che possa avere degli account farlocchi per manipolare le conversazioni, facendo credere che una massa critica di utenti appoggi certi sviluppi di un post o, al contrario, li contrasti.
    Diciamo che i social non sono un polso molto affidabile da misurare, nemmeno con una ricerca meglio pensata… 😛

    • Ah, certo. E il dato è particolarmente vero per le opinioni scomode soprattutto nei social, dove si è vittima – come succede in ogni contesto sociale – della desiderabilità sociale. Piacere alle persone ci spinge a omettere quello che non reputiamo troppo gradevole…
      Gli account farlocchi sono il problema proprio di Twitter. È strapieno di fake, troll, flame perché si crea in un attimo un account. Esempio: solo qualche giorno fa l’università Bicocca ha dovuto vedersela con un genio che ha creato un account fake con il loro nome e ha iniziato a spammare commenti omofobi in ogni dove. E Twitter non è neppure troppo reattivo nel proteggere i propri utenti.
      I social potrebbero essere un posto utile, ma li si deve saper usare molto bene. E la ricerca va pensata altrettanto bene.
      Grazie, Daniele per essere passato di qui.

  4. Mammasanta.
    Ce lo diceva a gran voce il professore: Se sbagli campionamento, sbagli tutto.
    Sondaggio online (cawi) su 1000 persone, magari gli iscritti di un programma a remunerazione che fanno next next next pur di fare in fretta ad avere i centesimi nel conto. Analisi di 112.630 tweet, un bruscolino nella punta del naso di una mosca. Avranno poi distinto i Tweet dai Retweet? o i Tweet della medesima persona? Cioè, su uno retweet se stesso da mattina a sera fa sì che la sua città sia la più razzista d’Italia?
    Sono iscritta da Twitter da 6 mesi, dei miei amici/conoscenti reali, della mia vita quotidiana, NON C’E’ NESSUNO. Ma se ascolti certi discorsi al bar, capisci che il problema non è la rete.
    Quest’indagine fa più acqua del Mose a Venezia….
    Statistiche un tanto al chilo, signori miei, venghino, venghino!

    • Quest’indagine fa più acqua del Mose a Venezia.
      Ahahhahahahahha muoio!
      Occhei, inspiro e espiro (spero non spiro)…
      Sì, anche io questa ricerca la trovo eccezionale nella sua pochezza. E mi turba incredibilmente come tutto questo possa scorrere via liscio (per restare nella metafora liquida). Come mi turba, mamma se mi turba, il dato: mappa numero due. E mi turba al cubo l’idea di una mappa numero 3.
      Insomma un po’ schiatto un po’ mi turbo 😉

      • M’era sfuggito! La seconda volta che fanno lo stesso inutile esperimento??
        Beh, con il trend negativo di Twitter, agonizzante rispetto ai numeri di Facebook, non credo ci sarà il terzo anno. E se ci sarà, avrà lo stesso valore di quello che 13 anni fa mi disse che Internet sarebbe morto di lì a 3 anni (si, lo so, lo ripeto spesso, è il mio cavallo di battaglia 😉 Ho pure ritrovato il biglietto da visita del tizio, ma su Linkedin non c’è 😛 )

Lascia un commento