La vera Justine, Stephen Amidon

Torna l’autore de Il capitale umano che questa volta se la vede con un uomo alle prese con una ossessione amorosa facendoci rimpiangere fatti e misfatti delle famiglie borghesi. 

Non aspettatevi una famiglia borghese, né il tentativo di leggere e approfondire i modelli familiari o mettere in luce le “catene” sociali che ci attanagliano. Stavolta Amidon se la vede con un maschio e una pulsione sentimentale a dir poco irrazionale.

Il protagonista di questa storia si chiama Michael Coolidge e sta tentando di sopravvivere alla disfatta. Perché negli ultimi mesi per lui è stato come camminare su un piano inclinato: è stato lasciato dalla moglie – per un altro uomo – che si è portata via anche il figlio e ha peso il lavoro.

Quando arriva lei, Justine, sensuale e attraente, sembra una sorta di risarcimento del destino. E non c’è tempo di pensare alla vita, tocca viverla e basta. E i due trascorrono quattro giorni di passione. Pochi e perfetti perché irripetibili visto che la donna così come è apparsa, svanisce.

Quattro giorni sono sufficienti per generare una ossessione? Sì, per Amidon, tanto che su questo conflitto ci costruisce un intero romanzo. E forse per gestire l’elemento sentimentale (trattenerlo o mitigarlo?), l’autore opta per un thriller che in effetti si presta per rendere i continui cambi di prospettiva e la raccolta di indizi da parte di Michael.

Perché, è presto chiaro che Justine mente: non è chi diceva di essere e ciò che ha raccontato è falso. E nonostante questo, anzi, soprattutto per questo Coolidge non riesce a darsi pace né a smettere di cercarla.

Possibile? Immagino di sì ma vorrei capire perché. Perché un uomo trascorre pochi giorni con una sconosciuta, lei sparisce per nove mesi, la rincontra per caso, la riperde e non può fare altro che insistere nella sua ricerca anche quando questa si tramuta nell’ennesima umiliazione? La menzogna non è anch’essa una mortificazione per chi ne è vittima?Amidon alla libreria Verso

Ed è qui che ho cominciato a far fatica. Perché un thriller che vuole essere psicologico non può lavorare soltanto sui motivi – i nessi di causa effetto – che spingono i personaggi ad agire, ma deve mostrare i meccanismi psicologici sottesi, le spinte all’azione più profonde (che gli stessi personaggi spesso ignorano). Ma in questo caso, più che sentire da parte dell’autore lo sforzo di andare a fondo, si avverte una levità: il non voler affrontare per davvero l’uomo che porta sulla pagina. Amidon preferisce concentrarsi sulle menzogne di Justine – è il problema della credibilità di un personaggio bugiardo non è cosa da poco, questo va detto – e sulle fratture del suo passato.

Ciò che di Amidon continua a interessarmi è il suo sguardo sul sociale il suo non smettere di domandarsi “in quale mondo mi trovo?”. Stavolta si concentra sulla diade bugia/verità, due coordinate fondamentali attraverso le quali ciascuno di noi costruisce la propria identità (ciò che siamo, ciò che diciamo di essere, ciò che vorremmo essere), e sul concetto di verità come strumento di potere e controllo che, oggi sempre di più, ha il suo prezzo.

Peccato che per trattare questi temi e dare una risposta alle sue domande, senta il bisogno di costruire un thriller che risulta però deboluccio. A tratti prevedibile, a tratti lento, una architettura che ci fa arrancare fino alle rivelazioni nella chiusa e ci lascia con la sensazione che si potesse dire di più.

La vera Justine, Stephen Amidon, traduzione di Federica Aceto, Mondadori, p. 276 (19,50 euro) ebook 9,99 euro

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