In difesa dei pigri – Robert Louis Stevenson

In difesa dei pigri di Robert Louis Stevenson è l’Interruzione che ci regala questa settimana Laura Imai Messina: perché ce la prendiamo con i pigri? C’entra l’invidia (e anche la felicità).

In difesa dei pigri, Robert Louis Stevenson
Autore: Robert Louis Stevenson
Casa editrice: Archinto
Traduzione di Stefania Colpi
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Affatica maledettamente avere ragione: soprattutto se accade in un mondo convinto, per principio, che tu non ne abbia. E se il “tu” in questione non si fa conforme al credo di tutti, ecco che nasce l’esclusione, il sospetto.

Non ci vogliono neppure chissà quante pagine per esprimere non una ma più verità, che tale è la loro forza, che non richiedono chissà quali spiegazioni. Anzi, talvolta un eccesso di spiegazione è la dimostrazione della debolezza a monte dell’opinione. Trenta pagine, ecco quanto serve a questo libretto, in origine un articolo di Stevenson apparso nel Cornhill Magazine nel 1877 con il titolo di “An Apology for Idlers”, per sbaragliare l’idea che chi non è produttivo nel senso canonico del termine, sia un pigro, un elemento da condannare.

Stevenson ribalta la trapunta, ce ne mostra la genesi, il perché della forma che le è capitata in sorte. Questo disprezzo per il “pigro” da dove arriva? Perché?

 La cosiddetta pigrizia, che non consiste nel non far nulla, ma nel fare molto di quel che non è contemplato nei dogmatici formulari della classe dominante, ha buon diritto di vedere riconosciuto il proprio stato quanto l’operosità stessa.

E cosa spinge l’affaticato a disprezzare chi non è affaticato quanto lui? Un concetto semplice, a suo modo universale: l’invidia, il mancato riconoscimento di sé.

È triste aver faticato e scalato ardue cime per poi trovare, a cosa fatte, l’umanità indifferente alla tua impresa.

 Di qui, ecco i fisici che condannano il non fisico; i finanzieri che sopportano a malapena chi sa poco di titoli azionari; i letterati che disprezzano gli illetterati, e gente dalle occupazioni più disparate che si unisce nel denigrare chi non ne ha”

Quel che conta, Stevenson dice, è la “Vivibilità della Vita”, l’inseguimento consapevole della felicità. Egli dichiara, con una forza che mai ho avvertita più netta, che se verso qualcosa possediamo un obbligo è proprio quello di diventarlo, felici. A cosa serve affaticarsi se poi navighiamo in una operosità dispiaciuta, in una tristezza molle che ci condanna a continuare ad accumulare azioni, cose da fare che non ci portano gioia?

 Che un uomo sia in grado di pubblicare tre o trenta articoli all’anno, che finisca o meno il suo grande quadro allegorico, sono questioni di scarso interesse per il mondo. I ranghi della vita sono serrati; e anche se cadono in mille, c’è sempre qualcuno che si infila nel varco.

 È l’occhio degli altri che dobbiamo smettere di immaginare perennemente puntato su di noi. È piuttosto fermarci nel bel mezzo della corsa, domandarci esattamente dove stiamo andando, perché. Non che serva per forza una meta, ma la consapevolezza di una scelta. E allora, solo allora, recuperata la gioia d’essere e di fare, riprendere la corsa, invece camminare, oppure fermarsi sul ciglio della strada, sedersi, aspettare.

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