Editoria, scrittura, cultura: quanto spazio hanno le donne?

 Editoria, scrittura, cultura: quanto spazio hanno le donne?

L’editoria è un settore “femminile” ma è anche un contesto in cui vige la parità? Le donne hanno gli stessi ruoli e lo stesso trattamento?

Essere donne è il primo vero limite per avere un ruolo di potere in editoria, per essere considerata uno scrittore di valore (o meglio una scrittrice!), per finire dentro una antologia? Ne abbiamo parlato su Clubhouse con Chiara Francini, attrice e scrittrice; Luca Ussia, direttore editoriale di Baldini+Castoldi; Marina Pierri, direttrice artistica del Festival delle Serie Tv e scrittrice; con lo scrittore Marco Marsullo e Lea Landucci, ingegnere informatico e scrittrice. Sono emerse riflessioni interessanti e, per prepararmi, ho scoperto dati che meritano attenzione.

Sappiamo ormai bene – ce lo dicono i numeri – che le donne studiano con profitto, si laureano a pieni voti ma faticano a trovare il primo impiego e, quando lo trovano, hanno ruoli più precari e guadagnano il 30 per cento in meno dei colleghi maschi.

E le cose sono peggiorate. In Italia, la Pandemia sarà ricordata anche come il periodo in cui ci siamo bruciati oltre 300mila posti di lavoro (su 444mila posti persi in totale) facendo fare al nostro Paese, in termini di occupazione femminile, un salto indietro considerevole.

Diritti e privilegi

Il gender gap è un tema che il femminismo conosce bene e che chiama in causa tre parole fondamentali: politica, patriarcato e privilegio. Queste tre P sono centrali in qualsiasi riflessione che abbia come oggetto la parità di genere.

Da una parte c’è un problema di diritti da acquisire, dall’altra c’è la questione di chi gode di un privilegio. In parole povere, per risolvere il problema qualcuno deve conquistare, qualcun altro deve ridefinire, concedere e condividere.

Perché, tornando all’editoria, la domanda è tutta qui: prendere in considerazione le donne, dare loro i medesimi spazi che cosa significa? A cosa dovrebbe rinunciare un uomo? Nel 2016 Luigi Spagnol in un articolo scriveva: “A che cosa rinunciamo noi uomini non riconoscendo il valore artistico delle scrittrici? (…) Ne ricaviamo potere, controllo e con essi soldi, stima, autogratificazione”.

L’editoria è un’isola felice per le donne?

Eppure le donne sono una presenza evidente nel settore editoriale (i dati Aie 2019 relativi ai nuovi ingressi registrano che nel 64,9% dei casi si tratta di donne). Un esercito di redattrici, editor, traduttrici, uffici stampa, agenti letterari, libraie, bibliotecarie…

Le donne accedono al lavoro soprattutto se si tratta di mettere le mani sui testi e avere a che fare con gli autori (o i lettori). E, spesso, ciò accade anche perché alle donne si attribuisce una maggiore sensibilità, maggiore cura, maggiore capacità di avere a che fare con le persone. Ma appena si tratta di commercio, denaro e potere le presenze femminili si fanno più rarefatte. E infatti sono poche le direttrici commerciali e pochissime le amministratrici delegate.

Le donne sono escluse dai ruoli strategici: raggiungono livelli apicali solo il 22,3 per cento delle occupate contro il 77,7 per cento dei maschi pur in presenza, come detto, di un trend occupazionale femminile in crescita (Osservatorio su donne e uomini nell’editoria 2018).

Se vi pare poco, sappiate che è un dato confortante rispetto agli altri settori, in cui spesso l’occupazione femminile precipita al 5 per cento. Perché accade? Forse l’editoria, tutto sommato, è considerata un’area più “femminile”, ovviamente secondo un sistema di pensiero binario che attribuisce a uomini e donne caratteristiche specifiche in base al genere di appartenenza.

Ma, forse, c’è un dato economico da non sottovalutare. L’editoria è un mercato piccolo e un settore poco remunerativo. Qui un amministratore delegato guadagna meno di molti pari grado in altri settori e quindi potrebbe fare meno gola lavorare in questo contesto. Pertanto, concedere spazi o condividerli diventa fa più facile.

Donne al potere

Ma anche nelle associazioni di categoria come Aie, le cose non vanno granché bene. Grazie a un pezzo scritto da Renata Gorgani nel 2016 ho recuperato un po’ di dati a proposito della presenza femminile nel Consiglio Generale dell’associazione.

Dal 1967 al 1975 non ci sono donne nel Consiglio dell’Associazione. I quaranta eletti sono tutti uomini. Nel 1977 appare una donna, Paola De Paoli, a rappresentare i periodici scientifici. Lei sola su trentasei eletti. Tra il 1977 e il 1991 arriva Inge Feltrinelli, eletta per più mandati, a presidiare la presenza femminile. Nelle elezioni del 1993 si stabilisce il record. Le donne sono ben tre su trentatré delegati eletti. Una delle tre donne è Giancarla Mursia che nel 1995 diventerà Presidente, per un unico mandato. Le donne nel suo mandato sono cinque su trentasei. Si è innescato un trend positivo? No, visto che nelle elezioni del 1997 la componente femminile è azzerata. Trentasei delegati, trentasei uomini. Nel 1999 c’è una sola donna, Renata Gorgani. Due donne nel mandato del 2001, quattro nel 2003, soltanto tre nel 2005 e nel 2007, e poi una infilata di record: sei nel 2009, sette nel 2011, nove nel 2013, e ben dieci nel 2016. Dieci su quarantuno, si sfiora il 25%.

Oggi nel Consiglio, su 44 membri, 8 sono donne.

Le donne e la scrittura

Si pubblicano molte donne (nel 2018 le autrici rappresentavano il 38,3% del totale degli scrittori nel nostro Paese, nel 2005 erano il 29,7%) ma si riconoscono alle opere scritte dalle donne la stessa importanza che viene riconosciuta a quelle scritte dagli uomini? Sono delle maestre, entrano nella storia della letteratura? No. Basta aprire una antologia scolastica per verificarlo.

Secondo i dati dell’Osservatorio su donne e uomini nell’editoria (2018) le scrittrici recensite sono il 24% in meno degli scrittori e le giornaliste culturali scrivono il 30% in meno dei colleghi. In particolare, sul totale delle recensioni, sono 64 le autrici recensite (il 38%) contro 107 autori (62%), e le firme sono per il 35% femminili e per il 65% maschili. Le donne vengono recensite principalmente da altre donne ma solo nel 57,6% dei casi. Mentre gli autori vengono recensiti nel 79% dei casi da altri uomini.

Il gap è lampante quando si parla di premi. Su 74 edizioni del Premio Strega hanno vinto solo 11 donne contro 63 uomini. Ecco i loro nomi: nel Elsa Morante nel 1957 (Einaudi), Natalia Ginzburg nel 1963,  (Einaudi), Anna Maria Ortese nel 1967 (Vallecchi), Lalla Romano nel 1969 (Einaudi), Fausta Cialente nel 1976 (Mondadori), Maria Bellonci 1986 (Mondadori), Maria Teresa di Lascia nel 1995 (Feltrinelli), Dacia Maraini nel 1999 (Rizzoli), Margaret Mazzantini nel 2002 (Mondadori), Melania G. Mazzucco nel 2003 (Rizzoli) e Helena Janeczek nel 2018 (Guanda).

Vale lo stesso per il Campiello o per il Bancarella? Nel primo caso il trend è migliore: dalla prima edizione del 1963 a oggi, su 58 vincitori, 14 sono donne. Nelle 67 edizioni del Bancarella hanno vinto solo 10 donne.

Però sono due le donne che si sono aggiudicate il premio letterario più ricco in Italia: Simona Sparaco e Federica De Paolis si sono infatti aggiudicate le prime due edizioni del premio Dea Planeta (premio: 150.000 euro).

E le classifiche?

Ma se non vincono i premi, che peraltro servono a far vendere parecchie copie, allora forse le donne dominano le classifiche? Cioè non conquistano lo status di Scrittrici, Maestre e Letterate ma vendono e piacciono ai lettori?

Se diamo uno sguardo alle classifiche – prendo in esame quelle di Informazioni editoriali relative alla settimana dal 22 al 28 febbraio – abbiamo 18 posizioni occupate da donne su 50 (Perrin, Rowling e Quinn compaiono due volte, però) nella classifica generale. Mentre sono 12 su 35 in quella relativa alla narrativa italiana (Di Pietrantonio e Tuti compaiono due volte).

C’è chi parla, addirittura, di “moda delle scrittrici”. Di certo, interrogando le e gli editor, la decisione di pubblicare un libro tiene conto di molti fattori legati al testo (qualità, collocabilità) e legati all’autore (prestigio, fama…) ma qualcuno esclude le donne a priori? Parrebbe di no.

Luigi Spagnol, nel pezzo summentovato scriveva: “In trent’anni di carriera mi è capitato di sentire le cose peggiori sulle donne, ogni tipo di commento sessista, come immagino che capiti ahimè in ogni ambiente di lavoro. Ma non ho mai sentito dire da un collega che non avrebbe pubblicato un libro perché era scritto da una donna…”

Annullare le distanze ed educare

Che cosa frena allora le donne? Se parliamo di posti di lavoro sappiano benissimo che sulle donne gravano spesso il carico domestico e le incombenze famigliari (occuparsi di figli, anziani, malati). Per questo motivo optano – o sono costrette a farlo – per lavori più precari e part-time. Questo impedisce loro di fare carriera. Inoltre, percependo di norma uno stipendio inferiore, sono quelle che “si sacrificano” più facilmente per stare a casa e badare alla famiglia.

E se parliamo di scrittura? Fin dall’infanzia di solito si dice alle bambine che sono più sensibili, più capaci di esprimersi, di comunicare le loro emozioni. Più attente alle sfumature e maggiormente predisposte alla scrittura, oltre a sviluppare presto una buona proprietà di linguaggio. E se ti dicono una cosa tutti i giorni con convinzione, finisci per crederci, finisci per cambiare la visione che hai di te stessa. È una profezia che si auto-avvera (self fulfilling prophecy).

Le donne leggono anche di più. Nel 2019 la percentuale delle lettrici è del 44,3% e quella dei lettori è al 35,5% (una diminuzione di 1,8 punti percentuali rispetto al 2018). Il divario si manifesta dal 1988, anno in cui risultavano lettori il 39,3% delle donne rispetto al 33,7% degli uomini (dati Istat 2021).

E nelle scuole di scrittura la presenza femminile è notevole (spesso sono di più le donne degli uomini). Così come tante sono le donne che scrivono, che inviano testi alle agenzie. Posso confermarlo in prima persona. E posso confermare che nei corsi professionali che riguardano l’editoria le donne sono tantissime.

Avventura e sperimentazione

Che ne è poi di loro? Sempre parlando di scrittura cosa cambia tra donne e uomini? Una prima riflessione riguarda il periodo della vita in cui le donne si concedono, una parola che non uso a caso, tempo per scrivere. Di solito stanno vivendo un’epoca precisa: i figli sono grandi, il lavoro non è più tanto pressante o sono in pensione. Scrivono quando il resto ha lasciato loro spazio. Come se dedicarsi a una propria passione significasse non occuparsi della famiglia e della casa, come se equivalesse a trascurare qualcosa di importante per qualcosa di frivolo. Non necessario.

Una seconda riflessione riguarda l’atteggiamento. Non insegniamo alle bambine ad andare all’arrembaggio. Ad avventurarsi nel bosco e ad andare alla scoperta del mondo. Non insegniamo loro il lusso della noia né dell’otium – spazio vuoto fondamentale per fare spazio al pensiero, alle idee, alla creatività – tantomeno che hanno il diritto di fare degli esperimenti.

Non ci sono tentativi, né prove generali. L’insicurezza femminile è di manica stretta e concede il lusso di commettere pochi errori. Educhiamo le bambine a essere brave, preparate, in ordine e all’altezza. Questo sé femminile ideale inibisce, sfiducia e non prevede inciampi. E se non ti senti abbastanza pronta per fare qualcosa, semplicemente, non la fai.

È quindi necessario lavorare su questi modelli di pensiero ed educativi. Sulle differenze di genere che abbiamo interiorizzato e, silenziose, lavorano e generano differenze, timori e mancanza di libertà.

Agli uomini spetta un ruolo fondamentale. Hanno il compito di prendersi carico della realtà. Di osservare il divario, di contare le presenze femminili e di incentivarle. Consci che, aumentando la “competizione”, bisogna essere bravi davvero e non solo maschi. Si guadagna però qualità, pluralità di sguardi e la ricchezza del punto di vista femminile.

Altre fonti

dossier dell’Osservatorio su donne e uomini nell’editoria.
Donne in editoria
Donne nell’editoria: esempi di esistenza e resistenza
Quanto valgono le donne dell’editoria italiana?
«Di solito non leggo donne, ma…». Essere donna nel mondo dell’editoria

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