Nonsappiamocomechiamarli: gli editori a pagamento

Editori a pagamento? Sarebbe a dire? Breve duello con una definizione impropria.

Avete mai dato uno sguardo al dizionario alla voce “editore”? Imprenditore o società imprenditrice che stampa in proprio o fa stampare e pubblica per la vendita libri, periodici, quotidiani, testi musicali, dischi eccetera apponendovi il proprio marchio. Ma se un imprenditore è “chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi, la persona fisica o giudiziaria su cui ricade il rischio d’impresa, ovvero il rischio del risultato economico dell’attività intrapresa”, gli editori a pagamento cosa sarebbero?

Un imprenditore che si fa pagare per imprendere cos’è? Un imprenditore impiegato? Suvvia, un “dritto che è pure un rovescio” non si è mai visto. Temo, quindi, che il problema sia semplice: la definizione è impropria.

I nonsappiamocomechiamarli non sono stampatori né tipografi. Perché questi forniscono il servizio di riprodurre un contenuto in un certo numero di copie e non si definiscono per questo “casa editrice”. Forniscono un mezzo, in questo caso il libro, atto a veicolare un contenuto. E se per tipografo intendiamo chi “esercita l’arte della stampa” ci basterà guardare qualche copertina, qualche impaginato dei signori in questione per sapere che siamo fuori strada.

Quindi? Si può dire che i nonsappiamocomechiamarli sono quelli che pubblicano qualcosa in cambio di denaro? In effetti, ci siamo per la questione pecunia ma pubblicare (derivato di publicus, rendere pubblico, divulgare) vuol dire rendere determinati contenuti accessibili a un più vasto pubblico, diffonderli insomma. Purtroppo, però, i nostri eroi hanno tra i loro problemi proprio quello di non possedere una distribuzione: trovarli in libreria è arduo (e se vi dicono il contrario, se vi dicono che basta ordinarli, se vi dicono che anche gli altri editori faticano a esserci… stanno tergiversando ma rimane il fatto che, loro, in libreria non ci sono).

E se non sono editori, se non sono imprenditori, né stampatori o tipografi saranno mai esponenti della più solida e prolifica schiatta, quella dei truffatori? No, perché è tutto legale. I loro contratti spesso parlano di servizi (che quindi prevedono costi) e non sono propriamente contratti editoriali. O, comunque, nulla è lasciato al caso e le clausole sono studiate a puntino. Niente da eccepire, Vostro Onore. Quantomeno, non formalmente.

Al massimo sono dei mistificatori perché mentono agli esordienti dicendo loro che l’unico modo per pubblicare è pagare, pardon, “partecipare alle spese”. Se così fosse, gli editori non pubblicherebbero esordienti. Ma visto che la maggior parte degli autori di successo una volta è stata esordiente, la boiata pazzesca è presto smentita.

E dunque? Ho sentito dire che i nonsappiamocomechiamarli a pagamento “democratizzano la scrittura” permettendo a chiunque di scrivere un libro, legittimando chiunque a farlo. Anche chi non ha talento, chi non ha nulla da dire, chi non sa scrivere in italiano (e neppure in un’altra lingua), chi non legge alcunché compreso quello che scrive? Sì. Non so a voi, ma a me questa democrazia spaventa un po’. Senza contare che non tutti possono spendere migliaia di euro per essere legittimati. Perciò: democrazia un corno!

Di certo non sono meritocratici. Perché, se lo fossero, vaglierebbero quello che pubblicano. Cosa che non fanno. Le prove? Storie che non hanno né capo né coda; “robe” autobiografiche di gente che lamenta una vita monotona. Non-storie intorno al nulla in cui il protagonista pensa di pensare se stesso che pensa cose noiose. O, peggio, iper-storie che vedono come protagonisti anonimi adolescenti, preda di insidiosi virus, innamorati di ragazze con disturbi mentali, con genitori dispotici, che vivono durante la Terza guerra mondiale, mentre un asteroide impazzito punta il pianeta Terra, il tutto durante il G8 con le nuove BR che paiono essersi risvegliate, mentre un gruppo di tibetani – insieme con Pannella – fa lo sciopero della fame per salvare le alghe del Borneo. E poi refusi, assenza di norme redazionali, orrori di impaginazione…

E perché mai i nonsappiamocomechiamarli dovrebbero selezionare? Un editore sceglie cosa pubblicare per evitare di fare la fine del Titanic contro l’iceberg. I nonsappiamocomechiamarli intascano i soldi dall’autore, perciò: più autori = più soldi. E se ci scappa un libro niente male – per dirla alla maniera del signor McDonald’s – è tutto grasso che cola.

Sarà una questione di contenuti? Magari i nonsappiamocomechiamarli pubblicano generi che gli altri editori snobbano, magari è per questo che chiedono un compenso: loro sono avanti, troppo, e l’orbe terraqueo con i suoi sapiens sapiens non sono ancora pronti per tali avanguardie.

O forse non hanno alcuna linea editoriale perché sono convinti sostenitori della Tuttologia. E così marciano con ferrea tattica scientifica (nota ai più come ando cojo cojo) accalappiando ciò che è più opportuno (= quello che capita).

Riassumendo. I nonsappiamocomechiamarli a pagamento sono un service di impiegati stipendiati dagli esordienti che si avvalgono di stampatori e/o tipografi per marchiare con il proprio nome contenuti divulgati il minimo indispensabile di tizi scelti a caso, ma discriminati in base al portafoglio, che possono o non possono avere alcun merito, né talento.

Adesso bisogna solo etichettare il tutto. Insomma serve uno straccio di qualifica! Nullologi a progetto? Medieditori a corto raggio? Mistifiagenti a mezzo stampa? Sono certa che qualcuno di voi potrà fare meglio. E dopo che gli avremo dato un nome, dopo che sarà più semplice riconoscerli, basterà evitarli*.

*Spesso il peggior nemico dell’esordiente è l’esordiente stesso. Credere nel proprio lavoro non significa che la pubblicazione gli spetti di diritto. Neppure che – fallito il traguardo – sarà legittimato ad accettare le lusinghe di qualcuno che gli promette ciò che vuole sentirsi dire. Se ha fiducia nel proprio lavoro, al cinquanta per cento dovrà incaponirsi e, per l’altro cinquanta, mettersi in discussione. Se vuole subito un “libro” per le mani, vada da un bravo tipografo, gli darà ciò che cerca. Spenderà qualche soldo, ma non sembrerà uno sprovveduto che si fa chiamare “scrittore” perché ha pagato, in media, 2500 euro per autodefinirsi tale. Nessuno si può autoproclamare “scrittore”. Sono i lettori che attribuiscono questa qualifica comprando un libro d’esordio e poi un secondo e almeno un terzo. E, prima di loro, sono gli editori a dare fiducia a una storia e a chi l’ha scritta e a farlo ancora e ancora. Uno scrittore non è semplicemente uno che pubblica, ma uno che è in grado di sapersi ripetere. È uno che ha mestiere. E chi paga per sentirsi dire “sei uno scrittore”, chi lo fa anche quando il trucco gli è stato svelato, è un bambino viziato o un egocentrico credulone.

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19 Commenti

  • tonino75 Reply

    8 novembre 2011 at 9:56

    Hai pienamente ragione questa categoria di finti editori rovina i giovani scrittori facendogli credere che l’unico modo per vedere il loro lavoro stampato (non oso neanche chiamarlo pubblicato) sia quello di versare parecchi baiocchi nelle loro casse, invece se un lavoro è valido un editore, anche piccolo, si trova. Ovvio che non tutti posso avere diritto alla pubblicazione, insomma non si nasce tutti scrittori..

    • BookBlister Reply

      8 novembre 2011 at 10:04

      Verissimo. Il problema, spesso, è anche la cattiva informazione. Writer’s dream, per esempio è un ottimo sito (e forum) per gli esordienti…

  • Editoria a pagamento: liste sì, liste no? « BookBlister Reply

    19 dicembre 2011 at 23:45

    […] vengono percepite come ghettizzanti e denigratorie. Se si trovasse un nome (come già dicevo qui) per etichettare chi chiede contributi, forse sarebbe tutto più semplice. Forse si potrebbe […]

  • Buon compleanno, BookBlister! « BookBlister Reply

    1 novembre 2012 at 9:37

    […] l’avrebbe mai detto? E invece, eccoci, è già passato un anno! BookBlister è nato il primo novembre del 2011 (con un post polemico, tanto per mettere subito le cose in chiaro). E, in […]

  • Se paghi per pubblicare, sai dove vanno i tuoi soldi? | BookBlister Reply

    22 giugno 2015 at 17:02

    […] non si può proprio definire). A meno che il tuo obiettivo sia fare della beneficenza. Perché pagare per pubblicare è come andare a casa di qualcuno e fargli le pulizie, il bagnetto con tanto di barba pelo e […]

  • ML Reply

    23 giugno 2015 at 13:40

    Suggerisco PSP, prestatori di servizi di stampa. Comunque i contratti non sono mai fatti a puntino, tutt’altro, e sono vistosamente impugnabili per tutta la parte concernente la licenza dei diritti 😉

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      23 giugno 2015 at 14:17

      Interessante. Parliamone! Quelli degli Eap più noti (ma sono anni che non mi diletto più con certi orrori) da svariati suoi colleghi sono stati definiti inattaccabili. Altrimenti gli avremmo tolto volentieri anche i calzerotti usati della nonna 😉 Ma non è il mio mestiere, quindi son tutta orecchie!

      • ML Reply

        23 giugno 2015 at 14:55

        Il principio è molto semplice: non potendosi configurare come contratti editoriali (checché poi li chiamino erroneamente in questo modo nell’intestazione) , qualunque controprestazione a parte il pagamento del servizio non ha ragion d’essere. Peraltro, anche volendoli considerare tali (cosa che, ripeto, non sono), ne ho visti svarati con dei buchi che la Fossa della Marianne a confronto è l’incavo di una tartelletta.

        Quanto alla definizione, la qualità è un discorso che esula dalle etichette: ci saranno pure dei tipografi che stampano male quanto certe EAP. Voglio dire, gente che lavora male c’è in tutti i settori, compreso il mio e il Suo 😉 Né possiamo dire, a contrario, che tutte le EAP stampino male, non perché magari non sia vero, ma per il semplice fatto che nessuno si è mai preso la briga (e suppongo nemmeno la si prenderà, giustamente :D) per censire tutta la categoria 😉

        • ML Reply

          23 giugno 2015 at 15:06

          Aggiungo anche che, in ogni caso, nessuna EAP andrà mai davanti a un giudice per contendere i diritti a un proprio autore. Prima ancora del fatto di non averne titolo, come ho detto sopra, la mancanza di qualità del testo
          nel 99% dei casi è già di per sé un deterrente sufficiente a non spenderci soldi 😉

          • Chiara Beretta Mazzotta

            23 giugno 2015 at 20:57

            Fanno numeri impressionanti ancora oggi al tempo del self. L’ego a spendere soldi aiuta!

        • Chiara Beretta Mazzotta Reply

          23 giugno 2015 at 15:12

          Ovviamente per la definizione scherzavo. Anche se una professione senza nome genera una certa inquietudine 😉
          So bene che non sono mai contratti editoriali ma si travestano da altro… Comunque almeno lì, sì che c’è parecchia fantasia.

          • ML

            23 giugno 2015 at 15:36

            Mi permetto, comunque, un’amichevole polemica 😉 : i Suoi colleghi non dovrebbero pronunciarsi sull’inattacabilità di un contratto. Posso capire che la pratica li renda in grado di valutare, di primo acchito, le clausole standard, ma andare oltre questo è sbagliato. Anch’io, con la pratica, posso dire a un cliente se i diritti che gli vengono riconosciuti rientrano o meno nella media di ciò che viene pratcato, ma mai mi sognerei di dirgli “vado a trattartene io di migliori”. Gli consiglierei di trovarsi un agente che lo faccia per lui. Come si dice a Milano “Ofelè fa el to mesté”. A ciascuno il suo 😉 Ergo, prima di dichiarare inattaccabile un contratto, bisognerebbe sentire un legale che tratta la materia.;)

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      23 giugno 2015 at 14:19

      Prestatori di servi stampa è indelicato per chi fornisce servizi di stampa 😉 Ho visto cose stampate che lei, spero, non abbia neppure mai immaginato!

  • ML Reply

    23 giugno 2015 at 21:21

    Bene, allora evidenzio che il ‘quiquoqua’ è reciproco. Se io ho equivocato l’aggettivo e si trattava di miei colleghi, Lei non ha prestato attenzione a quando ho scritto “un legale che tratta la materia”. Nella velocità che è fla norma usando Internet, può capitare, niente di male.

    Evidentemente i colleghi che li hanno trovati contratti inattaccabili non sono specializzati sulle questioni editoriali, poiché mi rifiuto di pensare che, se lo fossero, avrebbero dichiarato inattaccabili i suddetti. Non è la prima volta che vedo persone alle quali un legale “aveva detto che” e che sono state mal consigliati. Il problema è che i legali non sono tutti uguali, ognuno ha un range di competenze specifiche. Se Lei venisse da me per una questione di diritto tributario, la manderei da un collega specializzato perché io, non avendo mai trattato la materia, non saprei come aiutarla e rischierei di dirle solo delle fesserie generalizzando principi che magari,in quell’area, chissà quante eccezioni prevedono. L’avvocato tuttologo poteva andare bene 50 anni fa, ma adesso il Diritto è talmente complesso e ramificato che, se si vuol fare le cose per bene, ci si deve limitare a poche materie.
    Detto questo, non sarebbe comuqnue nemmeno la prima volta che sento di agenti che danno pareri legali (ok, ok, ho capito che Lei è un editor, ma mi rifacevo a quel che ho scritto io in precedenza ;))

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      23 giugno 2015 at 21:30

      Ma i miei smile erano inequivocabilmente scherzosi, ML!
      Comunque.
      Mi riferivo a contratti e situazioni specifici (e se hanno richiesto un legale direi che sono situazioni eccezionali, di norma l’autore incassa la fregatura e via) non mi sognerei certo di dire che TUTTI i contratti eap sono inattaccabili! Ma parlare in generale di un caso specifico è fuori di senso. E sì, ovvio, andare dall’andrologo per un problema ai polmoni è stupido. Son sempre medici ma…
      Rimane il senso del post: ricorrere a un eap è una inutile e costosa perdita di tempo. Alla prossima!

      • ML Reply

        24 giugno 2015 at 13:20

        Ma la questione è proprio che non ci sono eccezioni, nessun contratto EAP risulta non attaccabile, e questo proprio per il suo vizio di fondo 😉 Quindi non ci sono casi particolari.
        Che poi l’autore di norma incassi la fregatura è vero, ma si tratta di un atteggiamento sbagliato perchè raramente si è costretti ad andare in giudizio e spesso una semplice lettera dell’avvocato può essere risolutiva. E quella se la può permettere chiunque. A maggior ragione un autore EAP, visto che in media sborsa da 10 a 20 volte in più per pubblicare 😉

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