Tramando: il secondo classificato

Ed eccoci arrivati al secondo racconto. Un affresco, ironico, di un “diabolico” mondo color pastello. Come per il terzo, non c’è un titolo, ma non manca quello che conta, vale a dire il nome di chi l’ha scritto: Silvia Littardi. E adesso la smetto di intromettermi tra voi e la sua storia. Buona lettura.

   Il posto dove vivo ora ha la stessa inquietante dolcezza della casa di marzapane dove per poco non finivano mangiati Hansel e Gretel. Si tratta di uno di quei quartierini residenziali appena usciti dalla carta da imballaggio, composto da deliziose villette a due piani con il regolamentare giardino sul davanti e il garage accanto. La nostra è color pesca.
   Non voglio essere ingiusta, è una zona molto tranquilla e bellissima per certi aspetti, ma ho l’impressione che le streghe dei fratelli Grimm fuggirebbero urlando. D’accordo, nessuno viene infilato nei forni qui, ma le signore e signorine del luogo hanno sviluppato nuovi mezzi di tortura molto più sottili e raffinati nel corso delle generazioni, tanto che a volte il pensiero di essere cotti a fuoco lento per un paio d’ore, tutto sommato, non sembra così sgradevole.
   L’arma mortale è la loro gentilezza. Quando si presentano alla tua porta (mai da sole, sono sempre almeno in due, mentalità da branco, o meglio da stormo di oche) sorridendo in maniera disarmante e chiedendoti di partecipare alla nuova iniziativa di quartiere, in quale sistema di valori non verresti considerata un mostro se gli sbattessi la porta in faccia?
 Quindi dopo il club del bridge, il circolo della lana e il corso di pasticceria eccoci all’ultima entusiasmante occupazione per i nostri pomeriggi vuoti e senza senso: gli incontri letterari.
   Ripensare ai giorni in cui mi appassionavo veramente alla letteratura tra i chiostri dell’università, quando ancora credevo di poter dare un contributo degno di nota alla narrativa contemporanea mi fa sanguinare il cuore. Non glielo lascerò mai intuire, ma questa volta hanno colpito davvero un nervo scoperto: di solito riesco a vagare con la mente in un limbo anestetizzato, senza farmi troppe domande e godendo dei privilegi che mi assicura questo stile di vita, ma a volte ho momenti di impietosa lucidità. In quegli istanti mi sento così vecchia. Mi guardo allo specchio e non riconosco quel guscio vuoto che mi fissa terrorizzato, come a chiedermi quando e perché siamo finite quaggiù. Credimi cara, se lo sapessi staremmo già ripercorrendo i nostri passi.
   Stamattina ha suonato al mio campanello, ovviamente nell’orario più consono alle visite, nientepopodimeno che Susan Craft (casa rosa confetto): se ci fosse da assegnare il titolo di ape regina del circondario, lei l’avrebbe già vinto mille volte. Bisogna darle atto che è tremendamente carina, molto curata e incredibilmente decisa, pare che si sia scelta come missione personale quella di tenerci impegnate a qualunque costo in una attività che lei possa scegliere, organizzare e dirigere. A volte ho l’impressione che ci veda come tante graziose bamboline, che lei ancora si diverte a disporre intorno a un tavolino per giocare a prendere il tè come le signore grandi. Tutto sommato se assecondata può essere una persona piacevole e in fondo cercare di prevedere quale nuovo gioco escogiterà per le prossime settimane è un passatempo divertente per i momenti più tetri. Al suo seguito c’era la  favorita del momento (la cambia a scadenza mensile, io non ho mai avuto l’onore, ma sono relativamente troppo recente come acquisto per poter essere presa in considerazione), la piccola Jenny (casa verde prato): potrebbe essere simpatica, ma al momento la sua funzione è quella di specchio grazioso e portatile dove Susan e le sue qualità possano riflettersi.
   Finiti i convenevoli sulla soglia di casa ci siamo sedute per il rituale caffè. Se ci avessero dipinto mentre lo sorseggiavamo, probabilmente saremmo risultate come i ritratti viventi della rassegnazione, dell’attesa nervosa e della soddisfazione. Provate a indovinare quale sono io.
   Susan ha resistito ben cinque minuti prima di appoggiare con grazia la tazzina sul marmo poi, continuando a tenerla tra le mani come se stesse offrendo un dono prezioso al mondo intero, sorridendo mi ha esposto il suo progetto. Si fosse limitata a quello.
   Il fatto è che dopo avermi srotolato davanti tutte le sue ambizioni culturali e le sue pretese intellettualoidi è arrivata al motivo della sua visita: «Ho pensato, cara, che tu potresti darmi un parere, è una lista breve, ma sono sicura di essere riuscita a isolare dei piccoli gioielli di cui potranno apprezzare tutte il valore. In fondo, non c’è niente di male certo, ma non hanno studiato tutte come me e te». A quel punto con il sorriso più angelico del repertorio ha estratto dalla borsetta un foglio piegato in due e l’ha allungato verso di me.
   Avrei avuto un paio di obiezioni, ad esempio sul fatto che paragonare i suoi studi ai miei fosse un tantino presuntuoso o che la povera Jenny sicuramente non aveva apprezzato il suo commento, ma posso ammettere di essere un’indolente che ama il quieto vivere, per cui mi sono limitata a sorridere e ad annuire. Anche per prepararmi alla parte più difficile. Susan ovviamente non desiderava un mio parere, ma un elogio per la sua scelta ponderata e assai brillante. Di solito darle simili contentini non era compito mio, ma a ripensarci, probabilmente voleva offrirmi un’occasione per salire di un gradino nella sua cerchia di accolite. Una prova iniziatica per entrare nel club delle perfettine. Che mestizia.
   Mentre scorrevo i titoli per un attimo ho pensato seriamente di darmi alla fuga: avrei voluto scoppiarle a ridere in faccia, lanciare via il foglio e uscire dalla mia odiosa cucina immacolata.
   Dalla finestra socchiusa sentivo il soffio dell’aria primaverile e guardando da quello spiraglio potevo già vedermi mentre camminavo sulla strada, godendomi il tepore del sole e allontanandomi da lì, un passo alla volta. Solo per un attimo. Alla fine ho sorriso dolcemente e ho venduto l’anima al diavolo: «Non avrei saputo immaginare dei titoli migliori Susan. Non vedo l’ora di partecipare al primo incontro».
   Dallo scintillio nei suoi occhi è stato facile capire di aver pronunciato le parole esatte, il resto del copione si è svolto senza intoppi: decisa la data, l’orario e la ripartizione delle vivande da preparare per l’evento, abbiamo suggellato il patto con due baci sulle guance senza che le labbra e la pelle si sfiorassero nemmeno.
   Rimasta sola mi sono versata un’altra tazza di caffè e l’ho bevuta appoggiata al davanzale, limitandomi ad aspettare la seconda visita della giornata, triste a dirsi, l’unica di cui mi importasse davvero qualcosa.
   Si tratta della mia personale piaga d’Egitto: non so davvero quale Dio io abbia offeso in una vita precedente per meritarmi la sua simpatia. Edith Patter (casa giallo limone) è la donna più pettegola che l’umanità abbia mai sfornato. Si presentò a casa mia esattamente dopo dodici ore dalla fine del trasloco (a rifletterci ora, suppongo fosse il suo limite massimo di sopportazione prima di lanciarsi su dei nuovi vicini), mi regalò un bel cesto di frutta e con la massima discrezione possibile, mi sottopose a quello che probabilmente è il suo questionario standard.
   Non so quali delle mie risposte l’abbiano favorevolmente impressionata, ma le risultai piacevole come compagnia e soddisfacente come ascoltatrice: da allora mi ha preso sotto la sua ala protettrice (fortuna della quale non ho ancora finito di dolermi) e quando suona il telefono, nove volte su dieci, so già chi è.
   Nelle giornate in cui mi sento più benevola, a dire il vero, provo quasi simpatia per lei: non si è mai sposata, pare per una dolorosa storia che le ha segnato la giovinezza (ovviamente nessuno conosce i dettagli; come tutte le professioniste, sa tutto degli altri ma non lascia trapelare nulla di sé) e credo di ricordarle la figlia che non ha mai avuto. Mi accorgo che in comune abbiamo un ottimo spirito di osservazione, un sottofondo di cinismo amarognolo che ci fa sorridere per le stesse cose e un assoluto disprezzo per le teste vuote. A volte è la mia unica alleata e mi ritrovo a chiedermi cosa farei se non ci fosse. Nelle giornate in cui mi sento più sincera quasi ammetto di volerle bene come alla madre che non ho mai avuto.
   Peraltro, concedendole quello che merita, verrebbe quasi da ammirarla. Il fatto che riesca ad alleviare quotidianamente la sua sete di conoscenza dimostra quanto lei si impegni a coltivare il suo talento investigativo, perché uno spettatore esterno potrebbe giurare che non succeda niente di rilevante qui. Ma sbaglierebbe. Non ho mai scoperto le sue fonti, ma funzionano benissimo. Per conoscere il torbido sottobosco di questo lotto di Paradiso basta armarsi di sacrosanta pazienza e accettare un suo invito per il tè. Non che sia consigliabile: se le si concede troppo spazio, non riesce più a fermarsi e ho il fondato sospetto che tre ore della sua parlantina possano uccidere un uomo.
   Quella sera  ha suonato alla mia porta e ho intuito subito che doveva esserci una novità veramente straordinaria, o almeno abbastanza rilevante da non poter essere comunicata volgarmente per telefono.
   «Indovina.»
   Suspense e un sorriso sornione: questa deve essere proprio la notizia dell’anno. Sgrano gli occhi per non rovinarle il divertimento.
   «L’hanno comprata. La casa all’angolo. Una giovane coppia come voi, pare che lui sia…»
   E qui comincio ad annuire fingendomi interessata senza più ascoltare. Non per sminuire la portata dell’evento, ma dalle premesse mi ero aspettata qualcosa di più. Certo per Edith nulla batte la carne fresca in cui poter affondare i denti, ma per me questo significa solo che presto ci sarà una signora casa lilla, alla quale dovrò sorridere forzatamente. Mentre mi scosto per lasciar entrare il fiume di parole in casa spingo solo un attimo lo sguardo sino al fondo della via, sul profilo ancora per poco addormentato e buio della graziosissima villetta.
   Benvenuti e lasciate ogni speranza.

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3 Commenti

  • Daniela Reply

    1 febbraio 2012 at 20:01

    mi è piaciuto assai, grazie Silvia…

  • tomas carosella Reply

    3 gennaio 2013 at 15:43

    Colpevolmente, molto colpevolmente, ho aspettato di aver quasi finito il racconto per l’edizione di quest’anno, per leggere i due che mi hanno battuto l’anno scorso.
    Complimenti Silvia, è splendido, uno stile filante e senza intoppi, con una ricercatezza per nulla pesante. Ricorda molto “desperate housewifes”, lo segui?
    In ogni caso, bravissima, scrivi ancora!!! 😉
    Tomas

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