73 questions

 73 questions

Una serie nata dalla collaborazione tra Vogue e The Scene: il format prevede domande a raffica a personaggi noti che si raccontano nel proprio ambiente.
Una bella intervista ai personaggi famosi del cinema e della moda. «Avanguardia pura» direbbe, Miranda Priestley, la micidiale direttrice de Il diavolo veste Prada. In effetti, inventarsi qualcosa di originale, ideare un format un po’ diverso, parrebbe una impresa.

vogue_73-questions-anna-wintourQualcosa di buono, però, si può fare sempre. Per esempio? 73 Questions, 73 domande, tutte d’un fiato. Una intervista veloce, agile, girata senza interruzioni, girando non in un luogo neutro o asettico, ma in un contesto familiare per l’intervistato – la sua casa, l’ufficio – grazie a un intervistatore “invisibile” ma molto carismatico.

Il tutto è stato realizzato da Vogue in collaborazione con The Scene, il primo network digitale che raccoglie programmi e serie realizzati da brand molto noti per raccontare arte, cultura, moda, sport… Il format conta otto episodi con Sarah Jessica Parker, Olivia Munn, Blake Lively, Daniel Radcliffe, la signora Beckham, Reese Witherspoon, Amy Adams e pure la terribile Anna Wintour.Joe Sabia

L’intervistatore è uno a cui non manca la creatività: si chiama Joe Sabia, un esperto di tecnologia e narrazione, una sorta di cantastorie digitale. Vi  state chiedendo perché proprio 73 domande? «Because that looked interesting» ha risposto Sabia. Tutto qui!

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1 commento

  • bella idea! Sarebbe bello avere una versione italiana, a mio parere però per molti intervistati italici basterebbero una decina di domande…

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