Se non ti pagano, vattene

scrivania vuota

Sembra tanto semplice, ma se fosse così facile l’esercito dei precari sottopagati o per nulla retribuiti non esisterebbe.

Caffè e cioccolataRagazza faceva la segretaria di Regista. Da un anno e mezzo. Veniva pagata a cioccolatini. Sì, quelli che ti danno insieme con il caffè. Regista, nonché megadirettore creativo, andava al bar, si beveva la sua meritata dose di caffeina e poi depositava il premio di cioccolata sulla scrivania di Ragazza.
Niente contratto, stipendio, rimborso spese. Nichts. Solo un cioccolatino gratis di seconda mano.

Poi sono arrivata io – due mesi di prova e, a seguire, contratto a progetto di un anno, questi gli accordi – e lei, finalmente, sarebbe stata spostata in produzione e retribuita.

Passa il periodo di prova ma nessuno mi dice nulla. Io attendo una settimana, attendo che Commercialista mi convochi e mi faccia firmare non so che cosa per arrivare alMInacce contratto a progetto. Ma non accade nulla o meglio, qualcosa succede. Sono stata abbandonata in ufficio ché Regista è sul set e mi chiamano tizi – macchinisti, operatori, microfonisti – minacciandomi di morte se non verranno pagati. “Vengo lì e ti spacco la faccia chiunque tu sia, capito?!” dicono, cordiali. Alcuni mandano fax. Vengo lì e ti corco di mazzate, se non mi date i miei soldi. Cordialmente. Cose così.
Regista fa spallucce – i soliti mitomani, dice – e Commercialista non si fa trovare.

Alla terza settimana – siamo alla fine di luglio – ho il sospetto che qualcuno stia facendo il furbetto. E no, non sono i mitomani.
Intanto appuro che Ragazza lavora 23 ore al giorno in produzione e no, non la pagano manco nel nuovo ruolo. Però le danno vitto e alloggio, mi fa notare sollevata. Io, invece, non sono sollevata affatto. Così chiamo Segretaria del professionista invisibile e, con garbo, le spiego che se Commercialista non risponde, abbandono la postazione con la porta dell’ufficio aperta, e me ne vado.
NothingCommercialista richiama subito.
Gli faccio il discorsetto. Quello sul rispetto, la lealtà. Mi appello pure alla carità cristiana e termino con uno strappalacrime “se ha dei figli: vorrebbe che la sua creatura lavorasse in queste condizioni? Me lo dica, per favore, è previsto che io venga pagata?”
Commercialista – che se potesse dare un nuovo nome alla parola logorrea, la chiamerebbe Chiara – mi dice la verità: “No”.
Secco e conciso, lui.

Così io attacco il telefono, chiamo Amica del cuore e le chiedo di venirmi a prendere in macchina. Estraggo il mio hard disk – da brava nerd me lo porto sempre appresso e nelle pause mi dedico ai fatti miei – e ci metto dentro tutto il lavoro svolto in questi mesi sugli script, il database aggiornato con pazienza certosina, la rubrica e gli appunti eccetera. Poi cancello tutte queste belle cose dal pc dell’ufficio.

Faccio pure altre due cose. Mi prendo un rimborso spese: risme di carta, post-it, penne, buste, graffette… e metto tutto in una scatola insieme con il mio monitor – portato da casa ché quello dell’ufficio pareva un boccione dei pesci rossi – colloco il cellulare sopra una pila di dischetti e faccio numerose chiamate – una anche a Commercialista, avvisandolo che sto abbandonando la nave – nella speranza che il campo magnetico generato cancelli tutto il contenuto presente nei supporti. Chiudo l’ufficio, lascio le chiavi al portinaio e salgo sulla macchina di Amica del cuore che, essendo tale, è già arrivata.

Nelle ore seguenti Regista, informato da Commercialista, mi chiamerà chiedendomi di tornare e aggiungendo altre pateticheOmino di cartone cordialità. Traduzione: ho l’ufficio sguarnito, sono in produzione assillato da una mandria di attori inferociti e chi li tiene a bada i mitomani?! Io lo ringrazio e gli dico che, se è interessato alla sottoscritta, basta che la retribuisca. Così gli ridarò anche il lavoro svolto finora. Regista non è lieto di scoprire questo dettaglio della nostra contrattazione ma mantiene un certo aplomb. Anni e anni di allenamento alla scorrettezza pagano, si sa. Lui non farà altrettanto con me e non si farà mai più sentire.
Era il 2004, avevo ventisette anni, ero molto timida e insicura ma le palle mi giravano già benissimo.

P.S. Ragazza, dopo non essere stata pagata in produzione è tornata alla sua vecchia scrivania. Non poteva dire no alla cioccolata.

0 Commenti

  • Marco Amato Reply

    10 marzo 2015 at 18:46

    Certi soggetti mi fanno venire in mente Cloud Atlas, più il film che il romanzo, generazioni che si ripercuotono su generazioni. Mi figuro Il prozio del prozio di Regista, che col suo medesimo volto, gestisce con gli schiavi una fattoria romana in epoca tardo imperiale. Le epoche passano, certi ceffi si protraggono.

  • Grande Splash Reply

    10 marzo 2015 at 18:56

    Ci ho messo un po’ a uscirne, a rendermi conto che non avevo prospettive serie, che stavo buttando(ho buttato) tempo prezioso.
    Collaboravo con una redazione in cambio di un obolo e la promessa di iscrizione all’albo dei pubblicisti. Andando avanti però le richieste sono aumentate, a differenza del rimborso simbolico. A un certo punto mi è stato chiesto di gestirgli il sito, su cui volevano iniziare a puntare, anche in orari in cui non ero in redazione. Ho risposto che per fare anche quello avrebbero dovuto iniziare a pagarmi sul serio. Mi son sentito dire che non credevo nel progetto e che andavo lì solo per soldi e che ero una delusione. A quel punto ho mollato.
    In tutto questo, è stato fastidioso e svilente vederli venir meno agli accordi presi (ancora non mi hanno fornito tutta la documentazione), ma soprattutto la frase “vai pure, non ci servi, tanto di persone che vengono a farlo gratis ne trovo quante ne voglio”.

    • Mario Borghi Reply

      10 marzo 2015 at 19:20

      Però, Grande Splash, sarebbe, credo, opportuno dire nomi e redazioni, così, giusto per orientarsi.

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      10 marzo 2015 at 20:07

      La chiusa è da brividi ed è la misura del problema. Un conto, però, è metterci un po’. Altra cosa è restare… Grazie per il racconto.

  • Daniele Reply

    10 marzo 2015 at 21:15

    Quando dico che non ha senso lavorare a certe condizioni, spesso mi sento dire “Eh, meglio che starsene a casa a fare nulla!”.
    Di solito, capita più facilmente con persone più giovani di me, sotto i trenta. Poi scatta qualcosa…

    Comunque, bella storia horror, non c’è che dire: c’è il vampirla, ma anche un lieto fine per l’eroina – peccato che l’altra ragazza non sia riuscita a fuggire, ma temo che ogni racconto dell’orrore abbia bisogno di qualche vittima 😕

    @ Grande Splash: considerati fortunato di aver avuto un’epifania che ti ha salvato, non tutti beneficiano di tale lusso in un momento come quello. La disperazione e una vaga speranza di miglioramento possono offuscare la capacità di giudizio, purtroppo.

  • leparoleverranno Reply

    11 marzo 2015 at 22:09

    Grazie, grazie, grazie! E’ una vita che affermo la stessa cosa ma mi sento sempre rispondere che vivo tra le nuvole!

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      11 marzo 2015 at 22:10

      No, no, vivi in Italia! 😉 (E qui da noi tocca ribadire pure l’ovvio: se lavori, ti devono pagare.) Ciao!

  • ferdinando de blasio Reply

    26 giugno 2015 at 12:24

    E mi sovvien lo scazzo.

    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      26 giugno 2015 at 19:52

      Eh lo so! Ma a me, nel mio piccolo infinitesimamente piccolo eh, ha portato buono non accettare certe cose. E poi mandare al diavolo certi soggetti, davvero è una goduria! 😉

      • ferdinando de blasio Reply

        26 giugno 2015 at 20:24

        Ah lo credo. Lo scazzo era per come siamo messi, mica per dove gliel’hai messa tu! Io approvo!

        • Chiara Beretta Mazzotta Reply

          26 giugno 2015 at 20:26

          No, no, avevo capito, Ferdinando. Il mio era un invito alla rivoluzione! 😉 Lo scazzo è comprensibile…

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