Francesco Carofiglio - Il maestro - Piemme-min

Il Maestro – Francesco Carofiglio

Il Maestro di Francesco Carofiglio è una sofferta riflessione sulla solitudine e sulla difficoltà dei grandi artisti a trovare qualcuno a cui trasmettere il proprio sapere.

Parla parecchio, Corrado Lazzari, il Maestro. Ma quello che dice – quasi sempre – lo dice a nessuno. Se ne sta nella sua casa, in una stanza che è il suo mondo. Qui passa il tempo leggendo, scrivendo, ascoltando musica nel giradischi o la filodiffusione, e mettendo ordine nel suo archivio. In realtà, più che altro passa il tempo a rimettere in fila i propri ricordi. Li rivive. Se ne riappropria.

A volte si lascia prendere dalle geometrie della solitudine, misura coi passi il perimetro, un passo dietro l’altro, ventitré passi esatti. A volte pensa che sia tutta colpa del silenzio.

Roma, la scuola d’Arte Drammatica, il teatro, le tournée, i viaggi, gli addii e gli incontri, la grazia di un gesto femminile, la combinazione di due voci. Corrado se li ricorda tutti questi momenti, gli basta aprire una porta e far entrare quel mondo nel suo. Un mondo di successi, anche, perché lui è stato il più grande attore del Novecento e, adesso, per tutti è il Maestro anche se sa che sul palco non ci tornerà mai più.

Ha sempre provato fastidio per l’enfasi, tutte le parole che non servono, ha sempre provato a strane lontano, sul palcoscenico. La sua voce è stata netta, essenziale, necessaria. Per questo è stato il più grande.

E poi c’è Alessandra che è una finestra sulla vita dalla quale si è chiamato fuori. È la ragazza che studia all’università – lettere con indirizzo teatrale – quella che gli porta pranzo e cena tutti i giorni dal ristorante in cui lavora. Ed è la persona che perturberà la sua quiete.

Francesco Carofiglio sceglie un titolo emblematico – Il maestro – per portare sulla pagina una storia che richiama diversi topos letterari: l’uomo di successo arrivato al culmine della vita, la solitudine dell’artista, il rapporto tra maestro e allieva… in realtà l’urgenza che graffia il lettore è un senso di disfatta. L’incomunicabilità di un talento; l’incapacità di travasarlo, di trasfonderlo in un’altra esistenza così da preservarne un po’ di bellezza e magia.

Entrare e uscire di scena, coprendo le distanze con i pass che servono, sapendo che ti guarderanno entrare e uscire, e aspetteranno di sentire un’emozione, anche soltanto per quel gesto semplice. Compiere gesti elementari, con calma e determinazione, perché è questo che serve.

Il Maestro è solo perché non ha alcuno accanto a sé – a parte le persone che vivono nelle “scatole” della sua memoria – e perché non ha figli. Ma la sua solitudine, oltre che esistenziale, è artistica: è incapace di passare il testimone il Maestro. Ed ecco che Alessandra, questa ragazza a cui per un caso del destino si trova a raccontare L’Amleto, diventa una occasione. Però Alessandra “non farà l’attrice”, il Maestro lo sa.

Non si ha l’impressione di leggere ma di starsene a teatro – non a caso, il testo era nato come pièce e forse diventerà per davvero uno spettacolo – e in ogni capitolo Corrado si prepara e si veste con cura, entra in scena, recita il proprio monologo o dialoga con Alessandra, finché la luce non sfuma. Perché un attore è a suo agio solo nello spazio del palcoscenico, in quella geometria ordinata in cui tutti i gesti hanno un senso e una misura.

Leggiamo le opere e non occupiamoci della vita, gli artisti vivono in quello che producono, la vita importa poco.

Un detto Buddhista recita: “Quando il maestro è pronto, l’allievo appare” ma in questo caso quando l’“allievo” compare, il Maestro pronto lo è davvero? E Alessandra è una allieva?

Forse ci aspettiamo che il protagonista, essendo in là con l’età, debba essere anche saggio. Ma forse la sapienza dell’età matura è sopravvalutata o, peggio, è una invenzione e si appare saggi solo perché si ha più tempo per ragionare sulle cose.

Corrado deve far fronte al suo spaesamento e fare i conti con i fantasmi del passato (e del presente e del futuro… vi ricorda qualcosa?). Corrado deve scovare il suo senso della vita, il senso dello stare in scena. Perché il vecchio Maestro sarà sempre anche un allievo, finché ci sarà respiro e luce sul palco.

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