Book Pride 2018: dove è finito l’orgoglio indie?

Book Pride 2018

Si è chiusa Book Pride 2018, la fiera nazionale dell’editoria indipendente: come è andata? Quali cose hanno funzionato e quali no?

Book Pride 2018, la fiera nazionale dell’editoria indipendente, è appena finita. E dopo Tempo di Libri, Cartoomics, Libri Come, il BUK di Modena… adesso molti editori sono già sbarcati a Bologna per la Children’s Book Fair. In effetti se lavori in editoria, ormai hai la sensazione che abbiano abolito il weekend e il tempo scorra in incontri. Credi di vivere in un Paese in cui le strade sono percorsi, la gente abita negli stand e non ci sono piazze ma spazi e sale.

No, non vogliamo diminuire festival e fiere! Al massimo ci vuole un calendario sensato degli eventi. E (grande rivelazione) servono eventi che possiedano identità e offrano qualità al pubblico. Diciamocelo: Tempo di Libri questa edizione di Book Pride non l’ha certo aiutata. Non li conto i lettori che a mani vuote mi hanno detto: “Ho comprato da pazzi due settima fa…”.

E fuori dal nostro mondo – cioè tra quelli a cui dovremmo parlare – mentre la notizia di Tempo di Libri era arrivata abbastanza forte e chiara, di Book Pride si è saputo poco. Nelle mie cerchie ne avevano notizia solo i lettori fortissimi. Pochi.

Book Pride versus Tempo di Libri

Il 2017 era stata, a detta di molti, una edizione sottotono e a Book Pride 2018 a risollevare gli animi non è bastato un direttore creativo come Giorgio Vasta, non sono state sufficienti le sue (buone) idee a cominciare da Tutti i viventi, tema dell’edizione e metafora dell’ecosistema indie, per finire con i percorsi proposti e le contaminazioni (una tra tutte gli incontri con più editori).

In fiera è mancata la reazione d’orgoglio che l’anno scorso ha animato ogni centimetro quadrato del Salone di Torino. Di pride poco, in effetti, qualche sbadiglio negli stand e dietro ai banchi, perché un po’ la gente è poca e un po’ l’editoria somiglia al giorno della marmotta. Una fiera che inizia e inizia e inizia mentre fuori piove, nevica, c’è il sole, arriva l’ora solare poi toh, è già quella legale…

Non mancano l’identità né il senso di appartenenza, ma non basta la pecetta indie per dirsi originali, migliori. Diversi. Mi sono passati sotto i polpastrelli libri belli, unici, numerati, fatti con carte pregiate che evidenziano una ricerca e manifestano il desiderio di collocarsi in un mercato occupando uno spazio per meriti. Uno spazio di qualità. Ma anche libri brutti e sciatti.

Alcuni editori indipendenti sono imprenditori che pensano a realizzare progetti sostenibili con prodotti eccellenti, altri paiono essere indie solo perché non appartengono a un gruppo. C’è chi non sfrutta una fiera come questa per far conoscere il proprio catalogo e raccontare un progetto editoriale ma porta libri un po’ a caso, c’è chi viene (giustamente) per vendere pensando però che basti esserci.

Sì, nel 2018 c’è ancora qualcuno che è convinto che i libri basti metterli su di un tavolo per venderli. Ma se leggere fosse la risposta a un bisogno per la popolazione tutta, saremmo un Paese di lettori. No?

Book Pride che esperienza regala?

C’è un problema di esperienza. Dove è finita la creatività? Se ogni stand si distinguesse per una idea, un modo diverso di raccontare il proprio catalogo e la propria storia, la fiera sarebbe una occasione per seminare e creare legami (e bisogni).

Il vostro primo libro quale è stato? Perché lo avete scelto? E il secondo? Mettete una carta di identità degli editori, create un jukebox con gli incipit (di carta e voce, bastano due tablet/smartphone con delle cuffie), giocate con i titoli dei libri, proponete percorsi di lettura all’interno del catalogo, fate un identikit dei personaggi, immaginate di creare coppie, far nascere amicizie usando i personaggi … e regalate esperienze. Altrimenti ci sono solo tavoli con dei libri sopra. E non ci sono sedie (se non al bar).

Quali problemi risolvi al lettore? Quali argomenti gli proponi? Perché dovrebbero scegliere te? Perché dovrebbe venirti a cercare?

Clienti e utilizzatori finali

Un’altra questione di peso: il cliente di un editore sono i librai. Se in fiera punto solo sulle novità, forse i librai del territorio faranno poi parecchia fatica ad attirare lettori con quei titoli. E se scontento il mio cliente, sto annientando il mio business.

Lo conosco poi il mio cliente? Di certo stando in fiera un editore ha l’occasione di sperimentare cosa significhi essere il libraio “di se stesso”. Cosa funziona, cosa non si comunica bene, cosa crea interesse e perché?

Mancano le domande. Gli editori, anche quelli indie, l’utilizzatore finale – cioè il lettore – spesso non lo conoscono affatto. Nel marketing le aziende passano tempo a domandare ai clienti e agli utenti finali cosa pensino del prodotto. Non sarebbe male sentire gli editori chiedere ai lettori perché hanno scelto proprio quel libro, cosa li stava per far cambiare idea dal comprare quel libro, cosa leggono di solito, quando, perché…

Cosa non ha funzionato a Book Pride 2018

Tra le segnalazioni dei lettori: pochissima interazione agli stand, maleducazione (sì, mi secca riportare questa lamentela ma l’ho registrata più volte), persone che si fanno i fatti propri tanto che a chiedere informazioni ti sembra quasi di disturbarle; notizie imprecise circa le date di uscita dei libri (non sarebbe meglio ragionare in termini di valore di un testo e di coesione con le altre proposte della casa editrice, e non solo in base alla data di uscita? Per quello non ci sono già i big?), editori che lasciano a casa l’intero catalogo di poesia (e poi, signora mia, la poesia non si vende… chissà come mai!?). Occhio ai ragazzi. Se un ragazzino fa una domanda, perdi un minuto in più per seminare qualcosa. Non ti puoi lamentare che dei tuoi libri non gli importa nulla, se a te importa nulla di lui.

Per i corridoi ho sentito: “Mi ricordano la sinistra, sono snob e autoreferenziali” “Ah, perché c’è il secondo piano?” “Quelli del servizio ordine sono proprio boni” “Dove lo leggo il nome degli editori” “Ma indipendenti da che?” “Nelle salette incontri non si sente niente”.

Risate a parte (e boni a parte), c’è di che riflettere.

Cosa ha funzionato a Book Pride 2018

Gli incontri professionali (ho preso parecchi appunti), gli incontri off (amici lettori si sono emozionati per il programma e alcuni fuori programma). Le persone che conosci e saluti e abbracci per i corridoi; non per posa, perché ti importa. Chi perde tempo, e tanto, a spiegarti i suoi perché. Chi, con poco, riesce ad allestire con cura il proprio stand. Le performance degli allievi di NABA Milano. Gli “umarell” di The FabLab per lavorare sentendosi meno soli (!), il bar che accoglie (le sedie!) e aggrega.

Al momento di Book Pride 2018 ignoro gli ingressi e ignoro le vendite, ma alle volte prima dei dati servono occhi e orecchie. E di certo servivano, per essere davvero pride, delle idee in più. Ché tra orgogliosi e superbi il passo è breve.

8 Commenti

  • Sandra Reply

    26 marzo 2018 at 14:50

    Ci sono stati diversi problemi di fondo, la data troppo schiacciata con Tempo di libri, la Stramilano, che arrivare al BA.SE è stata un’impresa, con pure un’ora in meno. Io sono tra chi non hanno comprato nulla, nulla, perché dopo le speso di Tempo di Libri davvero non potevo. I più simpatici sono sempre quelli di Giuntina, ormai ci conoscono e ci hanno detto “no, ci spiace non ci sono libri che voi non abbiate già comprato!” Poi io ho aggiunto i miei tetris personali per cui alla fine Bookpride mi è piaciuto perché: la primissima cosa che ho visto entrando è stata una chioma bionda di spalle ho ho detto “è Chiara!” infatti eri tu. E poi boh io in mezzo ai libri sto bene a prescindere, ma in effetti mi è parso un grande mercato senza troppo senso. Mio marito che pure legge molto mi ha chiesto “ma indipendenti in che senso? Mi è spiaciuto non poter assistere ad alcun incontro (colpa mia che appunto dovevo essere ubiqua) e poi, scrivo un po’ random, nello stesso weekend c’era pure il BUK di Modena, Milano e Modena non sono lontanissime, infatti io anni fa al BUK ci sono anche andata, ma davvero chi li studia i calendari?
    Io mi vergognavo quasi a fermarmi, sfogliare, interessarmi e dire “no vabbe’ dai lo prendo a Torino” ma è la verità, due settimane da Tempo di libri senza in mezzo neppure uno stipendio 😀 mah

     
    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      26 marzo 2018 at 17:16

      Il BUK, lo aggiungo subito! Mi pareva mancasse qualcosa… ma sono troppi, appunto!

       
  • Enrico Reply

    26 marzo 2018 at 21:08

    Interessante prospettiva. Era la prima volta per me. Non è stata un’impressione negativa, devo dire. Certo: sa molto di fiera e poco di progetto. Questo è indubbio. E ogni stand è troppo simile al precedente per comprendere, anche soltanto dal modo di porsi, le differenze. Però la qualità di alcuni si percepisce e si sente: eccome. Quello che mi è sembrato di percepire è un po’ la mancanza di coraggio. Se sei indipendente lo devi essere in ogni frangente: da quello prettamente legato al contenuto e alla forma a quello di come ti poni al pubblico. Questo non c’era. Il tono era dimesso. Secondo me, senza un vero motivo. Anzi. Tentare non nuoce. Alla prossima.

     
    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      27 marzo 2018 at 16:05

      Ciao Enrico, grazie per la tua opinione. Diciamo che qui il progetto è fondamentale. Dei singoli e collettivo. Anche il coraggio non guasta!
      Però non era certo tutto sbagliato, per fortuna. E come scrivo c’erano ottimi libri, curati che è bello poter scoprire.
      Alla prossima 😉

       
  • Simona Reply

    27 marzo 2018 at 15:51

    “Per i corridoi ho sentito: “Mi ricordano la sinistra, sono snob e autoreferenziali” “Ah, perché c’è il secondo piano?” “Quelli del servizio ordine sono proprio boni” “Dove lo leggo il nome degli editori” “Ma indipendenti da che?” “Nelle salette incontri non si sente niente”.”

    Pensa tre di queste frasi le ho sentite pure lo scorso anno, in particolare la prima e quella sull’indipendenza (che ogni tanto dico anche io). Ah e l’anno scorso quelli del servizio d’ordine, “boni” non lo erano proprio…
    E’ un peccato che la sensazione sia sempre la stessa, anche perché io stessa, quando mi hanno detto che era come stare in un circolo chiuso aperto a soli snob, ci sono rimasta un po’ male. Forse non me ne accorgo, ma è uno dei fattori che influisce veramente tanto sulla “voglia di ritornare” dei passanti. Magari con il tempo si conquisterà qualche simpatia in più, è sintomatico che si debbano fare le ossa per essere accettati… Ma sorrisi e voglia di coinvolgere agli stand le persone che passano non guasterebbe.

     
    • Chiara Beretta Mazzotta Reply

      27 marzo 2018 at 16:09

      Ciao Simona,
      ma la fiera dei piccoli, degli indomiti, dei coraggiosi… come fa a non stare simpatica?! Voglio dire, l’antieroe, anzi, l’underdog conquista per forza se ci mette creatività e qualità.
      E infatti i primi anni Book Pride ha fatto il botto: presenze, entusiasmo, vendite.
      Invece guai a finire come un circolino per snob. Perché i circolini schiattano e nessuno, poi, ne sente la mancanza.

       
  • Simona Reply

    28 marzo 2018 at 8:53

    Ironicamente non sono visti come dei coraggiosi e no, se non sei del giro, così mi è stato fatto notare, non sono affatto simpatici. Oddio ci sono quegli editori da cui sai già che non troverai l’ansia di farti conoscere tutto il catalogo minuto per minuto, ma che la percezione ricada su tutti fa riconsiderare i parametri con cui ci si rapporta con questi eventi. In generale si parte dal presupposto che tu stai puntando su un circuito che non è quello degli editori che i lettori in generale conoscono di più. Oddio la conoscenza è di nome, mai più approfondita ma permette al lettore comune di sentirsi al sicuro: “E’ un Bompiani? allora sì va bene. Certo signora mia con questi prezzi… Ma quell’autore l’ho visto in tv…l’ha letto in un articolo mio marito al bar della Peppina…”. Gli editori che sono al bookpride, li trovi ogni tanto sui quotidiani ma per un singolo libro e già la settimana successiva il ricordo si appanna. Quindi eventi come questi dovrebbero essere presentati come un modo per scoprire cose nuove ed essere invitanti. Invece il fatto che allo stando manco ti guardino, che non abbiano voglia di parlare con quelli che passano a debita distanza incuriositi ma poco convinti, non aiuta. Ricordo che il mio primo approccio con l’editoria piccola e media fu inizialmente pessimo, poi fui letteralmente rapita nello stand di 66thand2nd dove colui che era allo stand mi raccontò la storia dei libri che aveva pubblicato, il senso delle collane in cui li aveva suddivisi, che andai via con un libro in mano, persino sullo sport e l’arte, e ne fui così affascinata che l’anno successivo ero entusiasta di ritornare in fiera. Ecco questo a Milano non c’era.

     
  • D'ario Reply

    28 marzo 2018 at 13:36

    Bellissima analisi. Me lo aspettavo 🙂

    Dico la mia:
    Era il mio primo Book Pride.
    E personalmente mi sono divertito.
    Certo, non ho comprato nulla, e credo che questo sia l’obiettivo di fiere del genere. Quindi obiettivo della fiera centrato a metà, con me. 🙁

    “A caldo” scrissi queste riflessioni, rivolte agli editori presenti. Cui ho visto commettere alcuni (secondo me) errori di comunicazione.
    Errori, forse, commessi proprio nella modalità di esposizione, nel “marketing” (che brutta parola)., e nel modo di porsi, poco friendly verso i nuovi arrivati, i curiosi, ed i neo-appassionati che potrebbero diventare dei clienti TOP se ben coltivati.

    6 errori che ho notato:

    1- Presenza fisica: la fiera “parifica” la presenza con un setup identico per tutti. Un desk, una o due pareti.
    TUTTI voi avevate il “muro di libri”. Il che al primo giro (quello del “vedo cosa c’è”) è bellissimo: un orgasmo intellettuale.

    Hai sventrato i miei occhi e la mia memoria. Ho letto qualche sinossi, e ho preso appunti mentali su quali libri comprare.

    Peccato che al secondo giro (quello del “mo’ compro”) non mi ricordo più niente perché ho visto 150*10= 1500 titoli almeno.

    Questo non è un problema se hai lavorato bene online e sto venendo al tuo stand per comprare quello specifico libro che hai lanciato, magari sui social, e sono già nella tua rete di influenza. Ma se sono un avventore “casual” e non ti conosco, mi hai perso. Completamente.

    ❤️SOLUZIONE possibile: Attenzione massima sui 2-3 libri di punta (front end) magari abbinati ad un’offerta specifica per la fiera ed un pre-lancio sui social.

    2 – L’offerta 3X2. No. Grazie.

    Il 3X2 mi fa venire in mente la GDO, e io “psicologicamente” vengo a BookPride perché mi voglio sentire LONTANO (spesso “superiore” ma sarebbe troppo politically uncorrect , vabbé, ormai l’ho detto) dalla massa che andrebbe alla GDO. Se usi la stessa comunicazione loro, il mio cervello regredisce. Ti vede come un affarista da quattro soldi.

    Inoltre è poco funzionale.

    Ti spiego perché:

    Mediamente in una fiera del genere l’avventore spende tra i 50 ed i 70€.

    Togli due deca per arrivare / tornare / mangiare (che hanno SEMPRE la precedenza sugli acquisti), ti restano, di pocket money, 30-50€.

    Questo equivale a 3-4 libri TOTALI che mi posso permettere di acquistare.

    L’avventore medio viene a BookPride perché, IN UNA BOTTA SOLA, trova 150 editori / espositori.

    Già di suo non è predisposto (a meno che non sia già nella tua rete d’influenza e bla bla bla , vedi sopra) ad acquistare dallo stesso editore più di un libro.

    Quindi, perché intavolare un’offerta volta ad aumentare lo scontrino medio, quando in realtà dovreste focalizzarvi ESCLUSIVAMENTE sull’incentivare il primo acquisto (e poi ci torno su questo punto)

    Sono troppo pessimista? Maybe, mi piacerebbe a titolo di studio personale conoscere i dati di flusso e di acquisto. Ma potrei perfino aver ragione io.

    Sabato non ho visto gente uscire dalla fiera con il trolley carico di libri, se non erro, quindi calcoliamo che circa un 15-20% soltanto degli avventori abbia effettivamente acquistato un libro.

    UN libro. Non 3. Non 2. UN libro.

    Per cui, 3X2, in ginocchio ve lo chiedo. NO.

    ❤️SOLUZIONE: Se avete messo in “palio” un tre per due, significa che, alla fin delle finite, eravate “disposti” a scontare circa il 30% del prezzo di copertina. SOLO dopo l’acquisto del secondo libro.

    Questo se da una parte poteva essere interessante, dall’altra, per una serie di motivi sopra argomentati, probabilmente è stato attivato poche volte. Perdendo qualche vendita.

    Come incentivare il primo acquisto (e costruire un bacino per i futuri acquisti)

    Allora, se siete disposti a fare un 30% sulla copertina, perché non mi date lo stesso 30 % così suddiviso:

    20% subito IN CAMBIO DEI MIEI DATI
    10% come bonus d’acquisto (o, per esempio, un free shipping) sul vostro portale / e-commerce / mail order DA USARE ENTRO DUE SETTIMANE DALLA FINE DELLA FIERA

    Raga, IN CAMBIO DEI MIEI DATI.

    Io cosa percepisco? Ti do l like alla pagina Facebook, ti do la mia mail, ed in cambio, SUBITO, il mio libro da 10€ diventa 8 €. Pago il caffè a me e alla mia squinzia. Ci pago il biglietto di ritorno in METRO.

    VALORE IMMEDIATO per me, un LEAD IN PIÚ PER TE.

    E tu cosa ci guadagni? UN CONTATTO. Da aggiungere al tuo e-mail marketing e che può fare di me un tuo CLIENTE SERIALE.

    Mi sei piaciuto, ho comprato un tuo libro, vorrei restare in contatto con te, e se lavori bene, magari dieci, cento, mille come me possono riempirti, con i soldi già pronti in mano, la tua prossima presentazione.

    Invece così, che succede? Vedo un offerta che mi ricorda l’Esselunga (nemmeno l’Esselunga credo lo faccia più), ha una soglia troppo alta per potervi accedere (devo spendere minimo 30-40€) e NON TI HO NEMMENO LASCIATO I DATI.

    Questo vuol dire vendere senza lungimiranza. Fidati.

    3 – Le pagine social

    Non ho visto i vostri contatti. Pochissimi di voi avevano chiari i propri riferimenti social. Se avete dei canali, promuoveteli SEMPRE. È l’inizio di un rapporto, è catturare l’attenzione. Metteteli sui biglietti da visita, sui libri, sopra il barcode, su dei fogliettini volanti, ma Santo Dio, se mi sta piacendo il vostro stand VOGLIO sapere come prolungare questo piacere anche in metro, quando tornerò a casa. Il vostro Instagram.

    Avevate delle pareti, e cosa ci avete messo? I loghi.

    Piangevo sangue, giuro. Metteteci grosso come una casa il logo dei tre social di riferimento con il vostro username. E capitalizzate l’investimento della partecipazione alla fiera portandovi a casa 100, 1000, 5000 follower in più.
    Dietro ogni follower c’è un potenziale cliente, ed una potenziale vendita. Buttala via.

    4 – Le domande.

    Ok ok, non siete venditori (e allora che ci fate in una fiera in cui si vende?) ma siete editori. Benissimo.

    Ho parlato con qualcuno di voi.

    Perché mi descrivete i vostri libri SENZA avermi chiesto cosa leggo?

    A me del tuo libro sulle implicazioni dello Zapatismo nei movimenti femministi della Grecia post-crack finanziario, NON ME NE FREGA UN CA**O.

    Perché leggo poesia e fantascienza.

    E come fai a saperlo?

    ❤️SOLUZIONE: Beh, chiedimelo!

    Sei timido? Da lettore, blogger e recensore NON VEDO L’ORA di tirarmela come una pischella da H&M vantandomi di quanto, come, perché e da quanto stia leggendo l’ultimo libro di Peter Stracciamaronov, della Male Edizioni e di come ne abbia scoperto SOLO IO il significato profondo.

    Tu prendi appunti mentali, registra, e poi TAC. Mi esci un libro che vada bene a tutti e tre: a te che me lo vendi, a me che me lo compro, e pure al mio ego.

    Parlare dei tuoi libri non me li farà apparire più interessanti, più di valore, o più imperdibili.

    Ma, se tu mi chiedessi: ” Ciao, piacere di conoscerti, cosa leggi di solito?”. Magari mi avresti consigliato il libro che mi avrebbe svoltato la vita.

    E invece no.

    Perché non hai fatto domande.

    Abbiamo perso in due: tu una vendita, ma, molto peggio, io il libro più importante della mia vita (vabbé sto esagerando un po’, magari semplicemente un buon libro ❤️ )

    5- La lamentela.

    ❤️SOLUZIONE: Banditela. Assumete sostanze, meditate, ubriacatevi, fate qualsiasi cosa, lo stato italiano è uno schifo . L’IVA un fregatura. Una SRL costa 30K all’anno. Ok. Ti ricordo anche che non ci sono più le mezze stagioni e che si stava meglio quando si stava peggio.

    6 – Gli E-Book

    Io ADORO gli e-book: Leggo più in fretta, posso regolare il carattere e da astigmatico questa cosa è FONDAMENTALE.
    Posso leggere fino a notte fonda A LETTO senza svegliare la mia compagna ogni volta che volto la pagina.

    Acquisto in cartaceo solo i libri del cuore o i manuali.

    Perché non se ne vede traccia? È un tabù? Perché non sembra (sottolineo SEMBRA) investito dal vostro marketing?

    ❤️SOLUZIONE: Provate a farmi capire che tanti dei vostri libri sono disponibili anche in e-book, magari con un “e-reader corner”, dove posso scaricarlo (quindi comprarlo) al volo (p. es. Kindle mi permette di acquistare praticamente da ovunque… sono sempre soldi…)

    Spero che queste riflessioni possano aiutare, l’intento non è la critica, ma la crescita. 🙂

     

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