Una vita da eroe

Sembrava la stessa. Le nubi si diradavano e il mare scomparve. Laggiù c’era terra verde. Arrivò una nube che pareva solida: l’aereo ci si infilò dentro. La temperatura si abbassò di colpo. Per un po’ distolsi lo sguardo e, quando tornai a guardare, eccola di nuovo laggiù. La cosa verde. L’Irlanda.
Me ne ero andato nel 1922. Tornavo adesso, nel 1951. Erano passati ventinove anni da quando me n’ero andato e cinque da quando avevo deciso di tornare.
L’aereo si abbassò ancora un po’. Vibrava, sbatteva. La terra si avvicinava; le nubi non c’erano più. Guardai dall’alto il mio Paese e non provai niente.
Atterrò: i sobbalzi sull’asfalto e l’esplosione di applausi dei passeggeri davanti e dietro di me, gli attori in testa, la troupe in coda. Io in mezzo. Non applaudii. Il motore si spense. Le eliche diventarono visibili e si fermarono. Guardai due ragazzi con una gran facciona spingere la scaletta verso l’aereo. Udii aprirsi lo sportello e poi il getto d’aria vera e respiri affannati di sovreccitazione. C’era mare nell’aria.
Il vento mi sferzò la faccia. Scesi la scaletta. Ford era circondato dalla produzione e dai suoi scagnozzi.
«Bentornato a casa, signor Ford.»
«Centomila volte bentornato.»
«Ha portato il bel tempo, signor Ford.»
Quelle facce arrossate quei sorrisoni umidicci per gli yankee con le tasche piene. Ce lo avevano lì, sulla scaletta della Pan American, John Wayne da una parte, qualche gradino più giù, e Barry Fitzgerald più in alto, tutti e tre sventolavano la mano e sorridevano.

Una vita da eroe, Roddy Doyle, traduzione di Silvia Piraccini, Guanda, p. 420 (18 euro)

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